Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Quando in una relazione si perde il desiderio di condividere la propria felicità.
Hai appena ricevuto una bella notizia. Qualcosa che aspettavi da tempo, magari una soddisfazione lavorativa, un risultato personale oppure una di quelle piccole cose che riescono a cambiare il significato di una giornata. Istintivamente pensi di raccontarla alla persona che hai accanto. Poi, però, lasci perdere.
Non è successo niente di particolare. Non avete litigato, non ci sono tensioni e probabilmente, quando vi incontrerete, vi comporterete esattamente come avete sempre fatto. Semplicemente, quella notizia non gliela racconterai.
Mi sono chiesto quanto possa essere significativo, in una relazione, arrivare a non sentire più il desiderio di condividere qualcosa che ci rende felici. Siamo abituati a considerare la comunicazione soprattutto quando viene a mancare nei momenti difficili. Ci preoccupiamo quando non riusciamo più a parlare dei problemi, quando l’altro non ci ascolta, quando una discussione rimane irrisolta. Molto meno spesso ci domandiamo che cosa accada quando smettiamo di cercarci per raccontare ciò che di bello ci succede.
Eppure anche questa è una forma di distanza.
Pensiamo a una coppia che vive insieme da molti anni. Condivide la casa, le responsabilità, le preoccupazioni economiche, gli impegni familiari. Si parla ogni giorno, si organizzano le cose da fare, si affrontano le difficoltà. A guardarla dall’esterno potrebbe sembrare una relazione nella quale la comunicazione non manca affatto.
Ma se uno dei due riceve una buona notizia, chi sarà la prima persona alla quale penserà di raccontarla?
Non considero questa domanda banale. Perché avere qualcuno con cui affrontare i problemi è certamente importante, ma poter condividere la propria felicità significa permettere all’altro di partecipare anche a quella parte di noi che non sta chiedendo aiuto, comprensione o protezione. Sta semplicemente cercando qualcuno con cui essere felice.
In psicologia questo processo viene studiato attraverso il concetto di capitalization, che descrive la condivisione degli eventi positivi con altre persone e i benefici che possono derivarne.
Nel 2004 Shelly Gable e colleghi hanno pubblicato una ricerca sul Journal of Personality and Social Psychology dalla quale emerge che raccontare un’esperienza positiva può contribuire al benessere emotivo e che la qualità della risposta ricevuta ha un ruolo importante. Quando l’interlocutore partecipa con interesse ed entusiasmo, l’esperienza positiva può acquistare un significato ancora maggiore. Le ricerche hanno inoltre rilevato un’associazione tra questo tipo di risposta e la qualità delle relazioni affettive.
La questione, quindi, non riguarda soltanto il fatto di raccontare qualcosa, ma anche ciò che accade mentre lo raccontiamo.
Immaginiamo di tornare a casa contenti per qualcosa che abbiamo realizzato. Cominciamo a parlarne e riceviamo una risposta distratta, magari un semplice «Ah, bene», seguito immediatamente da un altro argomento. Oppure qualcuno sottolinea ciò che avrebbe potuto andare meglio, i problemi che potrebbero presentarsi, le ragioni per le quali non dovremmo entusiasmarci troppo.
Non è detto che dietro queste reazioni ci siano disinteresse o mancanza d’amore. Le persone possono essere stanche, preoccupate, avere pensieri che in quel momento assorbono completamente la loro attenzione. E sarebbe ingiusto attribuire a una singola risposta il significato di un’intera relazione.
Ma quando determinate reazioni diventano abituali, chi le riceve può cominciare a modificare il proprio comportamento.
All’inizio magari insiste, cerca di spiegare perché quella notizia sia così importante, prova a coinvolgere l’altro. Successivamente potrebbe cominciare a scegliere ciò che vale la pena raccontare e ciò che, invece, preferisce tenere per sé.
È proprio questo passaggio che mi interessa.
Non siamo necessariamente davanti a una decisione consapevole. Nessuno si sveglia una mattina stabilendo di non condividere più la propria felicità con il partner. Può essere qualcosa che si costruisce lentamente, attraverso esperienze ripetute che finiscono per modificare le nostre aspettative.
Una persona che non si aspetta più partecipazione potrebbe smettere di cercarla.
E la cosa dolorosa è che, a quel punto, l’altro potrebbe non accorgersi nemmeno di ciò che sta accadendo. Non vede una richiesta respinta, non assiste a una discussione e non percepisce necessariamente un cambiamento evidente. Semplicemente, non riceve più certi racconti.
Non sa più quanto sia stato importante quel risultato, quanto entusiasmo abbia provocato quell’incontro, quanto piacere abbia dato un’esperienza vissuta durante la giornata.
Una parte della vita dell’altro continua a esistere, ma non viene più condivisa.
Nel 2006 Gable, Gonzaga e Strachman hanno approfondito questo aspetto studiando le risposte dei partner alla comunicazione di eventi positivi. La ricerca ha evidenziato quanto queste risposte fossero associate al benessere e alla stabilità della relazione nel periodo osservato. È un risultato interessante perché ci ricorda che la qualità di un legame non si esprime soltanto nella capacità di affrontare insieme la sofferenza, ma anche nel modo in cui partecipiamo alle esperienze positive dell’altro.
Credo che qui ci sia un aspetto umano sul quale riflettiamo troppo poco.
Ci aspettiamo che chi ci ama ci stia vicino quando siamo in difficoltà. Consideriamo quasi naturale che possa ascoltarci quando abbiamo paura, quando qualcosa va male o quando la vita ci mette alla prova. Ma forse dovremmo prestare altrettanta attenzione alla disponibilità che dimostriamo quando l’altro sta bene.
Essere contenti per qualcuno, infatti, non significa soltanto congratularsi. Significa riconoscere che ciò che rende felice quella persona merita attenzione, anche quando per noi non rappresenta qualcosa di particolarmente importante.
Un risultato che ai nostri occhi sembra modesto può avere un enorme valore per chi lo ha raggiunto. Una soddisfazione che non comprendiamo fino in fondo può rappresentare il compimento di un percorso difficile, fatto di sacrifici che magari non abbiamo visto.
E non serve condividere necessariamente lo stesso entusiasmo. A volte basta fermarsi, ascoltare e cercare di capire perché quella cosa abbia reso felice la persona che abbiamo davanti.
Questo vale nelle relazioni sentimentali, ma anche tra genitori e figli, nelle amicizie e in tutti quei rapporti nei quali la familiarità rischia di farci considerare scontata la presenza dell’altro.
Naturalmente non penso che una relazione debba trasformarsi in un luogo dove ogni soddisfazione venga celebrata. Sarebbe altrettanto artificiale pretendere entusiasmo continuo o interpretare qualsiasi momento di distrazione come una mancanza affettiva.
Il problema è un altro: accorgersi che, nel tempo, abbiamo smesso di partecipare a ciò che accade nella vita emotiva delle persone che ci sono vicine.
Mi colpisce soprattutto la possibilità che questa distanza possa convivere con una quotidianità apparentemente normale. Due persone possono continuare a fare progetti, uscire insieme, condividere il letto e occuparsi reciprocamente delle proprie necessità. E tuttavia una delle due può avere cominciato a cercare altrove qualcuno con cui raccontare le proprie soddisfazioni.
Non necessariamente un’altra relazione sentimentale. Può essere un amico, un collega, un familiare. Qualcuno che ascolta, fa domande, si interessa e partecipa.
Non c’è nulla di sbagliato nell’avere più persone con cui condividere la propria vita. Sarebbe persino preoccupante pensare che una sola relazione debba soddisfare ogni nostro bisogno affettivo.
La differenza, però, sta nella ragione per cui abbiamo smesso di rivolgerci a una persona che prima cercavamo spontaneamente.
Quando quella scelta nasce dalla convinzione che la nostra felicità non troverà ascolto, credo valga la pena interrogarsi su ciò che è cambiato.
Perché non sempre ci allontaniamo da qualcuno smettendo di amarlo o di desiderare la sua presenza. Possiamo anche cominciare a escluderlo, senza volerlo, da piccoli momenti della nostra esistenza che un tempo avremmo voluto vivere insieme.
E forse, prima ancora di domandarci perché il nostro compagno o la nostra compagna non ci racconti più certe cose, dovremmo provare a ricordare come abbiamo accolto le ultime che ha cercato di condividere con noi.
Non per trovare un colpevole, ma per capire se c’è ancora uno spazio nel quale entrambi sentiamo di poter portare qualcosa di bello, senza doverne giustificare l’importanza.
Perché può accadere che una persona torni a casa felice, ci trovi lì, come ogni giorno, e decida comunque di tenere quella felicità soltanto per sé.
E noi, magari, non ce ne accorgiamo nemmeno.
Riferimenti bibliografici
Gable, S. L., Reis, H. T., Impett, E. A., & Asher, E. R. (2004). What do you do when things go right? The intrapersonal and interpersonal benefits of sharing positive events. Journal of Personality and Social Psychology, 87(2), 228–245. DOI: 10.1037/0022-3514.87.2.228.
Gable, S. L., Gonzaga, G. C., & Strachman, A. (2006). Will you be there for me when things go right? Supportive responses to positive event disclosures. Journal of Personality and Social Psychology, 91(5), 904–917. DOI: 10.1037/0022-3514.91.5.904.
Reis, H. T., Smith, S. M., Carmichael, C. L., Caprariello, P. A., Tsai, F.-F., Rodrigues, A., & Maniaci, M. R. (2010). Are you happy for me? How sharing positive events with others provides personal and interpersonal benefits. Journal of Personality and Social Psychology, 99(2), 311–329. DOI: 10.1037/a0018344.
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