Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Il desiderio di amare e di essere amati non sembra essere scomparso. Sono cambiate le condizioni nelle quali una relazione nasce, cresce e prova a diventare stabile. Tra ciò che si impara in famiglia, ciò che la società richiede e ciò che la tecnologia rende possibile, stare con qualcuno significa trovare un equilibrio delicato tra autonomia e appartenenza.
Due ragazzi possono frequentarsi per mesi, cercarsi ogni giorno, condividere pensieri, corpo, tempo, perfino una parte importante della propria intimità, senza riuscire a capire esattamente che cosa siano diventati l’uno per l’altra.
Non è necessariamente disinteresse. E non basta liquidare tutto dicendo che i giovani non vogliono più impegnarsi.
Dietro alcune forme contemporanee di relazione c’è spesso il tentativo di tenere insieme due esigenze: stare con qualcuno senza rinunciare a se stessi, costruire un legame senza percepirlo come una perdita di libertà.
I dati italiani invitano alla prudenza prima di parlare di una generazione che avrebbe rinunciato alla coppia. Nell’indagine Istat sui ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, il 74,5 per cento immagina il proprio futuro in coppia, il 72,5 per cento pensa al matrimonio e il 69,4 per cento dichiara di desiderare figli. Non sappiamo quanti di questi desideri diventeranno scelte adulte, ma sappiamo che l’idea di costruire un legame continua a occupare un posto importante nell’immaginario dei più giovani.
Il punto, allora, non sembra essere se i giovani desiderino ancora una relazione. È capire dentro quale società stanno cercando di costruirla.
Essere adulti senza avere ancora una vita adulta
Per molto tempo l’ingresso nell’età adulta è stato accompagnato da passaggi relativamente riconoscibili: terminare gli studi, iniziare a lavorare, lasciare la famiglia di origine, costruire una coppia, eventualmente avere figli. Non erano percorsi uguali per tutti e non erano necessariamente migliori, ma offrivano una successione sociale più definita.
Oggi quella successione è molto meno prevedibile.
Nel 2025 i giovani italiani hanno lasciato la casa dei genitori, in media, a 30,2 anni, contro i 26,3 anni dell’Unione europea. Eurostat rileva inoltre che nei Paesi nei quali l’uscita dalla famiglia avviene più tardi, tra cui l’Italia, l’occupazione dei giovani tra i 20 e i 29 anni tende a essere inferiore alla media europea. È un’associazione che non permette di ridurre il fenomeno a una sola causa, ma restituisce bene il peso delle condizioni materiali sulla conquista dell’autonomia.
Sul piano umano significa qualcosa di molto concreto.
Si può essere abbastanza adulti da amare qualcuno, ma non abbastanza autonomi economicamente da immaginare una casa insieme. Si può desiderare una convivenza e doverla rimandare. Si può vivere una relazione importante continuando ad abitare nella propria famiglia di origine, dentro spazi e regole che appartengono ancora a una fase precedente della vita.
La precarietà non entra nelle relazioni soltanto attraverso il denaro. Entra nella possibilità di immaginarsi nel tempo.
Quando non so ancora dove lavorerò, dove vivrò e quanto potrò realmente decidere della mia vita, diventa più difficile dare forma anche a un progetto condiviso. Questo non significa che l’incertezza economica determini l’instabilità sentimentale. Significa riconoscere che i sentimenti non vivono fuori dalla realtà sociale.
Una coppia può amarsi molto e avere comunque bisogno di condizioni concrete per trasformare quel legame in una vita insieme.
La libertà ha cambiato anche l’amore
Ci sono trasformazioni che sarebbe sbagliato rimpiangere.
La coppia del passato era spesso sostenuta da vincoli sociali, economici e culturali molto più forti. I ruoli erano maggiormente definiti, soprattutto quelli femminili, la separazione era più stigmatizzata e la dipendenza economica poteva rendere estremamente difficile lasciare una relazione anche quando era diventata profondamente infelice.
Avere più possibilità di scegliere se restare è un progresso.
Quella libertà, però, comporta che molte cose prima stabilite dalle convenzioni debbano essere definite dalle persone.
Che cosa significa essere fedeli? Quanto spazio personale possiamo mantenere? Quanto è legittimo chiedere all’altro? Quando il bisogno di rassicurazione diventa controllo? Quanto possiamo cambiare senza che il partner senta minacciato il rapporto?
Sono questioni che riguardano il modo in cui ciascuno riesce a stare vicino a qualcuno senza perdersi dentro quella vicinanza.
Una cultura che attribuisce grande valore all’autonomia personale e all’autorealizzazione ha contribuito a liberarci da molti legami vissuti come obblighi. Ma una relazione significativa richiede anche di tollerare che l’altro non corrisponda sempre ai nostri bisogni, che abbia tempi diversi, che ci deluda qualche volta, che non possa rassicurarci in ogni momento.
Questo non significa sopportare ciò che ferisce, umilia o annulla.
Significa imparare a distinguere tra ciò che appartiene alla normale presenza di due persone diverse e ciò che invece rende una relazione dannosa. È una capacità che richiede esperienza, consapevolezza e modelli relazionali sufficientemente buoni.
E quei modelli cominciano molto prima della prima storia d’amore.
Quello che abbiamo visto prima di sapere che si chiamava amore
La famiglia non insegna le relazioni attraverso una lezione.
Le insegna attraverso ciò che accade ogni giorno.
Molto prima di innamorarci osserviamo che cosa fanno le persone quando si vogliono bene e sono arrabbiate. Scopriamo se possono dissentire continuando a rispettarsi. Vediamo se dopo una discussione qualcuno riesce a tornare, spiegarsi, riconoscere una responsabilità, oppure se il conflitto diventa silenzio, disprezzo, umiliazione.
Impariamo se chiedere affetto è possibile. Se mostrare una fragilità ci espone alla derisione. Se l’autonomia viene accolta oppure vissuta come un abbandono. Se la gelosia viene raccontata come una prova d’amore. Se controllare qualcuno viene confuso con il preoccuparsi per lui.
Una revisione sistematica di 40 studi ha rilevato associazioni tra la qualità delle relazioni con i genitori e diversi aspetti del successivo funzionamento delle relazioni sentimentali, con evidenze particolarmente consistenti per l’adattamento di coppia e le modalità di interazione tra partner. Non significa che la famiglia determini il destino sentimentale di una persona. Significa che le prime relazioni contribuiscono alla formazione delle aspettative con cui, successivamente, ci avviciniamo agli altri.
Anche l’attaccamento va compreso in questo senso, senza trasformarlo nell’ennesima etichetta con cui descrivere le persone. Riguarda, tra le altre cose, ciò che abbiamo imparato ad aspettarci dalla vicinanza: se l’altro sarà disponibile quando ne avremo bisogno, se possiamo fidarci, se possiamo essere autonomi senza perdere il legame.
E soprattutto non bisogna confondere la qualità delle relazioni familiari con la forma della famiglia.
Uno studio condotto su 1.078 giovani adulti spagnoli non ha trovato che il divorzio dei genitori, considerato di per sé, fosse associato a maggiore ansia o evitamento nell’attaccamento sentimentale o a peggiori aspettative sulle relazioni. Il conflitto intergenitoriale mostrava invece associazioni più consistenti con alcuni di questi aspetti.
Una revisione sistematica di 17 studi sul conflitto tra genitori e sulle successive relazioni dei giovani adulti ha rilevato associazioni con peggiori modalità di comunicazione e gestione dei contrasti, comportamenti conflittuali più negativi e minore qualità della relazione. Anche qui parliamo di associazioni, non di destini inevitabili.
È una distinzione importante.
Un figlio non impara necessariamente che l’amore fallisce perché vede due genitori separarsi.
Può ricevere un messaggio molto più dannoso vedendoli restare insieme mentre si disprezzano, si umiliano, si controllano o utilizzano il silenzio e l’affetto come strumenti di potere.
Oppure può vedere due adulti riconoscere che il loro rapporto è terminato e continuare a trattarsi con rispetto.
Anche questo insegna qualcosa sull’amore.
Quando la relazione entra nello smartphone
A tutto questo si è aggiunto un ambiente che le generazioni precedenti non avevano mai conosciuto nella stessa forma.
Lo smartphone non è semplicemente uno strumento utilizzato da chi vive una relazione. È diventato uno dei luoghi nei quali la relazione accade.
Attraverso uno schermo ci si conosce, ci si cerca, ci si rassicura, si litiga, ci si desidera e ci si lascia. La letteratura sulla cyberintimacy, cioè sull’intimità mediata dalla tecnologia, mostra che gli strumenti digitali partecipano ormai alle diverse fasi delle relazioni sentimentali, dalla formazione al mantenimento fino alla loro conclusione.
Sarebbe però superficiale attribuire alla tecnologia la responsabilità dei problemi relazionali.
Uno smartphone può permettere a due persone lontane di sentirsi vicine. Può mantenere il contatto, facilitare la comunicazione, creare uno spazio di intimità.
Può anche rendere molto semplice sapere quando qualcuno è online, osservare chi segue, controllare le sue interazioni pubbliche, chiedere dove si trovi o pretendere una disponibilità continua.
Una revisione sulle esperienze adolescenziali di abuso digitale nelle relazioni ha rilevato come le tecnologie possano essere utilizzate per facilitare controllo, monitoraggio e sorveglianza. Gli stessi autori sottolineano i limiti della letteratura disponibile e la necessità di ulteriori ricerche.
La tecnologia non crea automaticamente gelosia, insicurezza o bisogno di controllare. Può però fornire a questi vissuti strumenti attraverso cui esprimersi continuamente.
Ed è possibile che sapere di più non significhi sentirsi più sicuri.
Perché nessuna quantità di informazioni può sostituire la fiducia.
Essere due senza smettere di essere se stessi
Alla fine famiglia, società e tecnologia arrivano tutte nello stesso luogo: dentro una relazione tra due persone.
Ognuna porta la propria storia. Il modo in cui ha imparato a chiedere affetto, a difendersi, ad affidarsi, ad allontanarsi. Porta le proprie paure e il bisogno di sentirsi scelta, insieme a quello altrettanto legittimo di non sentirsi posseduta.
Non abbiamo elementi per sostenere che i giovani abbiano perso la capacità di amare.
Stanno imparando a farlo dentro una società che offre una libertà personale molto maggiore rispetto al passato ma rende meno scontati molti passaggi della vita adulta. Devono proteggere la propria identità senza trasformare ogni compromesso in una perdita di sé. Devono capire che essere liberi dentro una relazione non significa necessariamente mantenere sempre pronta una via d’uscita e che appartenere alla vita di qualcuno non significa concedergli il diritto di controllarci.
E noi adulti dovremmo ricordare che non imparano tutto questo soltanto dalle parole che rivolgiamo loro.
Imparano guardando come amiamo.
Come discutiamo. Come chiediamo scusa. Come affrontiamo una separazione. Come trattiamo una persona quando non ci dà più ciò che avremmo voluto. Come reagiamo quando qualcuno che amiamo sceglie qualcosa che non coincide con i nostri desideri.
Possiamo spiegare a un ragazzo che una relazione dovrebbe contenere rispetto, ascolto e libertà. Ma quelle parole acquisteranno un significato molto più concreto se, crescendo, avrà avuto la possibilità di vedere qualcuno provare davvero a viverle.
Fonti
Istituto Nazionale di Statistica, ISTAT. Indagine bambini e ragazzi. Anno 2023. 2024.
Eurostat. When do young people leave the parental home? 15 settembre 2026. Dati riferiti al 2025, dataset yth_demo_030.
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