Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Li chiamiamo NEET e spesso pensiamo di avere già spiegato tutto. Non studiano, non lavorano, non si formano. Ma una definizione statistica non racconta una vita. E soprattutto non spiega che cosa possa accadere quando un giovane smette progressivamente di vedere nel futuro qualcosa su cui valga ancora la pena investire.

Ci sono parole che servono a descrivere una realtà e parole che, a forza di utilizzarle, finiscono per prendere il posto delle persone. NEET rischia di essere una di queste.

L’acronimo significa Not in Employment, Education or Training e identifica i giovani che non lavorano e non partecipano a percorsi di istruzione o formazione. È una definizione statistica. Non è una diagnosi, non descrive una personalità e non ci dice nulla, da sola, sulle ragioni per cui una persona si trovi in quella condizione.

Eppure il passaggio dalla definizione al giudizio è spesso rapidissimo.

Non studiano. Non lavorano. Non hanno voglia di fare niente.

Tre frasi e abbiamo risolto un fenomeno sociale complesso attribuendolo al carattere di chi lo vive.

I dati raccontano qualcosa di diverso.

Secondo Eurostat, nel 2025 il 13,3 per cento dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni non lavorava e non partecipava a percorsi di istruzione o formazione. La media dell’Unione europea era dell’11 per cento.

Il dato italiano rimane quindi superiore alla media europea, ma c’è un elemento che non possiamo omettere: nel 2015 quella percentuale era del 25,7 per cento. In dieci anni è diminuita di 12,4 punti percentuali, la riduzione più consistente registrata nell’Unione europea nello stesso periodo.

Questo non significa che il problema sia risolto.

Significa però che raccontarlo come la crescita inarrestabile di una generazione che non vuole fare nulla sarebbe semplicemente falso.

La questione è più complessa. E proprio per questo merita di essere affrontata senza scorciatoie.

Dietro la stessa sigla ci sono vite molto diverse

Uno degli errori più frequenti consiste nel parlare dei NEET come se fossero una categoria omogenea.

Non lo sono.

Il Rapporto annuale Istat 2025, riferendosi ai dati del 2024, mostra una composizione estremamente differenziata. Circa un terzo dei NEET risultava disoccupato, quindi senza occupazione ma alla ricerca di lavoro. Un altro terzo apparteneva alle cosiddette forze di lavoro potenziali, persone disponibili a lavorare che non stavano cercando attivamente oppure non erano immediatamente disponibili. Il restante terzo non cercava un’occupazione e non era immediatamente disponibile a lavorare.

Statisticamente possono essere raccolti sotto la stessa sigla.

Umanamente raccontano situazioni molto diverse.

C’è chi cerca lavoro e continua a non trovarlo. Chi ha interrotto gli studi. Chi vive una situazione familiare complessa. Chi ha responsabilità di cura. Chi attraversa una fragilità personale. Chi possiede competenze che incontrano poca domanda. Chi vive in territori nei quali le possibilità sono inferiori. Chi si trova semplicemente in una breve fase di transizione e chi, invece, rimane fuori dal lavoro e dalla formazione per anni.

Chiedere genericamente perché i NEET non lavorino significa quindi formulare male la domanda ancora prima di cercare una risposta.

Bisognerebbe chiedersi perché quella determinata persona si trovi in quella condizione.

La differenza non è formale.

È il punto da cui dovrebbe partire qualsiasi analisi seria.

Anche la distribuzione geografica dovrebbe renderci prudenti quando attribuiamo tutto alla volontà individuale. Nel 2024 l’incidenza dei NEET tra i giovani italiani dai 15 ai 29 anni era del 15,2 per cento. Nel Mezzogiorno raggiungeva il 23,3 per cento, mentre nel Centro Nord era del 10,7 per cento. Tra le donne il dato era del 16,6 per cento, contro il 13,8 per cento degli uomini.

Se fosse soltanto una questione di voglia, dovremmo spiegare perché la voglia di lavorare e studiare dovrebbe cambiare così radicalmente attraversando qualche centinaio di chilometri dello stesso Paese.

Evidentemente non basta.

Questo non significa cancellare la responsabilità personale. Sarebbe l’errore opposto. Le persone compiono scelte, rinunciano, perseverano, sbagliano, reagiscono in modo diverso davanti alle stesse difficoltà. Ma le scelte non vengono compiute nel vuoto. Avvengono all’interno di condizioni economiche, familiari, culturali e territoriali che possono offrire possibilità molto differenti.

Responsabilità e colpa non sono la stessa cosa.

Una lettura adulta del fenomeno dovrebbe riuscire a riconoscere entrambe le dimensioni senza utilizzare l’una per cancellare l’altra.

Il lavoro non produce soltanto reddito

È qui che la questione comincia a diventare profondamente psicologica e sociale.

Durante il passaggio all’età adulta studiare, formarsi e lavorare non significano soltanto acquisire conoscenze o ricevere uno stipendio.

Significano entrare nel mondo.

Confrontarsi con gli altri. Essere valutati. Sbagliare. Imparare. Scoprire di saper fare qualcosa. Assumersi una responsabilità. Ricevere un riconoscimento. Accorgersi che una propria competenza serve a qualcuno.

Sono esperienze attraverso le quali costruiamo anche una parte della rappresentazione che abbiamo di noi stessi.

Il lavoro non stabilisce il valore umano di una persona. Sarebbe assurdo sostenerlo. Ma il lavoro, così come lo studio e la formazione, può offrire qualcosa di psicologicamente importante: la possibilità di percepirsi efficaci dentro la realtà.

Io faccio qualcosa.

Quello che faccio produce un risultato.

Qualcuno riconosce ciò che so fare.

Posso utilizzare quello che guadagno per cominciare a decidere della mia vita.

Quando tutto questo manca per un periodo prolungato, il problema può smettere di riguardare soltanto il curriculum.

Può cominciare a riguardare l’identità.

Qui però serve precisione. Essere NEET non significa essere depressi, ansiosi, apatici o psicologicamente fragili. Non esiste alcuna equivalenza scientifica di questo tipo e trasformare una condizione sociale in una diagnosi sarebbe scorretto.

La ricerca mostra però una relazione importante tra salute mentale e condizione NEET.

Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata nel 2022 da Gariépy e colleghi, che ha analizzato 24 studi, ha rilevato associazioni tra condizione NEET, problemi di salute mentale e problematiche legate all’uso di sostanze. Ma il dato va letto con attenzione. Gli studi longitudinali mostravano con maggiore chiarezza che precedenti problemi di salute mentale potevano aumentare la probabilità di trovarsi successivamente nella condizione di NEET, mentre le prove che consentissero di stabilire il percorso causale inverso erano più limitate.

Una revisione europea pubblicata nel 2024 da Lindblad e colleghi, basata su 41 studi e quasi nove milioni di persone, ha ulteriormente evidenziato come difficoltà di salute mentale durante l’infanzia e l’adolescenza siano associate a un rischio maggiore di successive difficoltà nella transizione verso istruzione e lavoro.

La relazione, quindi, è complessa.

Una fragilità può rendere più difficile entrare nel mondo della formazione e del lavoro. Rimanerne a lungo ai margini può, a sua volta, esporre una persona a ulteriori difficoltà economiche, relazionali e sociali.

Non tutto nasce dall’essere NEET.

Non tutto finisce nel momento in cui si trova un lavoro.

Ma il tempo conta.

Essere fuori dal lavoro e dalla formazione per alcuni mesi non equivale necessariamente a rimanerci per anni.

Quando una difficoltà comincia a raccontarci chi siamo

Immaginiamo un giovane che termina gli studi e comincia a cercare lavoro.

Invia curriculum. Aspetta. Riceve qualche risposta negativa. Spesso non riceve nemmeno quella. Prova ancora. Sostiene colloqui. Magari accetta lavori brevi, distanti dalla formazione ricevuta e senza una prospettiva precisa. Poi ricomincia da capo.

Non sappiamo come reagirà.

Le persone non funzionano tutte nello stesso modo.

Ma sappiamo che esiste una differenza enorme tra vivere un fallimento e cominciare a percepirsi come un fallimento.

All’inizio il pensiero può essere semplice: non ho ancora trovato lavoro.

Dopo numerosi tentativi può diventare: non riesco a trovare lavoro.

Poi, qualche volta, cambia ancora.

Forse non sono abbastanza.

È questo passaggio che dovrebbe interessarci.

Perché una situazione esterna può progressivamente entrare nella rappresentazione che una persona costruisce di se stessa. Una difficoltà che inizialmente riguardava qualcosa che stava accadendo può cominciare a essere interpretata come qualcosa che dice chi siamo.

E quando arriviamo lì, dire a qualcuno che dovrebbe semplicemente darsi da fare non soltanto serve a poco. Può aggiungere giudizio a una condizione già difficile.

Abbiamo costruito una narrazione della motivazione estremamente rassicurante.

Se vuoi davvero qualcosa, ti impegni. Se ti impegni abbastanza, prima o poi ci riesci. Se non ci riesci, probabilmente non lo volevi veramente.

La realtà non funziona sempre così.

La motivazione non vive separata dall’esperienza.

Continuiamo a investire energie anche perché percepiamo che le nostre azioni possono modificare qualcosa. Quando tra il tentativo e il risultato sembra non esserci più alcuna relazione, continuare a provarci può diventare progressivamente più difficile.

Questo non significa che la rinuncia sia inevitabile.

Non significa nemmeno trasformare lo scoraggiamento in una giustificazione permanente.

Significa riconoscere che la percezione di poter incidere sulla propria vita è una componente fondamentale del modo in cui continuiamo a costruire obiettivi.

E qui il contesto diventa decisivo.

L’OCSE, nel rapporto economico sull’Italia pubblicato nel 2026, richiama ancora le difficoltà che molti giovani incontrano nella transizione verso il mercato del lavoro. Più del 39 per cento dei lavoratori italiani tra i 15 e i 29 anni aveva un contratto temporaneo, rispetto al 33 per cento della media europea. L’OCSE sottolinea inoltre problemi legati alla qualità dell’occupazione, alle possibilità di progressione professionale e alla persistenza di forme di precarietà che possono rendere più difficile anche l’acquisizione di nuove competenze.

Anche questo appartiene alla discussione sui NEET.

Perché trovare un’occupazione e riuscire a costruire attraverso quella occupazione una prospettiva di autonomia non sono necessariamente la stessa cosa.

La famiglia protegge, ma non può sostituire una vita autonoma

Nel contesto italiano esiste poi una dimensione che merita particolare attenzione: la famiglia.

Quando un giovane non riesce a raggiungere l’autonomia economica, molto spesso è la famiglia a impedire che quella difficoltà diventi una caduta.

Offre una casa. Paga le spese. Garantisce una rete di protezione. Permette di aspettare ancora.

È una risorsa enorme.

Ma proprio questa capacità di protezione può rendere meno visibile ciò che accade.

Un giovane può vivere con i genitori, avere un telefono, uscire con gli amici, mangiare ogni giorno e non trovarsi apparentemente in una condizione di privazione.

E contemporaneamente sentirsi immobile.

Le due cose possono convivere perfettamente.

Perché diventare adulti non significa soltanto compiere un certo numero di anni.

Significa conquistare progressivamente la possibilità di scegliere.

Decidere dove vivere. Costruire una relazione senza dipendere economicamente da qualcun altro. Pensare a una famiglia, se la si desidera. Organizzare il proprio tempo. Assumersi responsabilità. Immaginare un progetto e sapere di avere almeno qualche strumento per provare a realizzarlo.

Quando l’autonomia economica viene rimandata per anni, molte di queste possibilità vengono rimandate insieme a essa.

Il problema, quindi, non riguarda soltanto il lavoro.

Riguarda la costruzione dell’età adulta.

Quando il futuro smette di essere un luogo possibile

L’Italia ha ridotto in modo importante il numero dei giovani NEET negli ultimi dieci anni. È un fatto e va riconosciuto.

Nello stesso tempo continua ad avere una quota superiore alla media europea, profonde differenze territoriali e una popolazione estremamente eterogenea nella quale convivono disoccupazione, inattività, responsabilità familiari, difficoltà nella transizione tra scuola e lavoro e, in alcuni casi, fragilità personali e psicologiche.

Non esiste quindi una soluzione valida per tutti.

Qualcuno avrà bisogno di maggiore formazione. Qualcun altro di orientamento. Per alcuni sarà necessario intervenire molto prima, quando compaiono le difficoltà scolastiche o il rischio di abbandono. Alcune persone avranno bisogno di un sostegno psicologico. Altre di incontrare finalmente un mercato del lavoro capace di utilizzare le competenze che possiedono e di offrire una prospettiva che non si esaurisca nel contratto successivo.

Non tutto è psicologico.

Non tutto è economico.

Non tutto dipende dalla società.

E non tutto può essere attribuito all’individuo.

È precisamente nell’incontro tra queste dimensioni che possiamo cominciare a capire il fenomeno.

Forse allora dovremmo smettere di domandarci soltanto perché alcuni giovani non studiano o non lavorano.

Dovremmo farci una domanda più difficile.

Che cosa deve accadere lungo il percorso perché una persona di venti o venticinque anni cominci a percepire il proprio futuro come qualcosa sul quale non valga più la pena investire?

Non è una domanda che assolve.

È una domanda che cerca di comprendere.

Perché una società dovrebbe certamente preoccuparsi quando un giovane non riesce a trovare lavoro.

Ma dovrebbe preoccuparsi ancora di più quando quello stesso giovane smette di credere di poter trovare un posto per sé.

A quel punto non stiamo perdendo soltanto forza lavoro.

Stiamo rischiando di perdere competenze, autonomia, relazioni, partecipazione.

E una parte di futuro che riguarda tutti.

Fonti

Eurostat, Fewer young people not in work or education in 2025, Eurostat News, 28 maggio 2026.

Istat, Rapporto annuale 2025. La situazione del Paese, Istituto nazionale di statistica, Roma, 2025.

Istat, Noi Italia 2025, Istituto nazionale di statistica, Roma, 2025.

OECD, OECD Economic Surveys: Italy 2026, OECD Publishing, Parigi, 2026.

Gariépy G., Danna S. M., Hawke L., Henderson J., Iyer S. N., The mental health of young people who are not in education, employment, or training: a systematic review and meta analysis, Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology, 57, 2022, pp. 1107–1121. DOI 10.1007/s00127-021-02212-8.

Lindblad V., Ravn R. L., Gaardsted P. S., Hansen L. E. M., Lauritzen F. F., Melgaard D., Beyond the mind: Understanding the influence of mental health on youth NEET status in Europe. A systematic literature review, Journal of Adolescence, 96, 2024, pp. 1428–1444. DOI 10.1002/jad.12374.