Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Viviamo in un tempo in cui l’egoismo ha cambiato volto.
Non è più l’arroganza esplicita di chi calpesta gli altri, ma la calma apparente di chi si volta dall’altra parte.
L’indifferenza oggi è la forma più accettata di violenza: la si confonde con equilibrio, la si chiama prudenza, la si giustifica con la frase “tanto non posso farci nulla”.
E così il mondo si svuota lentamente di coscienza, mentre chi potrebbe cambiare qualcosa sceglie il silenzio.
C’è chi parla di fede, di morale, di valori, ma poi dimentica la compassione.
Ci sono persone che si proclamano spirituali, ma usano la spiritualità come coperta per non sentire il freddo degli altri.
Chi frequenta la chiesa ogni domenica e poi ignora chi ha bisogno, chi predica l’amore e pratica la convenienza.
E allora viene spontaneo chiedersi: di quale anima parlano quando parlano di salvezza?
Perché un’anima che non sa vedere l’altro non è un’anima, è solo un’abitudine.
Il privilegio è diventato la nuova misura del valore.
Non conta chi sei, ma dove ti trovi, chi conosci, quanto ti conviene restare dove sei.
Molti si illudono di aver costruito da soli il proprio destino, ma la verità è che la maggior parte delle carriere nasce dalla porta che qualcun altro ti ha aperto.
Eppure chi ha ricevuto quella mano, raramente la tende a sua volta.
L’altruismo è diventato un lusso per chi non ha paura di perdere, e la coscienza un fastidio che si preferisce ignorare.
La libertà di cui tanto parliamo non è più libertà di parola, ma libertà di coscienza.
Essere liberi oggi significa non piegarsi al cinismo collettivo, non diventare complici dell’indifferenza.
Significa dire no quando tutti tacciono, anche se costa caro.
Perché la vera dittatura non è politica: è psicologica.
È la normalizzazione del falso, del tornaconto, del “tanto lo fanno tutti”.
Siamo una società che si riempie la bocca di parole come empatia, solidarietà, fratellanza, ma che in realtà si muove per interesse.
Persone che si dichiarano “buone” perché condividono un post o una preghiera, ma poi chiudono gli occhi davanti alla sofferenza reale.
La verità è che molti non vogliono un mondo migliore, vogliono solo non sentirsi in colpa.
E allora sì, mi sento libero quando scrivo.
Perché scrivere è l’unico modo che conosco per restare onesto, per non cadere nella trappola della convenienza.
Non scrivo per cambiare il mondo, ma per ricordarmi che non mi ci sono ancora arreso.
Perché finché avrò voce, non voglio diventare come loro: anestetizzato, comodo, complice.
La libertà che cerco non è quella di dire ciò che penso, ma quella di sentire ancora qualcosa di vero.
E questo, in tempi così, è già una forma di rivoluzione.
E tu che leggi, da che parte pensi di essere?
Giudicato. Comprensivo. Offeso. Scosso.
Qualunque sia la risposta, forse lì comincia la tua coscienza.