Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Ci sono libri che non chiedono di essere raccontati. Chiedono di essere attraversati. Basta dirlo è uno di questi. Non è una lettura da consigliare con entusiasmo da scaffale, è una soglia. Dopo, non puoi più fingere di non sapere che le parole non sono innocue. Né verso gli altri, né verso te stesso.
Il punto non è la comunicazione efficace, concetto già ampiamente sfruttato e spesso svuotato. Il punto è più profondo e più scomodo: il linguaggio struttura il pensiero, orienta l’identità, delimita ciò che una persona sente di poter essere. Il dialogo interno, quello che accompagna ogni scelta e ogni fallimento, nasce dalle parole che abbiamo imparato. Se quelle parole sono rigide, svalutanti o imprecise, anche l’esperienza interiore lo diventa. Non per mancanza di volontà, ma per assenza di alternative cognitive ed emotive.
In questo senso, il lavoro di Paolo Borzacchiello non riguarda solo le relazioni o il modo in cui ci rivolgiamo agli altri. Riguarda il modo in cui ci parliamo. E qui la questione smette di essere individuale e diventa inevitabilmente sociale.
Se davvero prendessimo sul serio l’impatto del linguaggio sulla costruzione dell’essere umano, il luogo naturale da cui partire sarebbe la scuola. Non come slogan educativo, ma come scelta strutturale. Lì si forma il vocabolario emotivo, prima ancora delle competenze. Lì si impara cosa è nominabile e cosa no. Un bambino che non possiede parole per descrivere ciò che prova non impara a gestirlo, impara a subirlo o a scaricarlo.
Ma immaginare un’educazione consapevole al linguaggio fin dalla prima infanzia significa affrontare una verità che raramente viene detta con chiarezza: non basterebbe cambiare i programmi. Sarebbe necessaria una rieducazione profonda dell’intero corpo docente. Insegnare il linguaggio come strumento di consapevolezza richiede che chi insegna abbia fatto prima quel lavoro su di sé. E questo è il punto più critico.
Non si tratta di buona volontà, ma di tempi. I cambiamenti che toccano il modo in cui una società pensa e si racconta non avvengono in pochi anni. Una riforma di questo tipo richiederebbe una fase iniziale di formazione dei formatori, poi un inserimento graduale nei primi cicli scolastici, infine l’attesa di una generazione che cresca con quel nuovo assetto linguistico. Parliamo realisticamente di decenni. Almeno una generazione intera prima di vedere effetti strutturali sul piano sociale.
È qui che la domanda diventa inevitabile e smette di essere teorica. È davvero fattibile un pensiero del genere. La risposta onesta è sì, ma non alle condizioni attuali di velocità, consenso e ritorno immediato. Una società educata a un linguaggio più consapevole è una società meno reattiva, meno manipolabile, più responsabile. E questo ha un costo che non tutti sono disposti a sostenere.
C’è anche un’altra resistenza, più silenziosa e più umana. La consapevolezza non è comoda. Richiede di rinunciare a scorciatoie, a colpe esterne, a narrazioni semplici. Non tutti desiderano davvero un linguaggio che li costringa a guardarsi con più precisione.
E allora l’ultima domanda resta sospesa, ma è forse la più importante di tutte: chi è disposto a iniziare un cambiamento sapendo che non ne vedrà il risultato finale.
Ogni trasformazione profonda funziona così. Non offre gratificazioni immediate, non costruisce eroi visibili. Lavora nel tempo lungo, quello che non fa rumore ma lascia tracce. Scegliere le parole come atto educativo, prima che comunicativo, significa accettare di seminare senza la certezza di raccogliere.
Forse è proprio questo il discrimine. Non tra chi ha ragione e chi torto, ma tra chi usa le parole per affermarsi e chi è disposto a usarle per costruire qualcosa che verrà dopo di sé. In un’epoca ossessionata dalla visibilità e dall’immediatezza, questa potrebbe essere la forma più rara e necessaria di responsabilità umana.