Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Quando ero piccolo ero un bambino vivace, molto vivace, e credo anche profondamente sensibile.
Oggi, a distanza di tanti anni, faccio fatica a dire se fossi davvero fragile, perché è una parola che rischia di spiegare troppo e, nello stesso tempo, di non spiegare nulla. Probabilmente ero un bambino che sentiva molto, forse più di quanto riuscisse a esprimere, e che aveva bisogno di essere ascoltato, compreso e guidato. Avevo bisogno che qualcuno riuscisse a vedere ciò che esisteva dietro quella vivacità, dietro il movimento continuo, dietro quel modo di occupare lo spazio che poteva apparire soltanto come irrequietezza.
Forse avevo bisogno che qualcuno si fermasse e si chiedesse che cosa stessi cercando di dire.
I miei genitori mi hanno amato. Questo non è mai stato in discussione.
Mi hanno amato con tutto ciò che avevano, attraverso la loro storia, la loro fatica e gli strumenti che la vita aveva messo a loro disposizione. Mia madre era una casalinga, mio padre era un operaio. Entrambi avevano frequentato la scuola soltanto fino alla seconda elementare e provenivano da un piccolo paese in provincia di Agrigento, dentro un contesto culturale che apparteneva al Meridione degli anni Cinquanta.
Era un mondo nel quale si cresceva molto in fretta e nel quale la sopravvivenza veniva prima della comprensione di sé. Non c’erano le parole che utilizziamo oggi per parlare dei bisogni emotivi di un bambino, non c’era la possibilità di fermarsi a interrogarsi sul significato di un comportamento e spesso non esisteva nemmeno il tempo per capire che cosa stesse accadendo dentro di sé.
Mio padre aveva lavorato in miniera.
Quando mia sorella ebbe un incidente, fu necessario portarla a Pavia, perché potesse essere operata da un ortopedico capace. I miei genitori arrivarono qui per lei, per la necessità di salvarle il futuro, e poi decisero di rimanere. Io sono nato a Pavia, dentro una famiglia che aveva lasciato il proprio paese, le proprie radici e il mondo che conosceva per ricominciare altrove.
Quella era la loro storia, ed era una storia fatta di sacrifici, di paura, di lavoro, di distanze e di responsabilità affrontate senza potersi permettere troppe domande.
Mia madre cercava di fare tutto quello che poteva.
Lo faceva con la pazienza, con la buona volontà e con gli strumenti che possedeva. A volte riusciva a raggiungermi, altre volte probabilmente no. Oggi riesco a guardare quella donna in un modo diverso rispetto a quando ero bambino, perché allora vedevo soltanto mia madre, mentre oggi riesco a vedere anche la persona che era, con i suoi limiti, le sue paure e la responsabilità di crescere dei figli dentro una vita che non le aveva concesso molte possibilità.
Ci sono momenti nei quali penso a quanto possa essersi sentita sola, anche se non me lo ha mai detto.
Penso a quante volte abbia provato a capire che cosa fosse giusto fare, senza avere qualcuno che le spiegasse come ascoltare un figlio, come contenere la sua vivacità senza spegnerla, come riconoscere una sensibilità che forse non aveva ancora un nome. E penso anche a quante volte possa essersi chiesta se stesse facendo abbastanza, portandosi dentro domande che non aveva la possibilità di condividere.
Mio padre, invece, era autoritario. Era duro con me.
Da bambino non potevo vedere ciò che esisteva dietro quella durezza. Potevo soltanto sentirla addosso. Sentivo il peso delle sue parole, del suo modo di imporsi, della sua convinzione che la severità fosse necessaria per prepararmi alla vita.
Oggi riesco a comprendere qualcosa che allora non avrei potuto capire.
Mio padre aveva conosciuto la fatica in un modo che io non conoscevo. Aveva lavorato in miniera, aveva lasciato il proprio paese ed era arrivato a Pavia con una famiglia da proteggere. Probabilmente pensava che il mondo fosse un luogo nel quale bisognava imparare molto presto a difendersi, e forse credeva che rendermi più forte fosse il modo migliore per evitarmi la vita dura che aveva vissuto lui.
Nella sua durezza c’era anche la paura.
C’era il timore che io potessi soffrire, che potessi non essere abbastanza preparato, che il mondo potesse spezzarmi. Non sapeva proteggermi attraverso l’ascolto, e allora provava a proteggermi attraverso la severità. Non sapeva dirmi che aveva paura per me, e quindi cercava di insegnarmi a non mostrare paura.
Comprendere questo, però, non significa negare ciò che un figlio ha provato.
È possibile riconoscere l’amore dei propri genitori e, nello stesso tempo, ammettere che qualcosa è mancato. È possibile comprendere le loro intenzioni senza trasformare ogni loro comportamento in qualcosa di giusto. Possiamo essere grati per ciò che abbiamo ricevuto e portare dentro di noi le conseguenze di ciò che non siamo riusciti ad avere.
Per molto tempo ho pensato che queste due verità non potessero stare insieme.
O si riconosceva l’amore, oppure si dava spazio alla ferita. O si era riconoscenti, oppure si diventava ingiusti verso i propri genitori.
Oggi so che non è così.
Si può essere stati profondamente amati e non essere stati sempre compresi. Si può riconoscere la buona fede di un padre e ammettere che la sua durezza abbia lasciato qualcosa dentro di noi. Si può guardare la fatica di una madre con tenerezza e riconoscere che, in alcuni momenti, il bambino che eravamo avrebbe avuto bisogno di altro.
Diventare adulti significa anche riuscire a sostenere questa complessità, senza condannare e senza assolvere tutto, senza costruire genitori perfetti per difenderli e senza trasformarli nei responsabili di ogni nostra difficoltà.
Significa guardarli finalmente come esseri umani.
C’è una frase che mia madre mi ripeteva spesso e che oggi continua a tornarmi in mente.
«Guarda che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo».
Quando me lo diceva, io ci ridevo sopra. Le rispondevo che esagerava, che la faceva più grande di quanto fosse e che, in fondo, non poteva essere davvero così complicato.
Ero un figlio.
Pensavo che i genitori sapessero naturalmente che cosa fare, come se il fatto stesso di mettere al mondo un bambino consegnasse automaticamente tutte le risposte. Pensavo che crescere un figlio fosse una capacità spontanea, qualcosa che arrivava da sé, senza rendermi conto che dietro ogni scelta potevano esistere paura, incertezza e il timore costante di sbagliare.
Oggi sono padre anch’io. Ho due figli ormai grandi.
E quella frase mi emoziona.
Mi emoziona in un modo che faccio fatica a spiegare, perché oggi non ascolto più le parole di mia madre dalla posizione del bambino che ero. Le ascolto da uomo, da padre, da persona che ha sperimentato quanto sia possibile amare un figlio e sentirsi comunque inadeguati.
Mia madre aveva ragione.
Aveva ragione in un modo che allora non potevo comprendere, perché alcune verità diventano chiare soltanto quando la vita ci porta dall’altra parte. Soltanto quando smettiamo di essere figli e diventiamo genitori ci accorgiamo che l’amore, da solo, non risolve tutto.
Si può amare un figlio profondamente e commettere errori. Si può desiderare soltanto il suo bene e finire per imporgli le proprie paure. Si può cercare di proteggerlo e, senza rendersene conto, impedirgli di conoscere se stesso. Si può credere di indicargli la strada giusta mentre, in realtà, gli stiamo chiedendo di percorrere quella che avremmo voluto per noi.
Questa consapevolezza fa male.
Fa male perché ci obbliga a riconoscere che essere genitori non ci rende automaticamente giusti, non ci mette al riparo dagli errori e non ci consegna una conoscenza superiore della vita dei nostri figli.
Fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo perché non esiste una preparazione definitiva. Non c’è un manuale che possa dirci come comportarci in ogni situazione e non esiste un modello educativo capace di funzionare nello stesso modo con ogni figlio.
Si impara mentre si cresce insieme a loro.
Si impara attraverso le domande che non sappiamo come affrontare, attraverso i silenzi che ci spaventano e attraverso quella distanza che, prima o poi, ogni figlio ha bisogno di mettere tra sé e i propri genitori. Si impara quando un figlio ci mette davanti a una parte di noi che avremmo preferito non vedere, quando ci costringe a riconoscere che alcune nostre reazioni non appartengono al presente, ma provengono dalla nostra storia.
È in quel momento che possiamo scegliere se ripetere ciò che abbiamo ricevuto oppure provare a trasformarlo.
Il mondo nel quale sono cresciuto era profondamente diverso da quello nel quale vivono i ragazzi di oggi. Non credo sia utile stabilire se fosse migliore o peggiore, perché ogni epoca ha avuto le proprie difficoltà e le proprie forme di sofferenza.
Quello di oggi, però, è un mondo complesso, nel quale i giovani sono sovraesposti in un modo che noi non abbiamo conosciuto.
Sono continuamente osservati, confrontati e valutati. Vivono dentro un flusso che non si interrompe quasi mai e che propone modelli di bellezza, di successo, di felicità e di realizzazione difficili da raggiungere. Devono dare l’impressione di sapere sempre chi sono, mentre stanno ancora cercando di capirlo.
La loro fragilità viene esposta e, nello stesso tempo, negata.
Devono mostrarsi sicuri, desiderabili, performanti e felici, mentre dentro di loro possono crescere la paura di non essere abbastanza, il senso di inadeguatezza e la convinzione che ogni difficoltà sia un fallimento personale.
Essere genitore oggi non significa soltanto stabilire delle regole.
Significa avere la disponibilità a entrare in un mondo che non conosciamo fino in fondo e che non possiamo giudicare soltanto attraverso ciò che abbiamo vissuto noi. Significa riconoscere che molte delle risposte ricevute dai nostri genitori non sono più sufficienti e che alcuni modelli educativi, anche quando ci sono stati trasmessi in buona fede, possono non essere adeguati ai bisogni dei nostri figli.
La frase «con me ha funzionato» non può essere una giustificazione.
A volte ciò che chiamiamo educazione è stato soltanto adattamento. Abbiamo imparato a tacere, a non disturbare, a nascondere la paura e a non chiedere aiuto. Abbiamo imparato a compiacere gli adulti, a non deluderli e a trasformare il bisogno di approvazione in obbedienza.
Siamo diventati adulti, ma questo non significa che tutto ciò che abbiamo vissuto ci abbia fatto bene.
Alcune parti di noi sono cresciute, altre hanno semplicemente imparato a sopravvivere.
Per questo credo che essere genitori richieda la volontà di interrompere ciò che non vogliamo trasmettere. Non basta dire che abbiamo avuto genitori duri e che, nonostante tutto, siamo cresciuti. Dobbiamo chiederci quale prezzo abbiamo pagato e se vogliamo davvero che i nostri figli lo paghino allo stesso modo.
Un figlio non ha bisogno di un genitore che sappia sempre tutto.
Ha bisogno di un adulto capace di restare, anche quando non ha una risposta immediata. Ha bisogno di sentire che può parlare senza essere subito corretto e che può mostrare una difficoltà senza diventare una delusione.
Essere genitori non significa mettersi su uno scranno e guardare i figli dall’alto, convinti che l’età e l’esperienza ci autorizzino a conoscere ciò che è giusto per loro.
L’esperienza può renderci più consapevoli, ma può anche renderci rigidi.
Può aiutarci a guidare oppure portarci a confondere le nostre paure con la verità.
Il compito di un genitore non dovrebbe essere quello di dire a un figlio chi deve diventare, ma di aiutarlo a riconoscere chi è, anche quando ciò che scopre non corrisponde a ciò che avevamo immaginato per lui.
Questo significa sostenere la sua autostima, permettergli di riconoscere le proprie capacità e fargli sentire che il suo valore non dipende soltanto dai risultati. Significa lasciare che i suoi sogni appartengano a lui, senza trasformarli nelle nostre occasioni mancate o nella compensazione di ciò che non siamo riusciti a realizzare.
I figli non vengono al mondo per aggiustare la vita dei propri genitori.
Non devono portare il peso delle nostre rinunce e non dovrebbero sentirsi obbligati a diventare ciò che ci renderebbe più orgogliosi.
Dovrebbero poter diventare se stessi.
E forse è proprio questo l’aspetto più difficile dell’essere genitori, perché accompagnare un figlio verso la propria identità significa accettare che possa prendere una direzione diversa dalla nostra, che possa allontanarsi da ciò che avevamo immaginato e che possa scegliere una vita che noi non avremmo scelto.
Amarlo davvero significa anche tollerare questa distanza.
Significa esserci senza occupare tutto lo spazio, proteggere senza impedire l’esperienza e guidare senza trasformare la guida in controllo. Significa riconoscere che un figlio può fallire senza essere un fallimento e che può attraversare la paura, la confusione e la fragilità senza perdere per questo il nostro amore.
L’autostima nasce anche da qui.
Nasce dal sentirsi riconosciuti e non soltanto valutati, dal sapere che il proprio valore non scompare quando si sbaglia e dalla certezza che qualcuno riesce a vedere ciò che siamo anche quando non corrispondiamo alle sue aspettative.
Quando ripenso a mia madre e alla frase che mi ripeteva, oggi non rido più.
Mi emoziono perché, dentro quelle parole, riesco a vedere tutta la fatica di una donna che cercava di fare il meglio che poteva. Riesco a immaginare i dubbi che non mi ha raccontato, le volte in cui si sarà sentita inadeguata e i sensi di colpa che forse ha portato dentro di sé senza avere le parole per esprimerli.
E riesco a vedere mio padre oltre la sua durezza.
Vedo un uomo che aveva conosciuto la miniera, la fatica e la responsabilità di lasciare il proprio paese per proteggere la sua famiglia. Vedo un padre che cercava di prepararmi alla vita nel solo modo che conosceva, convinto che rendermi duro fosse il modo migliore per impedire al mondo di ferirmi.
Oggi riesco a riconoscere l’amore dentro i loro limiti, ma riesco anche a riconoscere il bambino che ero e ciò di cui avrebbe avuto bisogno.
Non sento il bisogno di scegliere tra queste due verità.
Posso amare i miei genitori e, nello stesso tempo, dare dignità a ciò che mi è mancato.
Posso comprendere mio padre senza cancellare la durezza che ho sentito e posso guardare mia madre con tenerezza senza fingere che sia sempre riuscita a raggiungermi.
Dentro questa storia riconosco me stesso, prima come figlio e poi come padre.
E forse è proprio questo il passaggio più difficile: accettare che, mentre cerchiamo di non ripetere gli errori dei nostri genitori, possiamo commetterne altri. Non perché amiamo meno i nostri figli, ma perché anche noi siamo esseri umani, portiamo dentro una storia e possiamo offrire soltanto ciò che siamo disposti a mettere in discussione.
I figli si mettono al mondo con consapevolezza, ma la consapevolezza non può fermarsi al momento della nascita.
Deve continuare dopo, mentre crescono e mentre cambiano. Deve trasformarsi nella capacità di ascoltarli, di rivedere le proprie convinzioni e di chiedere scusa quando ci accorgiamo di avere sbagliato.
Essere genitori non significa possedere tutte le risposte.
Significa trovare il coraggio di restare accanto alle domande dei propri figli, anche quando quelle domande mettono in crisi tutto ciò che credevamo di sapere.
Forse mia madre, con la sua seconda elementare e con una conoscenza della vita costruita sulla fatica, aveva compreso una verità enorme.
Mettere al mondo un figlio non basta.
Bisogna provare, ogni giorno, a diventare il genitore di cui quel figlio ha bisogno, sapendo che non sempre ci riusciremo e che, proprio per questo, dovremo continuare a imparare.
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