Articolo di: Gabriele Vinciguerra

C’è una fragilità diffusa che attraversa il nostro tempo. Non ha un volto preciso, non appartiene a una classe sociale, non si misura con il titolo di studio. È trasversale. Colpisce chi ha strumenti e chi non li ha, chi parla bene e chi resta in silenzio, chi si sente superiore e chi si sente schiacciato. È una fragilità che raramente viene riconosciuta come tale, perché oggi mostrarsi fragili è ancora vissuto come una perdita di status.
Per difendersi, molte persone scelgono l’arroganza. Non quella plateale, ma quella più subdola. La certezza assoluta. L’opinione granitica. La convinzione rigida costruita su esperienze mai davvero elaborate e su credenze mai messe alla prova. In questo modo la complessità viene ridotta, il dubbio espulso, il confronto evitato. Non perché manchi l’intelligenza, ma perché manca la disponibilità a mettersi in discussione.
Quando la realtà presenta il conto, sotto forma di fallimenti, relazioni che non funzionano, carriere bloccate o vuoti interiori, entra in scena un meccanismo prevedibile. Si cerca un colpevole. Il sistema, l’altro, la società, la sfortuna. Attribuire all’esterno permette di proteggere l’immagine di sé. È un processo descritto da tempo nella psicologia sociale come bias autoassolutorio, una distorsione cognitiva che preserva l’autostima a scapito della responsabilità personale.
La soluzione, invece, spaventa. Perché una soluzione richiede esposizione. Richiede di riconoscere una parte attiva nel problema. Richiede di tollerare il disagio di scoprire che alcune convinzioni non reggono. Per questo molte persone non cercano soluzioni, ma giustificazioni. Non cercano cambiamento, ma conferme.
L’arma principale di questo assetto psicologico è l’evitamento. Evitare il confronto, evitare il conflitto, evitare la responsabilità emotiva. Dal punto di vista clinico, l’evitamento è una strategia di coping ben documentata. Lazarus e Folkman lo descrivono come un tentativo di riduzione dell’ansia nel breve termine che però compromette l’adattamento nel lungo periodo. Funziona come un anestetico. Non cura, non risolve, non trasforma. Semplicemente rimanda.
Il silenzio è una delle forme più raffinate dell’evitamento. Non rispondere, non chiarire, non prendere posizione. Il silenzio non è neutro. È un’azione passiva che scarica sull’altro il peso dell’incertezza. Nelle relazioni, il silenzio prolungato genera iperinterpretazione, insicurezza, logoramento. Non perché l’altro sia fragile, ma perché il vuoto comunicativo attiva meccanismi di allarme profondamente umani.
Accanto al silenzio, oggi, c’è un altro strumento potentissimo. La comunicazione in chat. La parola scritta mediata da uno schermo. La chat consente di parlare senza esporsi. Di scegliere le parole senza sostenere le conseguenze immediate. Di essere duri, ambigui o evasivi senza dover incontrare lo sguardo dell’altro. Questo fenomeno è stato descritto da John Suler come online disinhibition effect, ovvero la disinibizione che emerge nelle interazioni digitali proprio perché viene meno la presenza fisica e relazionale dell’interlocutore.
La comunicazione mediata riduce drasticamente i segnali non verbali, che sono fondamentali per la regolazione emotiva e l’empatia. La social information processing theory di Joseph Walther mostra come, in assenza di questi segnali, la percezione di responsabilità relazionale diminuisca. Non è un problema di cattiveria. È un problema di distanza psicologica.
Chat, silenzio ed evitamento non sono comportamenti diversi. Sono variazioni dello stesso movimento interno. Restare al riparo dal contatto. Perché il contatto reale costringe a fare i conti con sé. Con le proprie incoerenze. Con i propri limiti. Con le proprie fragilità.
Questo schema non risparmia nessuno. Non è un difetto dei meno istruiti, né un privilegio dei più colti. Anzi, talvolta una maggiore capacità linguistica diventa uno strumento più raffinato per evitare. Le parole possono essere usate per chiarire, ma anche per confondere. Per incontrare, ma anche per schermarsi.
La verità psicologica, scomoda ma verificabile, è che la crescita autentica passa sempre da una riduzione dell’evitamento. Dove c’è evoluzione personale, il silenzio difensivo diminuisce. Dove c’è arroganza, l’evitamento si stabilizza e si giustifica.
Non si tratta di colpe. Si tratta di consapevolezza. Riconoscere questi meccanismi non serve a puntare il dito, ma a smettere di usarli contro se stessi. Perché ciò che protegge l’ego nel breve termine, spesso è ciò che impedisce alla persona di vivere pienamente nel lungo periodo.
Fonti teoriche di riferimento verificabili
Lazarus R.S. Folkman S. Stress Appraisal and Coping. Springer, 1984
Suler J. The Online Disinhibition Effect. CyberPsychology and Behavior, 2004
Walther J.B. Interpersonal Effects in Computer Mediated Interaction. Communication Research, 1996