Articolo. di: Gabriele Vinciguerra

Dal bisogno umano di essere riconosciuti alla ricerca esasperata di consenso: cosa accade quando l’approvazione degli altri comincia a pesare più della verità, del limite e della responsabilità

C’è una cosa che continuo a osservare e che faccio sempre più fatica a considerare marginale: quanto bisogno abbiamo di essere validati.

Di essere riconosciuti in quello che facciamo, in quello che diciamo, nelle idee che sosteniamo, nell’immagine che diamo di noi. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano. Essere riconosciuti dagli altri fa parte della nostra vita sociale e, in una certa misura, anche della costruzione di ciò che pensiamo di essere.

Il problema comincia quando il bisogno di essere riconosciuti smette di accompagnare ciò che facciamo e diventa il motivo per cui lo facciamo.

Ed è lì che la questione cambia completamente.

Perché se per ottenere attenzione, consenso o appartenenza sono disposto a modificare ciò che penso, estremizzare ciò che dico, umiliare qualcuno, alimentare uno scontro, pubblicare qualcosa che altrimenti non avrei mai pubblicato o superare un limite che fino al giorno prima consideravo inaccettabile, allora non stiamo più parlando soltanto di social media.

Stiamo parlando di identità.

Stiamo parlando di quanto del nostro comportamento siamo ancora realmente noi a decidere e di quanto, invece, venga progressivamente modellato dalla risposta che riceviamo dagli altri.

E questa dinamica non riguarda soltanto chi cerca like o visibilità online. La si vede nella politica, nel giornalismo, nella comunicazione pubblica, nei rapporti tra gruppi, nelle discussioni quotidiane. Cambiano il contesto e le conseguenze, ma il bisogno di conferma resta sorprendentemente simile.

Essere guardati, ascoltati, approvati e riconosciuti non è una degenerazione prodotta dai social media. È profondamente umano. Molto prima che comparissero follower, visualizzazioni e like, la psicologia aveva già descritto il bisogno di appartenenza come una motivazione fondamentale della persona. Baumeister e Leary mostrarono quanto la costruzione e il mantenimento di legami sociali significativi incidano sui processi cognitivi, emotivi e comportamentali.

Abbiamo bisogno degli altri anche per capire qualcosa di noi stessi. Il problema comincia quando il riconoscimento non accompagna più ciò che siamo o quello che facciamo, ma diventa la condizione attraverso cui stabiliamo quanto valiamo.

La validazione, nel suo significato quotidiano, può essere qualcosa di assolutamente sano. Un ricercatore desidera che il proprio lavoro venga riconosciuto dalla comunità scientifica, un giornalista vuole sapere che un’inchiesta è stata letta e considerata utile, un attore cerca la risposta del pubblico, una persona pubblica una fotografia perché le piace e perché le fa piacere condividerla. Non c’è nulla di patologico in questo.

Anche l’autostima, però, può diventare fortemente dipendente da specifiche fonti esterne. Jennifer Crocker e Connie Wolfe hanno parlato di contingencies of self-worth: ambiti nei quali una persona investe una parte rilevante della propria percezione di valore. Quando ciò che penso di me dipende in misura crescente dal successo, dall’approvazione, dall’aspetto fisico, dalla competizione o dal giudizio altrui, ciò che accade in quegli ambiti assume un peso emotivo molto maggiore.

I social hanno introdotto dentro questo meccanismo qualcosa di straordinariamente potente: la quantificazione. Non sappiamo semplicemente se qualcuno ci ha apprezzati. Sappiamo quanti lo hanno fatto. Possiamo confrontare quel risultato con quello ottenuto ieri, con un’altra fotografia, con un collega, con uno sconosciuto. Possiamo vedere in tempo reale se siamo saliti o scesi nella graduatoria informale dell’attenzione.

Una relazione umana restituisce segnali complessi. Uno sguardo, una conversazione, una critica o un silenzio possono assumere significati differenti. Una piattaforma tende invece a comprimere gran parte di questa complessità dentro numeri immediatamente leggibili. Da qui può nascere uno spostamento progressivo: non faccio più qualcosa che considero importante e successivamente osservo quale risposta produce. Comincio a osservare quale comportamento produce la risposta migliore e ad adattarmi.

Uno studio pubblicato su Science Advances ha analizzato 12,7 milioni di messaggi pubblicati su Twitter, insieme a esperimenti comportamentali preregistrati. Gli autori hanno osservato che il feedback sociale positivo ricevuto dopo espressioni di indignazione morale era associato a una maggiore probabilità di esprimere nuovamente indignazione in seguito. Hanno inoltre rilevato che le persone tendevano ad adeguarsi alle norme espressive della propria rete sociale.

Questo non significa che i social rendano automaticamente aggressivi e neppure che ogni indignazione sia costruita. L’indignazione può essere autentica, legittima e socialmente necessaria. Il risultato mostra però qualcosa di importante: un comportamento che riceve una ricompensa sociale può essere ripetuto più facilmente.

È in questo passaggio che la questione della validazione smette di appartenere soltanto alla psicologia individuale e diventa un fenomeno sociale.

Il consenso che finisce per scegliere le parole

La politica vive da sempre di consenso. In democrazia sarebbe assurdo immaginare una politica indipendente dal riconoscimento dei cittadini. Convincere, rappresentare interessi, costruire appartenenza e ottenere consenso fanno parte della sua stessa natura.

Esiste tuttavia una differenza sostanziale tra cercare consenso per una posizione e costruire una posizione principalmente per ottenere consenso. Quando questa seconda logica prende il sopravvento, il rapporto con il pubblico cambia. Non è più sufficiente domandarsi se un’affermazione sia vera, proporzionata o utile alla comprensione di un problema. Diventa altrettanto importante sapere se quella frase verrà applaudita dalla comunità alla quale ci si rivolge.

E la propria comunità, soprattutto negli ambienti politici fortemente identitari, può diventare un sistema potentissimo di validazione.

Il fenomeno non appartiene a una singola parte politica e non riguarda un solo Paese. Uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, basato su oltre 2,7 milioni di post provenienti da account di media statunitensi e membri del Congresso, ha rilevato che i contenuti riferiti al gruppo politico avversario venivano condivisi o ritwittati circa il doppio rispetto a quelli riferiti al proprio gruppo. Nel campione studiato l’effetto non risultava limitato a un particolare orientamento politico.

Una ricerca successiva pubblicata su Nature Communications ha analizzato le interazioni politiche online in nove Paesi, compresa l’Italia, rilevando reti politiche strutturalmente polarizzate e una maggiore tossicità nelle interazioni rivolte all’esterno del proprio gruppo rispetto a quelle interne.

Sono risultati che non autorizzano a concludere che ogni politico cerchi deliberatamente lo scontro o che tutta la polarizzazione dipenda dai social. Dicono però qualcosa sull’ambiente nel quale la comunicazione politica si muove: l’appartenenza e la contrapposizione possono ottenere ricompense precise.

Da quel momento il meccanismo diventa facilmente riconoscibile. Se attaccare l’avversario produce approvazione, quell’attacco acquista un valore comunicativo. Se una semplificazione estrema mobilita più persone di una spiegazione complessa, la complessità rischia di diventare sconveniente. Se ammettere un errore significa deludere il gruppo che ci riconosce e ci sostiene, correggersi diventa psicologicamente e politicamente più costoso.

Non serve immaginare necessariamente politici mossi da una particolare fragilità personale. È sufficiente osservare il rapporto tra individuo, gruppo e ricompensa sociale.

Il consenso rischia così di trasformarsi da strumento democratico in conferma identitaria. Non è più importante soltanto avere una posizione, ma ricevere continuamente dal proprio gruppo la conferma che quella posizione è quella giusta e che chi si trova dall’altra parte è necessariamente in errore.

Questo riguarda la politica nazionale come quella internazionale. Nei grandi conflitti geopolitici, nelle campagne elettorali, nelle discussioni sull’immigrazione, sulla sicurezza, sulle guerre, sui diritti o sull’economia, il linguaggio pubblico può progressivamente adattarsi alle aspettative del proprio pubblico. Una frase viene scelta non soltanto per descrivere la realtà, ma per segnalare appartenenza. In queste condizioni anche la capacità di correggere un’affermazione, riconoscere una sfumatura o ammettere un limite rischia di essere interpretata come debolezza.

Ed è qui che la validazione comincia a interferire con qualcosa di molto più serio dell’immagine personale: il rapporto con la realtà.

Quando l’informazione deve prima di tutto funzionare

Il giornalismo non è estraneo a questo processo.

Sarebbe profondamente ingiusto confondere il lavoro di verifica, approfondimento e ricerca con il rumore prodotto da una parte dell’ecosistema informativo. Esistono professionisti e redazioni che continuano a investire tempo e risorse nella qualità dell’informazione. Esiste però anche una pressione economica e tecnologica che sarebbe ingenuo fingere di non vedere.

Un esperimento su vasta scala pubblicato su Nature Human Behaviour ha analizzato oltre 105.000 varianti di titoli utilizzate in migliaia di test randomizzati, per complessivi oltre 370 milioni di visualizzazioni. A parità di notizia, la presenza di parole negative nei titoli aumentava la probabilità di clic. Per un titolo di lunghezza media, ogni parola negativa aggiuntiva era associata a un incremento del tasso di clic del 2,3%.

Questo non significa che il giornalismo che racconta eventi negativi sia cattivo giornalismo. Una guerra, un omicidio, una crisi economica o una catastrofe non devono essere addolciti. Il problema è un altro: quando sappiamo che una certa formulazione cattura maggiormente l’attenzione, si crea inevitabilmente un incentivo a utilizzarla.

La validazione assume allora altre forme. Per una testata può coincidere con il traffico, per un programma con gli ascolti, per un opinionista con la capacità di generare reazioni, per un giornalista sempre più esposto personalmente sui social con follower, condivisioni e riconoscibilità.

La domanda editoriale rischia così di spostarsi gradualmente. Accanto alla domanda necessaria, cioè se una informazione sia vera, rilevante e utile, se ne affaccia un’altra: funzionerà?

Le due cose possono coincidere. Non sempre accade.

Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute mostra quanto sia cambiato l’ambiente nel quale l’informazione deve competere. Nei 48 mercati analizzati, social media e piattaforme video sono diventati complessivamente il canale più utilizzato per accedere alle notizie, raggiungendo il 54% degli intervistati, contro il 51% dei siti e delle applicazioni delle organizzazioni giornalistiche. Il 27% dichiara inoltre di ricevere almeno una parte delle notizie da singoli creator o influencer focalizzati sull’informazione. Nello stesso rapporto la fiducia generale nelle notizie scende al 37%, il valore più basso registrato dall’inizio di questa rilevazione nel 2015.

Il giornalismo, quindi, non compete più soltanto con altro giornalismo. Compete nello stesso spazio con intrattenimento, propaganda, opinioni, pubblicità, comicità, rabbia, testimonianze autentiche, falsità e contenuti estremi.

E tutto appare nello stesso flusso.

Questo modifica inevitabilmente le condizioni nelle quali il pubblico assegna attenzione. La competenza non ottiene automaticamente più spazio dell’incompetenza. Una notizia verificata non possiede per natura una maggiore capacità di diffusione rispetto a una falsità ben confezionata. La qualità dell’informazione e la sua capacità di catturare attenzione sono due cose diverse, anche quando il sistema economico tende a trattarle come se coincidessero.

Quando persino la violenza entra nel circuito della validazione

È qui che il discorso diventa ancora più scomodo.

La violenza sui social esiste ed è documentata. Cyberbullismo, molestie, minacce, persecuzioni digitali, condivisione non consensuale di immagini, campagne di odio e altre forme di aggressione non sono deviazioni immaginarie attribuite alla rete da qualche osservatore pessimista.

Il rapporto HBSC dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, basato sui dati 2021 e 2022 relativi ad adolescenti di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni, rilevava che il 15% aveva subito cyberbullismo e circa il 12% dichiarava di averlo perpetrato. UN Women ha inoltre documentato l’estensione della violenza facilitata dalla tecnologia contro donne e ragazze, comprese minacce, molestie, stalking digitale, manipolazione di immagini e campagne coordinate di intimidazione.

Sarebbe però scientificamente scorretto sostenere che chi compie questi atti lo faccia sempre, o principalmente, per ottenere validazione. La violenza ha cause e significati differenti e può dipendere da dinamiche psicologiche, relazionali, culturali e criminali molto diverse.

Esiste tuttavia un elemento che possiamo osservare senza inventare nulla: la violenza può diventare contenuto e, quando diventa contenuto, entra nel circuito dell’attenzione.

Una persona può essere umiliata mentre qualcuno filma. Un momento di perdita di controllo può essere trasformato in materiale da condividere. Una provocazione può essere deliberatamente costruita perché la reazione dell’altro produce immagini più efficaci. In questi casi la dignità della persona coinvolta rischia di diventare secondaria rispetto alla possibilità di ottenere visibilità.

Il problema non riguarda allora soltanto chi compie l’atto. Riguarda anche chi lo trasforma in spettacolo, chi lo rilancia e il sistema che premia ciò che riesce a catturare l’attenzione.

È proprio qui che la ricerca di validazione può modificare progressivamente il limite di ciò che siamo disposti a fare, dire, mostrare o tollerare.

Il passaggio non avviene necessariamente in modo evidente. Può cominciare dal semplice piacere di essere riconosciuti e trasformarsi poco alla volta in bisogno di distinguersi. Quando ci si accorge che ciò che sorprende, scandalizza o divide produce maggiore attenzione rispetto alla normalità, l’eccesso può diventare una possibilità concreta. Non per tutti e non inevitabilmente, ma abbastanza da meritare di essere osservato.

Questa dinamica non riguarda soltanto gli adolescenti e non può essere liquidata con il luogo comune dei ragazzi che cercano like. Può interessare professionisti, giornalisti, politici, opinionisti, influencer, aziende e persone comuni. Cambiano gli strumenti, cambiano gli obiettivi e soprattutto cambiano le conseguenze, ma rimane riconoscibile un meccanismo sociale molto semplice: faccio qualcosa, il pubblico risponde e quella risposta diventa un’informazione su ciò che vale la pena ripetere.

Naturalmente la validazione può sostenere anche comportamenti positivi. Il riconoscimento può rafforzare la cooperazione, dare forza a chi denuncia un’ingiustizia, premiare un buon lavoro, sostenere una ricerca o incoraggiare chi costruisce qualcosa di utile. Una società vive anche attraverso il riconoscimento reciproco.

La questione diventa problematica quando iniziamo a confondere essere riconosciuti con avere valore.

Un contenuto può ottenere milioni di visualizzazioni senza per questo diventare vero, intelligente o utile. Una frase può rafforzare il consenso politico senza essere corretta. Un titolo può aumentare enormemente i clic pur deformando la proporzione di ciò che racconta. Un gesto può generare una quantità enorme di attenzione e rimanere comunque degradante.

L’attenzione misura l’attenzione. Non misura la verità, la competenza, la correttezza, la qualità di un pensiero e neppure il valore della persona che l’ha ottenuta.

Probabilmente è proprio questo il confine che stiamo facendo sempre più fatica a vedere.

Quando dipendiamo troppo dal riconoscimento degli altri, non cambiamo soltanto ciò che mostriamo. Possiamo iniziare a cambiare ciò che diciamo, il modo in cui interpretiamo la realtà, le persone alle quali scegliamo di assomigliare e perfino i limiti che consideriamo ancora accettabili.

Una società nella quale essere visibili diventa progressivamente più importante dell’essere credibili finisce inevitabilmente per premiare anche chi sa manipolare meglio quella visibilità. E quando consenso, informazione, identità personale e perfino violenza vengono sottoposti allo stesso meccanismo di ricompensa, il problema non è più soltanto ciò che accade sui social.

Il problema riguarda ciò che stiamo imparando a considerare degno di attenzione e, di conseguenza, degno di essere ripetuto.

Fonti

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Crocker, J., Wolfe, C. T., Contingencies of Self-Worth, Psychological Review, 2001, 108(3), 593–623. DOI: 10.1037/0033-295X.108.3.593.

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