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Articolo di: Gabriele Vinciguerra

C’è una frase che arriva spesso quando inizi a non essere più controllabile: “Sei cambiato”.

A volte è detta con dolore. A volte con fastidio. A volte con quella forma sottile di accusa che non cerca davvero di capirti, ma di riportarti al posto di prima. Perché il punto, molto spesso, non è che tu sia cambiato. Il punto è che hai smesso di abitare il ruolo che qualcuno aveva imparato ad assegnarti.

La psicologia sociale ci aiuta a guardare questo fenomeno senza ridurlo a una guerra tra buoni e cattivi. L’identità non vive soltanto dentro di noi. Si costruisce anche nelle appartenenze, nei ruoli, nei gruppi, nello sguardo degli altri. Stets e Burke, nel loro lavoro su identity theory e social identity theory, spiegano che il sé può definirsi attraverso ruoli sociali e appartenenze di gruppo, cioè attraverso il modo in cui una persona si colloca e viene riconosciuta dentro una struttura sociale.

Questo significa una cosa semplice e scomoda: non entriamo mai nelle relazioni come individui puri. Entriamo come figli, padri, madri, amici, partner, ex partner, colleghi, uomini, donne, persone forti, persone fragili, persone disponibili, persone problematiche, persone da salvare, persone da usare, persone da ammirare. Ogni ruolo porta con sé aspettative. Ogni aspettativa, se ripetuta nel tempo, diventa una gabbia elegante.

La famiglia è il primo mondo in cui questa gabbia prende forma.

In famiglia non siamo soltanto persone. Siamo funzioni emotive. C’è chi deve tenere insieme tutti. Chi deve non creare problemi. Chi deve riuscire. Chi deve fallire abbastanza da confermare la narrazione familiare. Chi deve essere forte perché nessuno vuole occuparsi della sua fragilità. Chi deve restare fragile perché qualcuno possa sentirsi necessario.

La teoria dei sistemi familiari di Bowen interpreta la famiglia come un’unità emotiva, nella quale i membri sono connessi in modo intenso e reciproco. Il Bowen Center descrive la famiglia proprio come un sistema emotivo complesso, in cui i comportamenti dei singoli non possono essere letti come eventi isolati.

Ecco perché il cambiamento di una persona può diventare disturbante per tutti. Se il figlio adulto smette di chiedere permesso per esistere, la famiglia perde il figlio prevedibile. Se il padre smette di essere solo funzione economica e pretende presenza emotiva, rompe un copione. Se la madre smette di sacrificarsi in silenzio, qualcuno la chiamerà egoista. Se una persona separata smette di identificarsi con la ferita e ricomincia a vivere, chi la voleva ferma dentro quella definizione può non riconoscerla più.

Non sempre è cattiveria. A volte è paura. A volte è rigidità. A volte è solo incapacità di aggiornare l’immagine che si aveva dell’altro. Ma l’effetto resta: tu cresci, loro ti chiedono di tornare piccolo.

Gli amici sono il secondo mondo.

L’amicizia dovrebbe essere uno spazio di libertà, ma spesso diventa uno spazio di conferma reciproca. Il gruppo ti riconosce finché resti fedele alla versione che conosce. Se eri quello ironico, devi continuare a sdrammatizzare. Se eri quello disponibile, devi esserci. Se eri quello che sbagliava sempre, la tua lucidità può dare fastidio. Se eri quello che non disturbava, il tuo confine può sembrare arroganza.

Dentro i gruppi, l’identità personale si intreccia con l’identità sociale. Le appartenenze non danno solo compagnia, danno definizione. Ci dicono chi siamo, dove stiamo, da chi siamo riconosciuti. La teoria dell’identità sociale, richiamata nel lavoro di Stets e Burke, mostra come il senso di sé sia legato anche alle categorie sociali e ai gruppi con cui una persona si identifica.

Per questo certi cambiamenti fanno rumore. Non cambiamo mai soltanto per noi. Cambiamo anche la posizione che occupavamo nella mente degli altri. Una crescita personale può diventare una minaccia silenziosa per chi aveva bisogno che restassimo fermi. Non perché quell’amico sia necessariamente un nemico. Ma perché la nostra trasformazione gli mostra qualcosa che forse lui non vuole guardare: la sua immobilità, la sua paura, la sua dipendenza da una versione vecchia del rapporto.

Poi c’è la società. Il terzo mondo. Il più freddo.

La società non ti conosce davvero. Ti classifica. Ti vuole leggibile. Ti assegna un’età, un genere, una funzione, un valore produttivo, un livello di desiderabilità, una posizione dentro il mercato, dentro la famiglia, dentro il corpo sociale. Non le interessa sempre la tua verità. Spesso le interessa la tua riconoscibilità.

Qui entra in modo centrale la psicologia del genere.

Il genere non è soltanto una dimensione individuale. È anche un sistema di norme, ruoli e aspettative sociali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il genere come l’insieme delle caratteristiche socialmente costruite associate a donne, uomini, ragazze e ragazzi, comprese norme, comportamenti, ruoli e relazioni. Precisa anche che queste norme cambiano tra le società e nel tempo.

Questo significa che un uomo non viene guardato soltanto come persona. Spesso viene misurato rispetto a un copione maschile: deve reggere, produrre, controllarsi, non crollare, non chiedere troppo, non mostrarsi vulnerabile, non perdere status. Se chiede aiuto, può essere letto come debole. Se si mostra ferito, può sembrare meno solido. Se prova a essere un padre affettivo e presente, può ancora incontrare giudizi impliciti che lo riportano al ruolo del maschio che deve fare, non sentire.

Una donna, allo stesso modo, viene spesso misurata rispetto a un copione femminile: deve accogliere, contenere, curare, comprendere, essere disponibile, ma senza diventare troppo autonoma, troppo assertiva, troppo libera, troppo scomoda. Se mette confini, può essere definita dura. Se sceglie se stessa, può essere accusata di egoismo. Se rifiuta il ruolo di cura permanente, diventa una minaccia all’ordine atteso.

La social role theory, associata ai lavori di Alice Eagly e Wendy Wood, collega molte differenze e aspettative di genere alla distribuzione sociale dei ruoli e alla divisione del lavoro, mostrando come i ruoli sociali contribuiscano a produrre aspettative su ciò che uomini e donne “dovrebbero” essere o fare.

Questo è il punto: molte persone non reagiscono a chi sei. Reagiscono al fatto che non confermi più ciò che si aspettavano dal tuo ruolo.

Quando un uomo smette di recitare invulnerabilità, rompe un copione. Quando una donna smette di giustificare ogni richiesta altrui, rompe un copione. Quando un figlio adulto smette di vivere sotto autorizzazione, rompe un copione. Quando un amico cambia direzione, rompe un patto implicito. Quando una persona separata non resta prigioniera del fallimento, rompe la comodità narrativa di chi l’aveva già archiviata.

Non sempre l’ordine che rompiamo è ingiusto agli occhi degli altri. A volte è semplicemente l’ordine che conoscevano. E molti preferiscono ciò che conoscono a ciò che è vero.

Naturalmente bisogna essere onesti. Non ogni cambiamento è crescita. A volte chiamiamo evoluzione una fuga. Chiamiamo libertà una difesa. Chiamiamo confini una chiusura. Chiamiamo autenticità una nuova forma di egoismo. La consapevolezza vera non è fare ciò che si vuole senza rispondere a nessuno. È assumersi la responsabilità di ciò che si diventa.

Ma quando il cambiamento nasce da un lavoro serio su di sé, da una maggiore lucidità, da confini più sani, da una presenza più intera, allora la reazione degli altri diventa rivelatrice.

Chi ti vuole bene davvero può faticare a capirti, ma non pretende che tu torni indietro per rassicurarlo.

Chi invece amava la tua funzione, prima o poi te lo farà pesare.

Non ti chiederà chi stai diventando. Ti accuserà di non essere più quello di prima.

Ed è lì che si vede la differenza.

Tra chi ama la tua presenza e chi amava la tua utilità. Tra chi riconosce la tua identità e chi voleva soltanto la tua obbedienza al ruolo. Tra chi ti incontra come persona e chi ti tollera solo finché resti dentro il personaggio che aveva imparato a gestire.

Diventare adulti significa anche questo: sopportare di deludere le aspettative sbagliate.

Non per ferire qualcuno.

Per non sparire da se stessi.

Fonti essenziali

Stets, J. E., & Burke, P. J. (2000). Identity Theory and Social Identity Theory. Social Psychology Quarterly, 63(3), 224, 237.

Bowen Center for the Study of the Family. Introduction to the Eight Concepts.

World Health Organization. Gender and health.

World Health Organization. Gender and health, Q&A.

Eagly, A. H., Wood, W., & Diekman, A. B. (2000). Social Role Theory of Sex Differences and Similarities.