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Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Ci sono fratture che non fanno rumore, ma scavano nel tempo. La distanza tra ciò che una generazione desidera e ciò che realisticamente può ottenere è una di queste. Non è solo un tema economico. È una questione psicosociale che riguarda fiducia, identità, appartenenza.

Partiamo dai dati, perché senza dati restiamo nelle impressioni. Secondo ISTAT, i salari reali italiani hanno registrato negli ultimi decenni una crescita molto contenuta rispetto ad altri Paesi europei. L’OCSE ha più volte evidenziato come l’Italia sia tra le economie avanzate con la dinamica salariale più stagnante nel lungo periodo. Questo significa una cosa semplice: il potere d’acquisto di molti lavoratori non è cresciuto in modo significativo mentre il costo della vita è aumentato.

Nel frattempo la cultura dominante, alimentata anche dai social media, propone modelli di consumo elevati e costanti. Viaggi frequenti, ristoranti, abiti nuovi, case curate come set fotografici, produttività incessante. Il messaggio implicito è chiaro: valgo se mostro. Valgo se performo. Valgo se consumo.

Quando la struttura economica non consente di sostenere questi standard, si crea una frattura tra aspettativa e possibilità. In psicologia questo produce dissonanza cognitiva, cioè una tensione interna tra ciò che credo di dover essere e ciò che posso realmente essere. Se questa tensione è continua, si trasforma in ansia, frustrazione, senso di inadeguatezza.

La questione giovanile è il punto più delicato. L’Italia registra da anni un flusso significativo di giovani qualificati che si trasferiscono all’estero. Non si tratta solo di stipendi più alti. Si tratta di percezione di mobilità, di meritocrazia, di possibilità di crescita. La letteratura sulla giustizia organizzativa mostra che quando le persone percepiscono il sistema come equo, accettano anche sacrifici temporanei. Quando lo percepiscono come chiuso e opaco, si disimpegnano o se ne vanno.

Dire che “abbiamo tolto il futuro ai giovani” è una frase forte. Va maneggiata con precisione. Non esiste un unico responsabile, ma esiste una responsabilità collettiva delle classi dirigenti, economiche e politiche. Se per trent’anni non si investe in innovazione, formazione, ricerca, politiche attive del lavoro, il risultato non è casuale. È strutturale.

Qui entra in gioco la politica. È troppo facile ridurre tutto a una generica accusa. La politica è fatta di persone, partiti, visioni, interessi. È anche fatta di vincoli di bilancio, equilibri internazionali, complessità amministrative. Tuttavia, quando per decenni non si produce una strategia efficace di crescita salariale, di sostegno alle imprese innovative, di valorizzazione del capitale umano, la giustificazione tecnica non basta più.

La responsabilità non è solo nell’errore puntuale. È nella mancanza di visione. Una classe politica che reagisce alle emergenze senza costruire traiettorie di lungo periodo genera precarietà sistemica. E la precarietà sistemica non è solo economica, è psicologica. Quando il futuro appare opaco, le persone investono meno in sé stesse, rimandano scelte importanti, riducono la fiducia nelle istituzioni.

Affermare che a destra o a sinistra non vi sia una proposta convincente è una valutazione politica legittima ma deve essere sostenuta da analisi concrete dei programmi, delle riforme attuate, degli effetti misurabili. Il rischio è cadere in una generalizzazione che alimenta ulteriore disillusione. La critica è necessaria. Il cinismo totale, però, è paralizzante.

C’è un altro aspetto che raramente viene discusso. L’Italia è un Paese con una forte componente patrimoniale familiare, con una percentuale elevata di case di proprietà e reti intergenerazionali di sostegno. Questo ha attutito alcune conseguenze economiche ma ha anche irrigidito la mobilità sociale. Se il benessere dipende in larga parte dall’eredità o dal contesto familiare, la percezione di meritocrazia si riduce.

Sul piano psicosociale questo genera tre possibili reazioni, ben documentate negli studi sui sistemi percepiti come ingiusti. La prima è l’adattamento passivo, si abbassano le aspettative e si riduce l’impegno. La seconda è la fuga, si cerca altrove ciò che non si trova qui. La terza è la rabbia, che può tradursi in protesta o in radicalizzazione.

Se vogliamo essere onesti fino in fondo, non possiamo ignorare la responsabilità culturale oltre a quella politica. Abbiamo costruito un immaginario in cui il successo è visibile, immediato, individuale. Abbiamo normalizzato l’idea che il valore coincida con la performance continua. In un contesto di stagnazione economica questo immaginario diventa una trappola.

Responsabilizzare chi governa significa chiedere trasparenza sui dati, coerenza tra promesse e risultati, investimenti verificabili in formazione, innovazione, lavoro stabile. Significa anche chiedere competenza. Non basta la retorica. Servono politiche valutabili nei loro effetti.

Ma responsabilizzare non può significare delegare tutto. Una società matura non si limita a denunciare. Costruisce reti, investe in capitale sociale, sostiene iniziative locali, promuove cultura della legalità e dell’equità. La fiducia non nasce solo dall’alto. Nasce anche dal basso.

Il nodo centrale resta questo: una comunità che non offre prospettive realistiche ai giovani rischia di erodere la propria coesione. Non è una questione ideologica. È un dato sociale. La fiducia collettiva è un bene fragile. Quando si incrina, i costi non sono immediati ma profondi.

La domanda finale non è se il sistema sia imperfetto. Lo è. La domanda è se siamo disposti a pretendere competenza, visione e responsabilità da chi ci rappresenta, senza rifugiarci nel disincanto permanente. Perché una società che smette di credere nella possibilità di migliorarsi diventa statica. E la staticità, nel tempo, è la forma più silenziosa di declino.