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Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Ogni volta che un episodio di violenza, prepotenza o umiliazione coinvolge degli adolescenti, la reazione del mondo adulto segue quasi sempre lo stesso copione.

Si parla di ragazzi senza valori. Di giovani incapaci di rispettare le regole. Di una generazione cresciuta davanti agli schermi, fragile davanti a ogni difficoltà e spesso indifferente alla sofferenza degli altri.

In alcuni casi la preoccupazione è fondata. Esistono comportamenti che non possono essere minimizzati. Picchiare una persona, umiliarla, filmare un’aggressione invece di intervenire o chiedere aiuto non è una ragazzata. È un fatto grave.

Ma fermarsi alla condanna dei ragazzi è troppo semplice.

Perché i ragazzi non crescono nel vuoto.

Prima di giudicare ciò che sono diventati, dovremmo osservare con maggiore onestà il mondo adulto nel quale sono cresciuti. Dovremmo interrogarci sulle regole che hanno incontrato, sugli esempi che hanno osservato, sull’attenzione che hanno ricevuto, sullo spazio concesso alle loro emozioni e sulla qualità delle relazioni nelle quali hanno imparato a riconoscere sé stessi e gli altri.

La crisi educativa non nasce improvvisamente durante l’adolescenza. Comincia molto prima. Si costruisce lentamente dentro le case, nelle scuole, nelle relazioni e nella capacità degli adulti di mantenere una posizione credibile anche quando sarebbe più comodo rinunciare al proprio ruolo.

La famiglia è cambiata. Ma soprattutto è diventata più sola

Parlare della famiglia contemporanea richiede attenzione.

Non esiste un unico modello familiare capace di garantire il benessere psicologico dei figli. Una coppia formalmente unita non è necessariamente una famiglia sana. Una famiglia monogenitoriale, separata o ricostituita non è inevitabilmente fragile.

La qualità di una relazione non dipende soltanto dalla sua forma esteriore. Dipende dalla presenza, dalla continuità affettiva, dalla capacità di comunicare, dalla gestione del conflitto e dalla responsabilità esercitata dagli adulti.

Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la profondità della trasformazione sociale che stiamo attraversando.

Secondo l’Istat, nel biennio 2023 e 2024 il 36,2 per cento delle famiglie italiane era composto da una sola persona, mentre le coppie con figli rappresentavano il 28,2 per cento. La dimensione media delle famiglie è passata, nell’arco di vent’anni, da 2,6 a 2,2 componenti.

Tra il 2011 e il 2021, i nuclei con un solo genitore sono aumentati del 44 per cento, passando da circa 2 milioni e 650 mila a oltre 3 milioni e 800 mila.

Questi dati non autorizzano alcun giudizio morale.

Descrivono però una realtà evidente. Molte famiglie sono più ristrette, più esposte e meno sostenute da reti stabili. Quando arriva una difficoltà economica, una separazione, una malattia o un problema educativo, il peso ricade spesso su poche persone. Talvolta su una soltanto.

I nonni non sempre possono essere presenti. Le reti di vicinato si sono indebolite. I tempi del lavoro invadono quelli della vita privata. La gestione quotidiana dei figli richiede energie che non sono inesauribili.

La famiglia continua a essere il primo luogo della crescita. Ma troppo spesso viene lasciata sola mentre le viene chiesto di reggere quasi tutto.

La fatica non può diventare un alibi

Riconoscere il sovraccarico dei genitori non significa giustificare qualsiasi comportamento.

Un documento pubblicato nel 2024 dall’Office of the Surgeon General statunitense ha richiamato l’attenzione sulla pressione vissuta da genitori e caregiver. I dati riguardano gli Stati Uniti e non possono essere trasferiti automaticamente alla realtà italiana. Restano però un segnale importante.

Nel 2023, il 33% dei genitori intervistati dichiarava livelli elevati di stress nell’ultimo mese, rispetto al 20% degli altri adulti. Il 48% affermava di vivere uno stress completamente opprimente nella maggior parte delle giornate, rispetto al 26% degli altri adulti.

Tra i fattori di pressione indicati dal rapporto compaiono le difficoltà economiche, la mancanza di tempo, l’isolamento, la solitudine, la sicurezza dei figli, la gestione delle tecnologie digitali e l’incertezza sul futuro.

Non è difficile comprendere cosa significhi tutto questo nella vita quotidiana.

Un adulto stanco può diventare meno disponibile all’ascolto. Un genitore schiacciato dalle preoccupazioni può avere meno energia per sostenere un conflitto educativo. Una persona sola può scegliere la soluzione più rapida invece di quella più utile.

Ma comprendere la fatica non significa trasformarla in una giustificazione permanente.

Educare costa tempo. Costa presenza. Costa pazienza.

Significa ripetere una regola anche quando sembra inutile. Significa accettare di essere contestati. Significa tollerare la frustrazione di un figlio senza cercare immediatamente di spegnerla. Significa rinunciare alla tentazione di ottenere sempre il suo consenso.

Un figlio non ha bisogno di un adulto che voglia essere continuamente approvato.

Ha bisogno di un adulto affidabile.

Abbiamo confuso l’ascolto con la rinuncia al limite

Uno degli equivoci più pericolosi del nostro tempo riguarda il significato del limite.

Porre una regola viene talvolta vissuto come una forma di rigidità. Dire no genera sensi di colpa. Affrontare un conflitto sembra quasi incompatibile con l’idea di essere genitori attenti e affettuosi.

Ma ascoltare un figlio non significa rinunciare al proprio ruolo.

Riconoscere le sue emozioni non significa concedergli qualsiasi cosa.

Proteggerlo non significa impedirgli di incontrare ogni difficoltà.

La capacità di attendere, accettare una sconfitta, rispettare una regola e riconoscere la dignità degli altri non nasce spontaneamente. Si costruisce nel tempo, dentro relazioni nelle quali l’affetto e la responsabilità riescono a convivere.

Un bambino al quale viene risparmiato qualsiasi disagio non viene preparato alla vita.

Viene privato degli strumenti necessari per affrontarla.

Un adolescente che non incontra mai un limite credibile non diventa più libero. Rischia di diventare più fragile davanti alla realtà, perché la realtà non è costruita per assecondare ogni desiderio.

Non tutto ciò che provoca disagio è dannoso.

Alcune frustrazioni, quando sono proporzionate all’età e accompagnate dalla presenza di un adulto stabile, fanno parte della crescita.

Il digitale non è il male assoluto. Ma non è neutrale

Attribuire ai social media ogni forma di disagio giovanile sarebbe scorretto.

La tecnologia può offrire opportunità reali di apprendimento, creatività, comunicazione e accesso alle informazioni. Gli effetti non sono identici per tutti. Dipendono dall’età, dai contenuti, dal tempo di utilizzo, dalla vulnerabilità individuale e dalla qualità delle relazioni presenti nella vita reale.

Ma considerare le piattaforme digitali come strumenti neutrali sarebbe altrettanto ingenuo.

L’Advisory dell’Office of the Surgeon General dedicato ai social media e alla salute mentale dei giovani afferma che non è possibile concludere che queste piattaforme siano sufficientemente sicure per bambini e adolescenti.

Anche i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità meritano attenzione. Nella rilevazione relativa a Europa, Asia centrale e Canada, l’uso problematico dei social media tra gli adolescenti è passato dal 7 per cento del 2018 all’11 per cento del 2022.

Questo non significa che ogni ragazzo che utilizza i social sviluppi necessariamente un problema psicologico.

Significa che non possiamo affrontare il tema con superficialità.

Il problema non riguarda soltanto il numero di ore trascorse davanti a uno schermo.

Riguarda ciò che quello schermo sta sostituendo.

Quando il telefono viene utilizzato per evitare la noia, interrompere un pianto, spegnere un conflitto o riempire qualsiasi silenzio, non è più soltanto uno strumento. Diventa una scorciatoia relazionale.

E ogni scorciatoia ha un prezzo.

Un bambino ha bisogno anche di annoiarsi. Di attendere. Di osservare. Di immaginare. Di sostenere la fatica di non ricevere immediatamente una gratificazione.

Un adolescente ha bisogno di confrontarsi con il limite, con la differenza e con il rifiuto senza trasformare ogni difficoltà in qualcosa da eliminare nel minor tempo possibile.

Il digitale può amplificare alcune fragilità. Ma spesso trova terreno fertile dove la relazione adulta è diventata intermittente, distratta o troppo debole per contenere il disagio.

Non possiamo delegare tutto alla scuola

Quando una difficoltà esplode, il bersaglio diventa spesso la scuola.

Agli insegnanti viene chiesto di educare, ascoltare, motivare, includere, riconoscere il disagio, prevenire il bullismo, gestire i conflitti, vigilare sull’uso dei dispositivi e compensare ciò che talvolta manca altrove.

Ma la scuola non può sostituire la famiglia.

Può collaborare. Può sostenere. Può intercettare alcuni segnali. Può offrire occasioni di crescita fondamentali.

Non può assumersi da sola la responsabilità educativa di un’intera società.

Anche su questo esiste un dato che dovrebbe farci riflettere.

Nel rapporto diffuso nel 2024 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per Europa, Asia centrale e Canada, soltanto il 68% degli adolescenti dichiarava un elevato sostegno familiare. La quota risultava in calo rispetto alla precedente rilevazione del 2018.

Il dato non descrive ogni singola realtà. Non autorizza interpretazioni automatiche. Indica però una tendenza che non possiamo ignorare.

Quando un adolescente non trova un sostegno sufficiente in famiglia, incontra una scuola sovraccarica e costruisce una parte significativa delle proprie relazioni dentro ambienti digitali, il rischio non riguarda soltanto lui.

Riguarda la società nella quale dovrà diventare adulto.

Le responsabilità non sono tutte uguali. Ma riguardano tutti.

La crisi educativa non può essere ridotta a una guerra tra generazioni.

Non serve accusare indistintamente i genitori come se fossero tutti incapaci. Non serve descrivere i ragazzi come il prodotto inevitabile di una decadenza morale. Non serve idealizzare un passato nel quale esistevano famiglie formalmente unite ma attraversate da silenzi, rigidità e sofferenze mai riconosciute.

Serve una lettura più adulta.

Le famiglie hanno bisogno di essere sostenute, non soltanto giudicate. I servizi territoriali devono intervenire prima che il disagio diventi emergenza. La scuola deve recuperare autorevolezza senza essere lasciata sola. Le aziende tecnologiche devono assumersi una responsabilità concreta nella tutela dei minori. La politica deve smettere di parlare della famiglia soltanto come simbolo e cominciare a occuparsi delle condizioni reali nelle quali i figli vengono cresciuti.

Ma anche gli adulti devono recuperare il coraggio di educare.

Nessuna difficoltà sociale può cancellare completamente la responsabilità individuale.

Essere presenti non significa controllare ogni istante della vita di un figlio. Significa esserci davvero quando conta. Significa osservare, ascoltare, spiegare e mantenere una posizione credibile. Significa accettare che un figlio possa arrabbiarsi senza pensare che ogni conflitto debba essere evitato.

Significa comprendere che l’amore non coincide sempre con ciò che fa piacere nell’immediato.

Il prezzo dell’assenza educativa

Quando un adulto rinuncia sistematicamente al proprio ruolo, il problema non rimane chiuso dentro una casa.

Entra nelle scuole. Attraversa le relazioni. Si manifesta nella difficoltà di rispettare un confine, sostenere una frustrazione, assumersi una responsabilità, riconoscere l’esistenza degli altri e attribuire un peso alle proprie azioni.

Non tutti i ragazzi sono fragili. Non tutte le famiglie sono in difficoltà. Non ogni forma di disagio giovanile dipende dai genitori.

Sostenere il contrario sarebbe privo di rigore.

Ma continuare a parlare della fragilità dei ragazzi senza osservare anche la fragilità del mondo adulto è una forma di rimozione.

I figli non hanno bisogno di adulti perfetti.

Hanno bisogno di adulti presenti, credibili e sufficientemente responsabili da non abbandonare il proprio ruolo proprio quando esercitarlo diventa difficile.

Perché educare non significa evitare ogni ferita.

Significa fornire gli strumenti per attraversare la vita senza ferire continuamente gli altri e senza crollare davanti al primo limite.