Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Quando per stare con gli altri impariamo a mettere da parte noi stessi
Ci sono conversazioni che durano pochi minuti, ma che continuano a pesarci per il resto della giornata. Non perché sia accaduto qualcosa di particolarmente grave, ma per lo sforzo che abbiamo dovuto compiere nel scegliere le parole, controllare le emozioni, prevedere le reazioni di chi avevamo di fronte.
A volte torniamo a casa stanchi e attribuiamo quella sensazione al lavoro, agli impegni, alle responsabilità quotidiane. Eppure non sempre è ciò che abbiamo fatto a pesare maggiormente. Può essere il modo in cui abbiamo dovuto comportarci con gli altri.
Penso a quelle persone che, all’interno di una relazione, finiscono per sentirsi continuamente responsabili dell’equilibrio emotivo di tutti. Persone che ascoltano, comprendono, mediano, giustificano. Che hanno imparato a riconoscere il disagio altrui ancora prima che venga espresso, mentre i propri bisogni rimangono spesso in secondo piano.
Una condizione che può svilupparsi lentamente, senza episodi particolarmente eclatanti, fino a diventare parte della normalità.
Ed è proprio questa normalità che merita di essere osservata.
Il peso psicologico di dover essere sempre disponibili
Nelle relazioni umane la gestione delle emozioni è inevitabile. Non possiamo esprimere ogni pensiero senza considerare chi abbiamo davanti, né pretendere che gli altri accolgano qualsiasi nostra reazione.
Tuttavia, esiste una differenza sostanziale tra il sapersi regolare emotivamente e il vivere nella necessità costante di farlo per evitare tensioni, disapprovazione o conflitti.
La sociologa Arlie Russell Hochschild ha studiato il lavoro attraverso il quale le persone gestiscono le proprie emozioni in rapporto alle aspettative sociali. Nei suoi studi distingue il lavoro emotivo richiesto in ambito professionale dalla gestione delle emozioni che accompagna la vita privata.
Quest’ultima riguarda anche ciò che facciamo quotidianamente per mantenere i rapporti: contenere una reazione, mostrare comprensione, offrire rassicurazioni, cercare di non ferire qualcuno.
Comportamenti che, quando sono reciproci, possono contribuire alla qualità delle relazioni. Uno studio di Curran e colleghi del 2015 ha esaminato proprio il rapporto tra queste forme di cura emotiva e la qualità della vita di coppia.
Il problema emerge quando tale impegno diventa sistematicamente sbilanciato e una persona sente di dover sostenere quasi da sola la stabilità del rapporto.
Pensiamo a chi non può permettersi di essere di cattivo umore perché qualcuno reagirebbe peggio. A chi rinuncia a raccontare una difficoltà personale perché sa che la conversazione finirebbe inevitabilmente sui problemi dell’altro. A chi deve continuamente dimostrare che le proprie intenzioni sono buone, anche quando non ha fatto nulla che richieda una giustificazione.
Non è la singola circostanza a rappresentare necessariamente un problema. È la ripetizione, soprattutto quando non esiste una possibilità concreta di sottrarsi a quel ruolo.
Quando tacere diventa il prezzo della relazione
C’è un meccanismo psicologico che trovo particolarmente significativo: imparare a non esprimere ciò che sentiamo per conservare un legame.
Dana Crowley Jack lo ha studiato attraverso il concetto di self-silencing, letteralmente il mettere a tacere se stessi.
Il fenomeno riguarda quelle modalità relazionali nelle quali una persona tende a reprimere bisogni, sentimenti e opinioni per evitare conflitti o il rischio di perdere l’approvazione altrui. Le ricerche hanno rilevato associazioni tra questa tendenza e la sintomatologia depressiva, senza che ciò consenta di stabilire automaticamente un rapporto di causa ed effetto.
Ma al di là della definizione scientifica, quello che mi interessa è ciò che può accadere nella vita ordinaria.
All’inizio si evita una discussione per non rovinare una serata. Poi si rinuncia a esprimere un disaccordo perché non si ha voglia di affrontare l’ennesima tensione. Successivamente si comincia a valutare in anticipo tutto ciò che potrebbe provocare una reazione spiacevole.
Fino a quando non ci si domanda quasi più cosa si desideri realmente dire, ma soltanto cosa convenga dire.
È una trasformazione sottile, perché può avvenire anche dentro rapporti caratterizzati da affetto autentico. Voler bene a qualcuno, però, non elimina automaticamente le difficoltà relazionali, né garantisce che entrambi abbiano la stessa libertà di espressione.
Gli studi di James Gross e Oliver John sulla regolazione emotiva hanno rilevato che la soppressione abituale dell’espressione delle emozioni è associata a un minore benessere psicologico e a un funzionamento interpersonale meno favorevole.
Questo non significa che ogni emozione debba essere manifestata immediatamente. Significa riconoscere la differenza tra scegliere consapevolmente quando parlare e sentirsi impossibilitati a farlo.
Nel primo caso esercitiamo una competenza. Nel secondo possiamo finire per sacrificare una parte della nostra libertà relazionale.
La disponibilità può diventare un obbligo
Credo che su questo fenomeno pesi anche una componente educativa e culturale che tendiamo a sottovalutare.
Molti di noi sono cresciuti attribuendo un valore importante alla capacità di comprendere, sopportare, aiutare e mettere gli altri al primo posto. Qualità che considero preziose, ma che possono assumere un significato differente quando diventano condizioni implicite per ottenere approvazione e sentirsi accettati.
In alcune famiglie c’è sempre qualcuno che deve mantenere la calma. Nelle coppie può esserci chi si assume abitualmente il compito di ricomporre ogni contrasto. Negli ambienti professionali troviamo persone alle quali viene richiesto di essere costantemente collaborative, anche quando questo comporta rinunciare a esprimere un dissenso legittimo.
Con il tempo queste aspettative possono trasformarsi in ruoli difficili da modificare.
Chi ha sempre ascoltato incontra talvolta resistenza quando chiede di essere ascoltato. Chi ha sempre detto di sì può sentirsi in colpa quando prova a rifiutare qualcosa. Chi ha garantito stabilità agli altri può avere difficoltà a mostrare un momento di fragilità.
Non necessariamente perché qualcuno voglia approfittarsene. Le relazioni si costruiscono anche attraverso abitudini e aspettative che finiscono per essere considerate naturali.
Ma ciò che appare naturale non è per questo sempre equilibrato.
Esiste inoltre una dimensione sociale che non può essere ignorata. L’educazione ricevuta, i ruoli di genere, le responsabilità familiari, le condizioni economiche e i rapporti di potere possono influenzare profondamente la libertà con cui una persona esprime i propri bisogni.
Dire semplicemente a qualcuno di imparare a mettere dei confini rischia allora di diventare una risposta superficiale. Non tutti dispongono della stessa autonomia, delle stesse risorse o della medesima possibilità di affrontare le conseguenze di un cambiamento.
Una persona può continuare ad adattarsi non perché sia incapace di affermarsi, ma perché teme di perdere una relazione importante, di compromettere la serenità familiare oppure perché si trova in una condizione di dipendenza materiale o affettiva.
E queste circostanze non possono essere liquidate con qualche frase motivazionale.
La perdita di spontaneità nelle relazioni
L’aspetto che personalmente considero più doloroso è ciò che può accadere al modo in cui una persona vive se stessa accanto agli altri.
In un rapporto nel quale dobbiamo continuamente controllarci, può diventare difficile sentirsi spontanei.
Anche un incontro apparentemente piacevole può richiedere una preparazione emotiva. Ci si domanda quale umore troveremo, quali argomenti sarà meglio evitare, quanto tempo dovremo dedicare ai problemi dell’altro e se ci sarà spazio anche per noi.
Talvolta il disagio non viene neppure riconosciuto come qualcosa che riguarda la relazione. Si pensa di essere diventati meno pazienti, più irritabili, meno disponibili. Oppure ci si rimprovera di non riuscire più a vivere certi rapporti con la stessa serenità di un tempo.
Ciò che rischiamo di non considerare è quanto possa essere impegnativo mantenere nel tempo un’immagine di noi sempre accomodante, comprensiva e capace di assorbire le difficoltà altrui.
Anche perché questo comportamento può essere rinforzato dall’approvazione sociale. Essere considerati persone sulle quali tutti possono contare rappresenta un riconoscimento importante. E qualche volta diventa difficile distinguere il piacere sincero di esserci per qualcuno dalla paura di deluderlo.
La questione riguarda allora la possibilità di esistere nelle relazioni senza dover continuamente dimostrare di meritare il proprio posto.
Poter dire che qualcosa ci ha ferito senza sentirsi accusati di essere esagerati. Manifestare stanchezza senza doverla giustificare. Esprimere un’opinione diversa senza vivere il disaccordo come una minaccia al rapporto.
Non significa pretendere relazioni prive di conflitti. Significa poter affrontare quei conflitti senza che uno dei due debba sistematicamente rinunciare a una parte di sé.
A volte ci accorgiamo di quanto una relazione ci impegni emotivamente in circostanze del tutto ordinarie.
Un appuntamento viene rimandato. Una cena salta all’ultimo momento. Qualcuno ci comunica che non potrà venire.
E invece del dispiacere avvertiamo sollievo.
Magari vogliamo sinceramente bene a quella persona, e proprio per questo ci sentiamo a disagio nel riconoscere quella sensazione. Non desideravamo necessariamente evitare lei, ma la fatica che spesso accompagna il nostro stare insieme.
Quella sera, almeno, non dovremo misurare le parole, preoccuparci di una reazione o spiegare ancora una volta qualcosa che avremmo voluto fosse semplicemente ascoltato.
Riferimenti bibliografici
Hochschild, A. R. (1979). Emotion Work, Feeling Rules, and Social Structure. American Journal of Sociology, 85(3), 551–575.
Hochschild, A. R. (1983). The Managed Heart: Commercialization of Human Feeling. University of California Press.
Jack, D. C., & Dill, D. (1992). The Silencing the Self Scale: Schemas of Intimacy Associated With Depression in Women. Psychology of Women Quarterly, 16(1), 97–106.
Duarte, L. M., & Thompson, J. M. (1999). Sex Differences in Self-Silencing. Psychological Reports, 85(1), 145–161.
Gross, J. J., & John, O. P. (2003). Individual Differences in Two Emotion Regulation Processes: Implications for Affect, Relationships, and Well-Being. Journal of Personality and Social Psychology, 85(2), 348–362.
Curran, M. A., McDaniel, B. T., Pollitt, A. M., & Totenhagen, C. J. (2015). Gender, Emotion Work, and Relationship Quality: A Daily Diary Study. Sex Roles, 73(3–4), 157–173.
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