Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Mi sono imbattuto in una frase che mi ha fatto riflettere: c’è una bella differenza tra fare politica e fare propaganda politica.
A prima vista potrebbe sembrare una distinzione scontata. Eppure, osservando il modo in cui discutiamo di politica, soprattutto sui social, mi viene da pensare che questa differenza non sia affatto chiara a tutti. E la cosa che trovo più interessante è che possiamo finire per fare propaganda anche senza rendercene conto, sinceramente convinti di esprimere un pensiero politico autonomo.
Non è una questione di destra o di sinistra, né di appartenenza a un determinato partito. È qualcosa che riguarda il nostro modo di pensare, di interpretare le informazioni e di rapportarci alle idee nelle quali ci riconosciamo.
La politica riguarda la vita collettiva, l’esercizio del potere, il confronto tra interessi differenti, le decisioni che incidono sulla società. Comprende inevitabilmente anche la ricerca del consenso. La propaganda è invece una forma di comunicazione che cerca di orientare opinioni e comportamenti verso una determinata posizione.
Le due cose possono incontrarsi, ma non coincidono.
Fare politica significa anche confrontarsi con problemi che non sempre hanno risposte semplici. La propaganda tende invece a presentare una determinata interpretazione della realtà in modo da renderla convincente e favorirne l’accettazione.
Questo non significa che ogni messaggio propagandistico sia falso. Sarebbe una semplificazione. Si può fare propaganda utilizzando fatti autentici, presentandone soltanto alcuni, attribuendo loro un significato particolare oppure tralasciando informazioni che potrebbero modificare il giudizio di chi ascolta.
Ed è qui che cominciano le difficoltà.
Se una persona pubblica continuamente contenuti a favore di un partito, ne ripete le dichiarazioni, ne condivide le critiche agli avversari e ne sostiene ogni scelta, sta facendo politica oppure sta contribuendo alla sua propaganda?
Non esiste una risposta valida per ogni situazione. Quella persona potrebbe essere realmente informata, condividere consapevolmente un progetto politico e avere argomenti solidi per sostenerlo. Oppure potrebbe aver fatto propria una narrazione senza averla mai esaminata davvero.
Dall’esterno, le due situazioni possono apparire molto simili.
Per comprenderle dobbiamo considerare anche ciò che accade sul piano psicologico.
Le nostre convinzioni non nascono sempre da un’analisi razionale e indipendente. Entrano in gioco l’educazione, le esperienze, l’ambiente sociale, i valori, i bisogni personali e il desiderio di appartenere a qualcosa. Non c’è nulla di anomalo in questo. Siamo esseri sociali e la nostra identità si costruisce anche attraverso le relazioni e i gruppi ai quali sentiamo di appartenere.
Il problema può nascere quando l’appartenenza diventa il criterio con cui giudichiamo la realtà.
La psicologia ha studiato a lungo il cosiddetto ragionamento motivato, quel processo per cui possiamo valutare le informazioni non soltanto in base alla loro attendibilità, ma anche in funzione delle conclusioni alle quali desideriamo arrivare.
In politica questo meccanismo può diventare particolarmente evidente. Una notizia favorevole al partito che sosteniamo ci appare immediatamente credibile, mentre una notizia contraria viene sottoposta a un esame molto più severo. Non necessariamente perché vogliamo ingannare qualcuno. A volte siamo noi stessi a non riconoscere questa differenza di giudizio.
E allora mi pongo una domanda: perché dovremmo sentire il bisogno di difendere un’idea politica?
Sostenere una convinzione e argomentarla è perfettamente legittimo. Ma difenderla indipendentemente dai fatti è un’altra cosa.
Se credessi in un principio, dovrei essere interessato a comprenderne la validità, a verificarne le conseguenze e a riconoscere eventuali contraddizioni. Non dovrei sentirmi obbligato a giustificare qualsiasi comportamento di chi dichiara di rappresentarlo.
Eppure, può accadere proprio questo.
Quando l’identificazione con un gruppo politico diventa particolarmente forte, una critica rivolta a quel gruppo può essere percepita come qualcosa di personale. Mettere in discussione una posizione finisce per significare, almeno emotivamente, mettere in discussione una parte di noi.
A quel punto cambiare idea può diventare difficile, perché non riguarda più soltanto ciò che pensiamo. Riguarda anche il timore di perdere coerenza, riconoscimento o appartenenza.
Non è un meccanismo inevitabile e non riguarda tutti allo stesso modo. Ma aiuta a comprendere come una persona possa trasformarsi, senza averlo scelto consapevolmente, in un veicolo di propaganda.
C’è però un’altra questione che considero importante, ed è quella di chi la politica la esercita direttamente.
Un politico può credere sinceramente in ciò che dice e, nello stesso tempo, utilizzare modalità comunicative propagandistiche?
Certamente è possibile.
Essere sinceramente convinti della bontà di una proposta non impedisce di presentarla in modo selettivo, di enfatizzarne i vantaggi o di minimizzarne i limiti. Una persona può essere così persuasa della correttezza delle proprie idee da sottovalutare le obiezioni, interpretare ogni critica come un ostacolo e considerare la propria visione l’unica ragionevole.
In questo caso non è necessario ipotizzare una volontà di ingannare. La convinzione personale può essere autentica, ma non per questo il modo di comunicare diventa automaticamente corretto o completo.
Esiste poi una situazione diversa: quella di chi utilizza consapevolmente la comunicazione per ottenere consenso, pur sapendo che ciò che sta raccontando è parziale, fuorviante o non corrisponde alle proprie convinzioni.
Qui entrano in gioco il calcolo, l’opportunità politica e la responsabilità individuale.
Ma occorre essere prudenti. Non possiamo conoscere con certezza le intenzioni di un politico semplicemente ascoltandone un discorso. La sincerità non si misura dal tono della voce, dalla sicurezza con cui vengono pronunciate certe parole o dall’intensità emotiva di un intervento. Possiamo invece confrontare dichiarazioni e comportamenti, verificare i fatti, osservare la coerenza delle decisioni e valutare quanto spazio venga lasciato alle informazioni contrarie.
Anche perché un politico può cambiare posizione per ragioni fondate, per nuove informazioni o per mutate condizioni. Il cambiamento, da solo, non dimostra opportunismo. Sono le ragioni e la trasparenza con cui viene spiegato a meritare attenzione.
Questo rende il confine tra politica e propaganda più complesso di quanto possa sembrare.
Un politico può essere sincero e fare propaganda. Può usare argomenti corretti per convincere gli elettori. Può cambiare idea in buona fede. Oppure può sostenere pubblicamente qualcosa in cui non crede, per convenienza. Sono possibilità differenti, che non dovrebbero essere confuse né giudicate senza elementi concreti.
E noi cittadini?
Credo che anche qui esista una responsabilità, seppure diversa da quella di chi ricopre un incarico pubblico.
Quando condividiamo un contenuto politico, spesso ci concentriamo su quanto rappresenti ciò che già pensiamo. Ci piace, ci convince, magari esprime con parole particolarmente efficaci qualcosa che avremmo voluto dire noi.
Ma quanto ci interessa sapere se quel contenuto sia completo? Se il contesto sia stato rispettato? Se quello stesso criterio di giudizio lo applicheremmo anche a un politico che non sosteniamo?
Sono domande tutt’altro che secondarie.
La propaganda non ha necessariamente bisogno di persone disinformate. Può trovare spazio anche tra individui istruiti, competenti e sinceramente interessati alla politica. Le capacità di ragionamento, infatti, non ci rendono automaticamente immuni dalla tendenza a cercare conferme delle nostre convinzioni.
E forse è proprio questo uno degli aspetti meno riconosciuti del problema: possiamo essere molto abili nel contestare le argomentazioni degli altri e assai meno disponibili a sottoporre allo stesso esame le nostre.
Con i social questa dinamica assume una dimensione particolare. Ogni contenuto può diventare un’occasione per manifestare appartenenza. Un commento, una condivisione, una presa di posizione pubblica non servono soltanto a comunicare un’opinione, ma possono anche rappresentare un modo per dichiarare da che parte stiamo.
E quando la discussione viene vissuta soprattutto come uno scontro tra schieramenti, comprendere ciò che dice l’altro rischia di diventare meno importante che dimostrare la superiorità della propria posizione.
Non vorrei però che questo ragionamento portasse a considerare sbagliato avere convinzioni forti. Non lo penso affatto.
Una società democratica ha bisogno di persone che partecipino, prendano posizione, difendano diritti e sostengano progetti nei quali credono. Il dissenso può essere necessario e il confronto politico non deve necessariamente concludersi con un accordo.
La differenza, per come la vedo, riguarda il rapporto che manteniamo con la realtà.
Posso sostenere una parte politica senza sentirmi obbligato a giustificarla sempre. Posso condividere un programma e contestare una decisione. Posso riconoscere un errore senza percepire di aver tradito qualcuno. Posso persino riconoscere che un avversario abbia ragione su una determinata questione, senza per questo rinunciare alle mie convinzioni.
Non è neutralità. È la possibilità di continuare a ragionare autonomamente.
La politica, del resto, non coincide soltanto con quello che viene dichiarato. Ha conseguenze concrete sulla vita delle persone. Una proposta dovrebbe poter essere discussa anche nei suoi costi, nei suoi limiti e nei risultati che produce. Un’affermazione dovrebbe poter essere verificata. Una promessa dovrebbe poter essere confrontata con ciò che è stato realmente fatto.
La propaganda può convivere con tutto questo, ma diventa particolarmente problematica quando il messaggio prende il posto della verifica e il consenso diventa più importante della comprensione.
Ripenso allora alla frase dalla quale sono partito.
C’è una bella differenza tra fare politica e fare propaganda politica.
Forse questa differenza non si riconosce contando quante volte una persona parla di politica, quanto sia convinta delle proprie idee o con quanta energia le sostenga.
Per comprenderla bisogna guardare anche a come costruisce le proprie argomentazioni, al rapporto che mantiene con i fatti, alla disponibilità a riconoscere le contraddizioni e al modo in cui considera chi non la pensa come lei.
E questo riguarda tanto chi governa quanto chi, ogni giorno, partecipa al dibattito pubblico.
Mi piacerebbe che fossimo capaci di distinguere più spesso una convinzione maturata attraverso il confronto da una posizione che abbiamo semplicemente imparato a ripetere.
Anche quando quella posizione ci rappresenta perfettamente.
Riferimenti bibliografici
Treccani. (s.d.). Politica. Enciclopedia online.
Treccani. (s.d.). Propaganda. Enciclopedia online.
Treccani. (s.d.). Propaganda. Enciclopedia delle scienze sociali.
Kunda, Z. (1990). The case for motivated reasoning. Psychological Bulletin, 108(3), 480–498.
Taber, C. S., & Lodge, M. (2006). Motivated skepticism in the evaluation of political beliefs. American Journal of Political Science, 50(3), 755–769.
Huddy, L., Mason, L., & Aarøe, L. (2015). Expressive partisanship: Campaign involvement, political emotion, and partisan identity. American Political Science Review, 109(1), 1–17.
Commenti recenti