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Articolo di: Gabriele Vinciguerra

C’è una violenza che fa rumore. E ce n’è un’altra che viene accolta con una risata.

Se una donna dà uno schiaffo a un uomo, spesso la scena scivola via come folklore. Una battuta. Un eccesso emotivo. Una reazione comprensibile. Se accade il contrario, giustamente, si parla di violenza domestica, di denuncia, di tutela, di reato. Il punto non è mettere in discussione questa attenzione. Il punto è chiedersi perché la stessa azione cambia peso morale in base al genere di chi la compie.

Qui non c’è una provocazione ideologica. C’è una questione psicologica e sociale che viene sistematicamente rimossa.

La violenza non è definita dal corpo che colpisce, ma dal confine che viene violato. Dal messaggio che passa. Dal danno che produce. Uno schiaffo è uno schiaffo. Umilia, invade, spaventa. E quando viene normalizzato, diventa ancora più tossico, perché non lascia spazio nemmeno alla possibilità di riconoscersi come vittima.

Molti uomini crescono senza il vocabolario per nominare ciò che subiscono. Non perché non soffrano, ma perché la cultura li ha educati a reggere, a non lamentarsi, a non esporsi. Se sei uomo e vieni colpito, fisicamente o emotivamente, il problema spesso non è solo l’atto subito. È la solitudine che segue. È la sensazione di non avere diritto a chiamarlo violenza.

Dentro molte relazioni, la violenza che colpisce gli uomini è più spesso psicologica. Svalutazione costante, ironia distruttiva, controllo, ricatto emotivo, colpa ribaltata, minaccia di esclusione affettiva o genitoriale. Non lascia lividi visibili, ma corrode l’identità. E proprio perché non lascia segni evidenti, viene considerata meno reale.

Questo produce un danno profondo. Perché il trauma non è solo ciò che accade, ma ciò che non viene riconosciuto. Quando una persona non trova legittimazione nel proprio dolore, interiorizza l’idea che il problema sia lei. Ed è lì che il danno diventa strutturale.

I media hanno una responsabilità enorme in questo processo.

La narrazione dominante ha semplificato la violenza trasformandola in un racconto a ruoli fissi. Da una parte il carnefice, dall’altra la vittima, sempre leggibili nello stesso modo. Questo schema ha avuto una funzione storica importante, ha dato voce a chi non ne aveva. Ma oggi mostra i suoi limiti. Perché quando la realtà non rientra nello schema, viene ignorata.

Nei media lo schiaffo di una donna a un uomo diventa sketch. Meme. Clip virale. Comicità. È una forma di anestesia collettiva. Ridere serve a non pensare. A non rimettere in discussione i modelli. A non assumersi la fatica di uno sguardo più adulto.

Così facendo, però, si manda un messaggio preciso. Che la sofferenza maschile è meno degna. Che il dolore dell’uomo è accettabile, gestibile, secondario. Che se sei uomo devi saper incassare. Sempre.

Questo non protegge le donne. Non educa gli uomini. Non previene la violenza. La riproduce sotto altre forme.

La psicologia è chiara su questo punto. La violenza è una dinamica relazionale, non un attributo biologico. Nasce dal bisogno di controllo, dall’incapacità di regolare le emozioni, dalla paura di perdere potere o legame. Può manifestarsi in modi diversi, con intensità diverse, ma produce sempre una frattura nella sicurezza dell’altro.

Continuare a leggere la violenza solo attraverso il genere significa rinunciare a comprenderla davvero.

Serve uno spostamento di sguardo. Non per togliere tutele, ma per ampliarle. Non per fare classifiche del dolore, ma per riconoscerlo ovunque si manifesti. Anche quando è scomodo. Anche quando rompe le narrazioni consolidate.

Un atto violento non vale meno se chi lo subisce è un uomo. Vale quanto il danno che provoca. Vale quanto il silenzio che impone. Vale quanto la vergogna che genera.

Finché rideremo di uno schiaffo dato a un uomo, finché minimizzeremo la violenza emotiva che molti uomini subiscono nelle relazioni, continueremo a produrre solitudine invece che protezione.

E la violenza, quando non viene vista, non scompare. Cambia solo forma. E colpisce più a fondo.