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Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Ci sono persone che vivono di potere come di aria. Non perché lo amino, ma perché ne hanno bisogno.
Dietro il desiderio di controllo e di riconoscimento si nasconde spesso un vuoto, una crepa silenziosa che la mente tenta di colmare con forza, prestigio o denaro.

Secondo Heinz Kohut, fondatore della Psicologia del Sé, ogni individuo costruisce la propria identità a partire dal bisogno di sentirsi visto, riconosciuto, valorizzato. Quando questo rispecchiamento manca, il Sé si frammenta.
Nasce allora la necessità di cercare fuori ciò che non si è ricevuto dentro: ammirazione, conferme, potere.
Il narcisismo, in questa prospettiva, non è arroganza ma difesa. È il modo con cui un Sé fragile tenta di sopravvivere alla sensazione di non contare abbastanza.

Chi vive in questa dimensione tende a ridurre gli altri a strumenti.
Non per cattiveria, ma per paura. La paura che l’altro ricordi la dipendenza, la vulnerabilità, la possibilità del rifiuto. Così si costruiscono strutture di potere rigide, fatte di egoismo, opportunismo, mancanza di altruismo.
Ogni gesto diventa strategia, ogni relazione un calcolo, ogni scelta una forma di controllo.

Il pregiudizio, in questo contesto, è un meccanismo di difesa cognitiva. Serve a semplificare il mondo, a proteggerlo dal dubbio. Giudicare diventa più facile che comprendere, perché comprendere implica esporsi.
La rigidità mentale offre un senso di sicurezza, ma blocca la crescita affettiva.

Anche il legame con il denaro risponde a una logica psicologica precisa. Non è semplice avidità, ma bisogno di conferma tangibile. Più un individuo si sente instabile dentro, più cerca stabilità fuori. L’accumulo diventa prova di esistenza, segno che il proprio valore è reale. Ma nessuna ricchezza riempie un vuoto identitario.
Serve solo a distrarre dal fatto che il vuoto resta.

Quando l’ego diventa la misura di tutto, l’empatia scompare. La mente si disconnette dai propri sentimenti e l’indifferenza prende forma. Non come freddezza, ma come anestesia emotiva. È la risposta del Sé ferito che non vuole più provare dolore. Chi non riesce a sentire gli altri, di solito non riesce più a sentire nemmeno se stesso.

L’assenza di altruismo è il sintomo visibile di una frattura invisibile.
Quando l’identità è costruita solo sull’autoconservazione, non resta spazio per la reciprocità. La relazione diventa una minaccia. Così, anche chi ha potere, influenza e successo finisce per vivere in una forma di isolamento psichico, dove il riconoscimento esterno non basta più, ma la coscienza non sa più come chiedere aiuto.

Kohut sosteneva che la guarigione avviene solo quando il Sé trova un nuovo rispecchiamento, autentico e umano. Quando una persona incontra qualcuno capace di vedere oltre la maschera e di restituirle la sensazione di esistere anche senza potere. È in quel momento che la corazza dell’ego inizia a incrinarsi e il contatto con l’altro torna possibile.

Dal punto di vista psicologico, il potere non è il problema. Il problema è la paura di non valere senza di esso.
Perché chi si sente integro non ha bisogno di dominare, ma di condividere. E chi è davvero connesso al proprio Sé non costruisce muri, ma relazioni.

La maturità psicologica non si misura nella forza, ma nella capacità di restare sensibili. Di non chiudersi.
Di non trasformare la paura in sistema di vita.

L’essere umano più evoluto non è quello che comanda, ma quello che comprende. Perché il vero potere, alla fine, non è quello che tiene gli altri a distanza. È quello che permette di restare umani.