Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Abbiamo affidato alla tecnologia i nostri ricordi, le relazioni e una parte crescente della nostra autonomia. Ma siamo davvero consapevoli di quanto la nostra vita dipenda ormai da ciò che conserviamo digitalmente?

Abbiamo sviluppato tecnologie straordinarie, capaci di entrare praticamente in ogni aspetto della nostra quotidianità. In pochi decenni abbiamo trasformato il modo di comunicare, lavorare, informarci, conservare i ricordi e costruire relazioni. Abbiamo concentrato buona parte della nostra esistenza dentro un telefono, fino a considerare del tutto normale avere sempre a disposizione informazioni, persone e servizi.

Ma che cosa accadrebbe se domani mattina, improvvisamente, tutto ciò che abbiamo conservato digitalmente scomparisse?

Non parlo necessariamente di un collasso tecnologico mondiale. Immaginiamo semplicemente di perdere definitivamente fotografie, conversazioni, documenti, contatti, archivi personali. Anni della nostra vita custoditi in dispositivi e piattaforme ai quali siamo abituati ad affidarci senza pensarci troppo.

Come reagiremmo? E soprattutto, quali conseguenze avrebbe una perdita del genere sulla nostra identità, sulle relazioni e sulla capacità di affrontare la quotidianità?

Può sembrare uno scenario distopico, ma la questione che mi interessa è profondamente umana. Perché mentre la tecnologia diventava sempre più sofisticata, noi abbiamo progressivamente modificato abitudini e comportamenti, spesso senza comprendere fino in fondo la portata di questo cambiamento.

La memoria che abbiamo affidato alla tecnologia

Un tempo ricordavamo numeri di telefono, indirizzi, appuntamenti. Conservavamo fotografie negli album e lettere nei cassetti. Non perché avessimo necessariamente capacità cognitive superiori, ma perché la vita quotidiana richiedeva un utilizzo diverso della memoria.

Oggi sappiamo di poter recuperare quasi qualsiasi informazione in pochi secondi. E questa possibilità ha modificato anche il modo in cui ricordiamo.

Nel 2011 Betsy Sparrow, Jenny Liu e Daniel Wegner pubblicarono su Science una ricerca che evidenziava un fenomeno interessante: quando le persone si aspettavano di poter recuperare successivamente un’informazione, tendevano a ricordare meno il contenuto e meglio dove ritrovarlo.

Successivamente, gli psicologi Evan Risko e Sam Gilbert hanno approfondito il concetto di cognitive offloading, cioè la possibilità di ridurre il carico cognitivo attraverso strumenti e azioni esterne.

Sono meccanismi che non indicano necessariamente un impoverimento delle capacità intellettive. La tecnologia può liberare risorse mentali da destinare ad attività più complesse.

Tuttavia, mi domando quanto questa comodità abbia modificato anche la nostra disponibilità a esercitare autonomamente determinate capacità.

Ci affidiamo al navigatore per raggiungere luoghi che potremmo imparare a conoscere, alle applicazioni per ricordare impegni, ai motori di ricerca per ottenere risposte immediate. Con l’intelligenza artificiale possiamo delegare persino una parte della scrittura, dell’elaborazione delle informazioni e del ragionamento.

Il punto non è quanto siano utili questi strumenti, ma quale rapporto stiamo costruendo con essi. Perché esiste una differenza tra servirsi della tecnologia per ampliare le proprie possibilità e abituarsi a non affrontare più autonomamente determinate attività.

Quando perdere un file significa perdere qualcosa di noi

C’è una dimensione ancora più delicata, che riguarda la memoria autobiografica e il significato affettivo dei ricordi.

Pensiamo alle fotografie dei figli quando erano piccoli, ai messaggi di una persona amata, alla registrazione della voce di qualcuno che non c’è più. Materiale che per un sistema informatico rappresenta semplicemente un insieme di dati, ma che per noi può avere un valore emotivo incalcolabile.

La ricerca psicologica ha approfondito il rapporto tra oggetti personali e memoria autobiografica. Nel 2021 Elise van den Hoven e colleghi hanno esaminato come fotografie e altri oggetti significativi possano sostenere il ricordo delle esperienze personali.

Una fotografia non contiene la nostra vita, ma può aiutarci a recuperare un momento che altrimenti faticheremmo a ricordare. Una conversazione conservata può restituirci parole, emozioni e sfumature di una relazione che il tempo ha modificato.

Perdere questi materiali non significa cancellare il passato, ma privarsi di testimonianze attraverso le quali continuiamo a mantenere un rapporto con esso.

E se questo vale per i ricordi, diventa ancora più interessante quando consideriamo la nostra identità.

Nel 2013 Russell Belk, attraverso il concetto di sé esteso, ha analizzato come gli ambienti digitali abbiano trasformato il modo in cui rappresentiamo noi stessi e attribuiamo significato a ciò che possediamo.

Oggi una parte della nostra storia è pubblicata, condivisa, commentata e riconosciuta dagli altri. Per alcune persone l’identità digitale occupa uno spazio significativo nella percezione di sé e nel senso di appartenenza.

Perderla non significherebbe smettere di essere ciò che siamo, ma potrebbe mettere in discussione alcuni riferimenti attraverso i quali abbiamo imparato a riconoscerci e a essere riconosciuti.

Le relazioni umane e il significato della presenza

È però sul piano delle relazioni che questa trasformazione assume, a mio avviso, una delle sue dimensioni più profonde.

Oggi possiamo conoscere una persona, costruire un rapporto sentimentale, condividere esperienze e attraversare una separazione senza necessariamente incontrarci.

La comunicazione digitale ha ampliato le nostre possibilità di relazione, ma ha introdotto anche nuove aspettative.

Un messaggio visualizzato senza risposta può diventare motivo di ansia. La presenza online viene talvolta interpretata come disponibilità affettiva. La frequenza delle comunicazioni può trasformarsi in una misura dell’interesse che qualcuno prova nei nostri confronti.

Abbiamo attribuito a comportamenti digitali significati psicologici che spesso non siamo realmente in grado di verificare.

Non significa che le relazioni costruite attraverso questi strumenti siano meno autentiche. Significa che la tecnologia è entrata anche nei meccanismi attraverso i quali cerchiamo conferme, interpretiamo le assenze e gestiamo la vicinanza emotiva.

Immaginiamo allora di non poter più comunicare attraverso le piattaforme alle quali siamo abituati.

Ci renderemmo probabilmente conto di quanto le nostre relazioni siano organizzate intorno alla possibilità di raggiungerci immediatamente. Per qualcuno sarebbe soltanto necessario cambiare abitudini; per altri, soprattutto in assenza di una rete sociale vicina, potrebbe diventare un problema significativo.

Ed è proprio questa differenza a interessarmi.

Perché una società che dispone di possibilità di comunicazione senza precedenti dovrebbe interrogarsi anche sulla qualità dei legami che riesce a costruire e mantenere.

Il paradosso della privacy e la perdita dell’autonomia

Discutiamo continuamente di privacy, protezione dei dati e sicurezza informatica. Ci preoccupiamo, giustamente, di chi possa accedere alle nostre informazioni personali e di come queste vengano utilizzate.

Ma raramente ci chiediamo che cosa accadrebbe se fossimo noi a non potervi più accedere.

Abbiamo organizzato la nostra esistenza intorno a sistemi dei quali non sempre possediamo il controllo effettivo. Affidiamo loro documenti, informazioni economiche, attività lavorative e comunicazioni private.

E questa dipendenza riguarda ormai anche il funzionamento della società.

Sanità, servizi pubblici, istruzione, attività economiche e comunicazioni utilizzano infrastrutture digitali dalle quali dipende una parte importante della loro operatività. Un’interruzione estesa e prolungata potrebbe quindi produrre conseguenze che andrebbero ben oltre il disagio individuale.

Soprattutto, non colpirebbe tutti nello stesso modo.

Chi dispone di risorse economiche, competenze e reti di sostegno potrebbe trovare soluzioni alternative più facilmente. Altre persone potrebbero incontrare difficoltà molto maggiori, con il rischio di accentuare disuguaglianze già esistenti.

È una questione psicosociale che non può essere ridotta alla capacità di utilizzare uno smartphone.

Riguarda il rapporto tra individuo, autonomia e organizzazione collettiva. Una società può diventare sempre più efficiente attraverso la tecnologia, ma deve anche interrogarsi sulla propria capacità di continuare a funzionare quando quegli strumenti non sono disponibili.

La stessa riflessione riguarda l’intelligenza artificiale.

Abbiamo oggi strumenti capaci di elaborare informazioni, produrre testi, suggerire soluzioni e assisterci in attività cognitive complesse. Ma la disponibilità immediata di una risposta non garantisce, da sola, che quella risposta sia stata compresa.

Esercitare il pensiero critico significa confrontarsi con il dubbio, riconoscere i propri limiti, verificare le informazioni e assumersi la responsabilità delle proprie conclusioni.

Sono attività che richiedono partecipazione personale, anche quando disponiamo di strumenti capaci di aiutarci.

Una società che forse non conosce più la propria vulnerabilità

Se dovessimo perdere improvvisamente i nostri dati, non esiste un modello scientifico che permetta di prevedere in modo uniforme come reagiremmo. Le conseguenze dipenderebbero dalle circostanze, dal significato attribuito a ciò che abbiamo perso e dalle risorse disponibili.

Ma questo scenario immaginario mette in evidenza una trasformazione reale: abbiamo progressivamente affidato all’esterno funzioni, informazioni e testimonianze che contribuiscono all’organizzazione della nostra vita.

Non credo abbia senso rimpiangere un passato nel quale molte delle possibilità attuali semplicemente non esistevano. La tecnologia ha ampliato enormemente le nostre opportunità di conoscenza, comunicazione e partecipazione.

Ciò che mi preoccupa è la scarsa attenzione che dedichiamo alle conseguenze umane di cambiamenti diventati così rapidi da essere assimilati quasi automaticamente.

Abbiamo imparato a utilizzare strumenti sempre più complessi, ma non sempre ci siamo fermati a comprendere come stiano modificando il nostro rapporto con la memoria, con il tempo, con le persone e con noi stessi.

Nel frattempo continuiamo a fotografare ogni momento, archiviare conversazioni, trasferire documenti, cercare risposte e affidare a sistemi digitali una parte crescente delle nostre decisioni quotidiane.

E lo facciamo con la naturalezza di chi è ormai convinto che tutto questo sarà sempre disponibile.

Riferimenti bibliografici

Sparrow, B., Liu, J., & Wegner, D. M. (2011). Google Effects on Memory: Cognitive Consequences of Having Information at Our Fingertips. Science, 333(6043), 776–778. DOI: 10.1126/science.1207745.

Belk, R. W. (2013). Extended Self in a Digital World. Journal of Consumer Research, 40(3), 477–500. DOI: 10.1086/671052.

Risko, E. F., & Gilbert, S. J. (2016). Cognitive Offloading. Trends in Cognitive Sciences, 20(9), 676–688. DOI: 10.1016/j.tics.2016.07.002.

van den Hoven, E., Orth, D., & Zijlema, A. (2021). Possessions and Memories. Current Opinion in Psychology, 39, 94–99. DOI: 10.1016/j.copsyc.2020.08.014