Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Una frase ascoltata in un’intervista a Dario Morello, nel format Nati Per Combattere condotto da Alex Dandi, mi ha costretto a fermarmi. Morello parlava dell’importanza di sapersi difendere. Ma sarebbe riduttivo leggere quel passaggio solo in termini fisici, sportivi o muscolari. Dentro quelle parole, almeno per come le ho sentite io, c’era qualcosa di più profondo: il rapporto tra paura, maturità, identità e dipendenza dallo sguardo esterno.
Il punto non è la difesa come gesto. Il punto è la difesa come struttura identitaria.
Da bambini è giusto cercare l’adulto. È giusto rivolgersi al genitore, all’insegnante, alla figura che protegge e contiene. È giusto che qualcuno ci dica: “se succede qualcosa, vai dalla maestra”. In una certa fase dello sviluppo, questo non è segno di debolezza, ma parte naturale della crescita. La psicologia dell’attaccamento, da Bowlby in poi, ha mostrato quanto la presenza di una base sicura sia decisiva per permettere al bambino di esplorare il mondo senza esserne travolto. La protezione, quando è sana, non impedisce l’autonomia. La prepara.
Il problema nasce dopo.
Nasce quando quella struttura non evolve. Quando il bambino cresce, diventa adulto, entra nel lavoro, nelle relazioni, nei conflitti, nelle scelte, ma continua a cercare fuori da sé qualcuno che gli dica cosa fare, cosa provare, quanto valere, quando reagire, quando tacere, quando sentirsi al sicuro.
A quel punto non siamo più davanti a una richiesta sana di aiuto. Siamo davanti a una dipendenza identitaria.
Non c’è niente di sbagliato nel chiedere aiuto. Sarebbe folle sostenere il contrario. Nessuno si salva da solo, nessuno cresce senza relazioni, nessuno attraversa la vita senza appoggiarsi, almeno in certi momenti, a qualcuno. Il problema è un altro: quando l’aiuto non è più sostegno, ma delega totale della propria presenza nel mondo.
È lì che la frase di Morello diventa interessante, almeno nella mia lettura. Perché se ci fermiamo alla superficie rischiamo di sentire solo un discorso sulla forza. Se andiamo più a fondo, invece, troviamo una domanda molto più scomoda: che cosa resta di noi quando non c’è più qualcuno pronto a proteggerci, orientarci, legittimarci o salvarci?
Questa domanda riguarda lo sviluppo.
Erik Erikson ha descritto l’identità come uno dei compiti centrali dell’adolescenza, collegandola alla tensione tra identità e confusione di ruolo. Non si tratta solo di “capire chi siamo” in senso romantico. Si tratta di costruire una continuità interna abbastanza solida da reggere il passaggio tra aspettative, appartenenze, desideri, ruoli sociali e pressioni esterne.
Ma oggi questa costruzione sembra sempre più fragile.
Viviamo in una società che parla continuamente di identità, ma spesso educa pochissimo alla tenuta identitaria. Usiamo parole come autenticità, libertà, inclusione, autodeterminazione, ma poi chiediamo continuamente agli individui di essere leggibili, compatibili, approvabili. Ti dicono di essere te stesso, ma solo entro una forma che non disturbi troppo.
Sii uomo, ma non in quel modo.
Sii donna, ma non troppo.
Sii fragile, ma non diventare scomodo.
Sii forte, ma non sembrare aggressivo.
Sii libero, ma resta dentro il perimetro.
Sii diverso, ma spiegati bene, così possiamo tollerarti senza sentirci messi in discussione.
Qui entra la psicologia sociale. Perché noi non diventiamo noi stessi nel vuoto. Cresciamo dentro lo sguardo degli altri. Famiglia, scuola, gruppo dei pari, lavoro, coppia, istituzioni, social network. Tutto concorre a dirci chi possiamo essere, quali emozioni possiamo mostrare, quale paura possiamo ammettere, quale rabbia dobbiamo reprimere, quale fragilità possiamo esibire senza perdere valore.
George Herbert Mead parlava del sé come qualcosa che si costruisce nella relazione sociale, anche attraverso l’interiorizzazione dello sguardo dell’altro generalizzato. In altre parole, impariamo a guardarci come immaginiamo che la società ci guardi. Questo processo è necessario per vivere insieme. Ma quando diventa assoluto, non produce maturità sociale. Produce eterodirezione.
E l’eterodirezione è una forma elegante di prigionia.
Non scegli più in base a ciò che riconosci vero dentro di te. Scegli in base a ciò che pensi sarà accettato. Non reagisci più in base a ciò che senti giusto. Reagisci misurando il rischio di essere frainteso. Non vivi più la paura come un’emozione da attraversare. La vivi come un difetto da nascondere o come una prova da portare davanti a qualcuno che ti autorizzi a sentirla.
Ecco il nodo.
Non siamo fragili solo perché abbiamo paura. Siamo fragili quando non sappiamo più distinguere la nostra paura dallo sguardo degli altri sulla nostra paura.
La paura è umana. La paura protegge. La paura segnala. La paura, quando viene riconosciuta, può diventare lucidità. Ma quando passa interamente dal giudizio sociale, diventa vergogna, blocco, dipendenza. Non ti chiedi più: “che cosa sta succedendo dentro di me?”. Ti chiedi: “come verrò visto se mostro quello che sento?”.
Questo vale per tutti, ma non nello stesso modo.
Qui entra la psicologia del genere.
L’identità di ruolo non cade dall’alto in modo neutro. Viene distribuita in modo diverso sui corpi, sui generi, sulle appartenenze. Le norme di genere non sono semplici opinioni individuali. La ricerca sulle norme sociali e di genere mostra che esse vivono sia nelle aspettative interiorizzate sia nelle istituzioni, nei contesti sociali, nelle pratiche quotidiane che definiscono ciò che viene considerato appropriato o deviante.
A un uomo viene spesso chiesto di essere forte, ma non vulnerabile. Deciso, ma non bisognoso. Protettivo, ma non fragile. Quando poi quell’uomo ha paura, perde, crolla, si sente inadeguato o non sa più chi è, spesso non possiede nemmeno un linguaggio per dirlo senza sentirsi diminuito.
A una donna viene spesso chiesto di essere autonoma, ma non troppo scomoda. Libera, ma non minacciosa. Competente, ma non giudicante. Accogliente, ma non arrabbiata. Quando mette un confine, rischia ancora di essere letta come dura, isterica, ingestibile, eccessiva.
A una persona LGBT viene spesso chiesto un doppio lavoro: vivere la propria identità e, contemporaneamente, renderla comprensibile, accettabile, spiegabile, rassicurante per chi la guarda da fuori. Come se ogni forma di esistenza dovesse prima passare da una commissione sociale per ottenere il permesso di essere reale.
Judith Butler ha mostrato quanto il genere sia attraversato da ripetizioni, norme, atti e riconoscimenti sociali. Ridurre questo discorso alla frase “il genere è una performance” è una banalizzazione. Il punto è più profondo: ciò che siamo viene anche regolato da ciò che una società riconosce come leggibile, accettabile, ripetibile.
E allora la domanda diventa ancora più cruda.
Quanti di noi vivono davvero?
Quanti, invece, interpretano continuamente una versione socialmente tollerabile di sé?
Quanti restano dentro ruoli che non hanno scelto davvero, solo perché uscire da quei ruoli significherebbe perdere approvazione, stabilità, appartenenza?
Il bravo figlio. La madre che regge tutto. Il padre che non deve vacillare. L’uomo che non deve piangere. La donna che non deve essere troppo libera. Il professionista sempre lucido. Il giovane adattabile. La persona diversa, ma non troppo disturbante. Il cittadino civile, purché non faccia domande troppo scomode.
Il ruolo serve a organizzare la vita sociale. Ma quando diventa gabbia, non orienta più. Imprigiona.
E qui torniamo alla maturità.
Diventare adulti non significa non avere bisogno di nessuno. Questa è una menzogna narcisistica. Diventare adulti significa poter avere bisogno senza smarrire completamente se stessi. Significa chiedere aiuto, ma non consegnare all’altro il compito di decidere chi siamo. Significa sentire paura, ma non trasformare la paura in identità. Significa stare dentro un ruolo, ma sapere che nessun ruolo esaurisce la nostra persona.
Bandura, parlando di autoefficacia, ha mostrato quanto sia importante la convinzione di poter incidere sulle proprie azioni e affrontare le situazioni. L’autoefficacia non è autostima generica, né illusione di onnipotenza. È la percezione concreta di poter agire, regolare il proprio comportamento, fronteggiare un compito o una difficoltà. Quando manca, cresce il rischio di evitamento, passività e dipendenza.
Forse è qui che dovremmo tornare.
Non alla retorica della forza. Non all’esaltazione della durezza. Non alla nostalgia di un mondo più brutale. Ma all’educazione della capacità.
Capacità di leggere una situazione.
Capacità di riconoscere la paura.
Capacità di regolare un’emozione senza negarla.
Capacità di difendere un confine senza diventare violenti.
Capacità di chiedere aiuto senza dissolversi nell’aiuto.
Capacità di stare nello sguardo degli altri senza farne il proprio padrone.
Questa, per me, è la vera forza identitaria.
Non quella che schiaccia. Non quella che urla. Non quella che ha bisogno di dominare per sentirsi reale. Ma quella che permette a una persona di restare intera anche quando il ruolo vacilla, quando il gruppo giudica, quando l’istituzione non arriva, quando la protezione manca, quando lo sguardo degli altri smette di essere benevolo.
Perché prima o poi accade.
La maestra non c’è più. Il genitore non può intervenire. L’istituzione arriva tardi. Il gruppo non capisce. Il partner non riconosce. Il lavoro non protegge. I social deformano. Gli altri fraintendono. E lì non basta essere stati educati a comportarsi bene. Serve aver costruito una presenza interna.
Una società matura dovrebbe proteggere, certo. Ma dovrebbe anche formare persone capaci. Non persone abbandonate a se stesse, ma nemmeno persone educate a restare per sempre in attesa di un’autorità che venga a dire loro come stare al mondo.
La protezione senza autonomia diventa dipendenza.
L’autonomia senza protezione diventa abbandono.
Nel mezzo c’è la maturità.
Ed è forse questo il punto più difficile da accettare: molte persone non sono fragili perché sono deboli. Sono fragili perché sono state educate a funzionare solo dentro uno sguardo che le conferma. Quando quello sguardo manca, non trovano più un centro. Trovano un vuoto.
Allora sì, una frase ascoltata in un’intervista sulla difesa può aprire un discorso molto più grande. Può portarci fuori dallo sport, fuori dalla superficie, fuori dalla facile contrapposizione tra forti e fragili. Può costringerci a guardare il modo in cui cresciamo, il modo in cui interpretiamo i ruoli, il modo in cui il genere ci attraversa, il modo in cui la società ci educa a chiedere permesso anche per sentire.
Perché il problema non è avere paura.
Il problema è non sapere più se abbiamo il diritto di attraversarla senza che qualcuno ce lo conceda.
Il problema non è avere bisogno degli altri.
Il problema è non riuscire più a riconoscersi senza il permesso degli altri.
Fonti usate per il quadro teorico
Il riferimento pubblico all’intervista tra Dario Morello e Alex Dandi nel format Nati Per Combattere risulta dai post social di Leone Boxe, dove il tema viene presentato come legato all’importanza di sapersi difendere.
Per il quadro psicologico sono stati usati riferimenti verificabili su attaccamento e base sicura, identità e confusione di ruolo in Erikson, sé sociale in Mead, norme di genere, performatività di genere e autoefficacia.