Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Esiste un momento silenzioso, quasi invisibile, in cui un genitore guarda suo figlio e pensa: lo conosco. So come ragiona, so cosa prova, so chi è.
Ed esiste un momento speculare in cui un figlio osserva il proprio genitore e conclude la stessa cosa.
La psicologia dello sviluppo invita a sospendere questa certezza. Non per distruggere la fiducia, ma per renderla più reale.
Gli studi sulle discrepanze percettive tra genitori e figli mostrano un dato costante. Le valutazioni che danno dello stesso comportamento spesso non coincidono. Le ricerche condotte con strumenti come l’ASEBA sviluppato da Thomas Achenbach evidenziano differenze significative tra ciò che il genitore osserva e ciò che il figlio riferisce di vivere interiormente. Non si tratta di menzogna. Si tratta di prospettiva.
Il genitore vede il comportamento. Il figlio sente l’esperienza.
Questo scarto è fisiologico. È parte della natura relazionale. Ma diventa problematico quando viene negato.
Donald Winnicott parlava di vero sé e falso sé. In alcune condizioni relazionali, il bambino può adattarsi alle aspettative dell’ambiente, mostrando la parte di sé che viene accolta o premiata. Il genitore può così sviluppare la convinzione di conoscere pienamente il figlio. In realtà conosce ciò che il figlio ha imparato a rendere visibile. Il nucleo più autentico può restare più protetto, più silenzioso.
Dall’altra parte, anche il figlio costruisce un’immagine del genitore che non è una fotografia oggettiva. John Bowlby, con la teoria dell’attaccamento, ha descritto i modelli operativi interni. Sono schemi mentali ed emotivi che organizziamo sulla base delle esperienze precoci. Se un bambino vive una fase di distanza o imprevedibilità, quell’esperienza può sedimentarsi e diventare la lente attraverso cui leggerà il genitore negli anni successivi. Anche se quel genitore nel frattempo è cambiato.
Qui entra un elemento decisivo. Le persone cambiano.
Lo sviluppo è un processo continuo lungo tutto l’arco della vita. La psicologia contemporanea è concorde su questo punto. Non esiste una identità cristallizzata. Un figlio di dieci anni non è lo stesso individuo a quindici. Un genitore a quarant’anni non è identico a se stesso a sessanta. Tuttavia il nostro cervello tende a costruire narrazioni stabili, coerenti. Una volta che abbiamo formato un’immagine di qualcuno, tendiamo a cercare conferme e a ignorare le informazioni dissonanti. È il cosiddetto bias di conferma, ampiamente documentato nella letteratura psicologica.
Nella relazione genitore figlio questo meccanismo può irrigidire la comunicazione.
Il genitore continua a vedere il figlio come “timido”, “ribelle”, “fragile”. Il figlio continua a percepire il genitore come “controllante”, “distante”, “ipercritico”. Le etichette, anche quando nascono da esperienze reali, rischiano di congelare l’identità.
Un altro concetto utile è quello di mentalizzazione, sviluppato in ambito clinico da Peter Fonagy. Mentalizzare significa riconoscere che l’altro possiede stati mentali autonomi, pensieri, emozioni e intenzioni che non coincidono necessariamente con i nostri. In altre parole, significa accettare che l’altro è opaco in parte, non completamente trasparente.
La relazione sana non è quella in cui tutto è perfettamente compreso. È quella in cui resta viva la curiosità.
Quando un genitore smette di chiedersi chi sta diventando suo figlio, la relazione rischia di fermarsi. Quando un figlio smette di vedere il genitore come una persona con una storia, paure, fragilità e trasformazioni, perde la complessità della relazione.
C’è anche un livello psicosociale da considerare. Viviamo in un contesto culturale che enfatizza il controllo e la previsione. Sapere tutto, anticipare tutto, monitorare tutto. Questo modello può infiltrarsi nella genitorialità, alimentando l’illusione che conoscere significhi controllare o prevedere ogni comportamento. In realtà la conoscenza autentica richiede ascolto, tolleranza dell’incertezza e capacità di aggiornare continuamente la propria rappresentazione dell’altro.
La domanda non è quindi se genitori e figli si conoscano davvero.
La domanda è se sono disposti a continuare a conoscersi.
Conoscere non è un atto concluso. È un processo dinamico, relazionale, fatto di aggiustamenti continui. Significa accettare che una parte dell’altro resterà sempre fuori dal nostro pieno accesso. E che proprio in quella zona non totalmente visibile si gioca la libertà individuale.
Forse l’atto più maturo non è dire ti conosco.
È dire voglio restare in ascolto di chi stai diventando.