Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Questo articolo non vuole spiegare a nessuno come si dovrebbe affrontare una malattia. Non credo esista un modo giusto, uguale per tutti. Nasce piuttosto da una domanda che in questi giorni continua a tornarmi in mente: siamo davvero capaci di stare accanto a una persona quando la sua vita cambia improvvisamente, senza invadere il suo spazio e senza aumentare, anche involontariamente, il peso che già sta portando?

Una persona a cui voglio profondamente bene ha ricevuto una diagnosi importante. Non racconterò la sua storia, perché appartiene a lei. Le appartengono quello che sente, le paure che può avere, le domande che si sta facendo e anche il modo in cui deciderà di vivere tutto questo.

Posso però raccontare ciò che questa vicenda ha provocato in me.

Ci chiediamo mai come si sente davvero una persona quando, nel giro di poche parole, scopre che qualcosa nella sua vita potrebbe cambiare profondamente?

Non penso soltanto al momento in cui arriva la diagnosi. Penso a ciò che accade dopo, quando iniziano gli accertamenti, le attese e le spiegazioni mediche che non sempre si riescono ad ascoltare fino in fondo. Penso al ritorno a casa, quando tutto sembra ancora uguale: gli oggetti sono al loro posto, le persone continuano a parlare, il telefono squilla, la vita va avanti. Eppure, dentro, qualcosa è già cambiato.

Non posso sapere fino in fondo cosa provi chi vive questa esperienza. E credo che una delle prime forme di rispetto sia proprio non presumere di saperlo.

Ognuno reagisce in modo diverso. C’è chi sente il bisogno di parlare e chi, almeno all’inizio, preferisce stare in silenzio. C’è chi vuole conoscere ogni dettaglio e chi riesce ad affrontare soltanto una cosa alla volta. Qualcuno cerca immediatamente la presenza delle persone care, mentre qualcun altro ha bisogno di proteggere uno spazio più intimo.

Non c’è nulla di sbagliato in nessuna di queste reazioni. E soprattutto non dovrebbe esistere l’obbligo di mostrarsi forti, lucidi o rassicuranti per non preoccupare gli altri.

Una diagnosi non trasforma improvvisamente una persona in qualcuno di fragile in ogni momento. Può renderla più sensibile a certe parole, a certi sguardi o a certi silenzi, ma non cancella la sua capacità di capire, decidere e continuare a riconoscersi.

La paura può esserci e, nello stesso tempo, può esserci anche il desiderio di vivere normalmente. Di ridere, parlare del lavoro, uscire, pensare a qualcosa che non riguardi una visita, un esame o una terapia.

La persona non coincide con ciò che le è stato diagnosticato.

Rimane la stessa persona che conoscevamo prima. Ha ancora i propri gusti, i desideri, le insofferenze, i progetti, le contraddizioni. Può avere bisogno di aiuto, ma non per questo desiderare di sentirsi osservata continuamente. Può volere qualcuno accanto senza avere la sensazione che ogni parola o ogni silenzio vengano interpretati. Può avere bisogno di parlare e, poco dopo, voler cambiare argomento.

Stare vicino a qualcuno significa anche accettare questa complessità, senza volerla semplificare.

Quando vogliamo bene a una persona, il primo impulso è spesso quello di proteggerla. Vorremmo trovare le parole giuste, rassicurarla e allontanare i pensieri che immaginiamo possano farle più paura. Ma a volte, proprio mentre cerchiamo di aiutarla, rischiamo di farle sentire che dovrebbe stare meglio prima ancora di aver capito come sta realmente.

“Devi essere forte”, “Non pensare al peggio”, “Vedrai che andrà tutto bene” sono frasi che quasi sempre nascono dall’affetto. Eppure possono diventare pesanti, perché nessuno può sapere con certezza come andranno le cose e perché chi vive una malattia non dovrebbe sentirsi responsabile anche della paura di chi gli sta vicino.

Forse non serve promettere che tutto andrà bene. Serve far sentire che qualunque emozione arriverà potrà essere espressa senza doverla nascondere per proteggere gli altri.

Dire “io ci sono” ha un significato profondo, ma soltanto quando non diventa una richiesta. Esserci non significa aspettarsi che l’altra persona parli, racconti o accetti il nostro aiuto. Significa lasciarle la libertà di decidere quando avvicinarsi e quando invece ha bisogno di stare più in disparte, continuando però a farle sentire che la nostra presenza è reale.

In alcuni momenti vorrà dire ascoltare. In altri parlare di tutt’altro. Potrà significare accompagnarla a una visita, aiutarla in qualcosa di concreto, prepararle un pranzo o comportarsi semplicemente come abbiamo sempre fatto.

Non esiste una formula. Bisogna imparare a chiedere, osservare e rispettare, senza convincersi di sapere già di cosa l’altra persona abbia bisogno e senza allontanarsi soltanto perché non troviamo le parole.

Anche il silenzio, quando non è distanza o abbandono, può diventare una forma di vicinanza.

Una delle paure che possono nascere dopo una diagnosi è quella di essere guardati in modo diverso. Di diventare, agli occhi degli altri, soltanto “la persona malata”. Da quel momento ogni gesto rischia di essere interpretato, ogni stanchezza notata, ogni parola ricondotta a ciò che sta accadendo.

Per questo continuare a vivere una certa normalità può avere un valore enorme. Non una normalità finta, costruita per negare la realtà, ma quella che permette alla persona di sentirsi ancora se stessa, di partecipare alle conversazioni e alle decisioni, di essere ascoltata senza essere compatita e aiutata senza sentirsi sostituita.

Anche l’amore, in questi momenti, deve fare attenzione a non trasformarsi soltanto in paura.

Quando accade qualcosa che modifica il nostro rapporto con il futuro, si parla spesso della necessità di trovare un significato. Ma anche questa idea va maneggiata con molta attenzione.

Non tutto deve avere subito un senso. Non ogni dolore deve necessariamente insegnare qualcosa e nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a trasformare una malattia in un’occasione di crescita.

Il significato, quando arriva, può costruirsi lentamente. Può trovarsi nel continuare a scegliere per sé, nel mantenere vivo un interesse, nel proteggere un legame o nel portare avanti un progetto. Può essere anche soltanto il tentativo di non lasciare che la paura occupi tutto lo spazio.

Dare un significato a ciò che accade non vuol dire accettarlo passivamente. Può voler dire non permettere che quella esperienza definisca interamente chi siamo.

Anche chi vive accanto a una persona malata viene inevitabilmente coinvolto. Prova paura, impotenza, rabbia e il bisogno di fare qualcosa che restituisca almeno un po’ di controllo. Ma il dolore di chi sta vicino non dovrebbe occupare lo spazio della persona che sta vivendo direttamente quella situazione.

Chi vuole esserci deve imparare anche a prendersi cura delle proprie emozioni, senza negarle e senza riversarle completamente sull’altro. Solo così la vicinanza può diventare davvero un sostegno e non un altro peso da portare.

Amare qualcuno non significa sapere sempre cosa fare. A volte significa accettare che non possiamo risolvere tutto e scegliere comunque di restare.

Anche dentro un’esperienza così difficile continuano a esistere la vita quotidiana, gli affetti, le possibilità di cura, i desideri e tutto ciò che una persona vorrà continuare a proteggere. La malattia può cambiare molte cose, ma non stabilisce da sola il valore né il significato di un’esistenza.

C’è infine un pensiero che questa vicenda continua a lasciarmi.

Perché diventiamo improvvisamente più delicati quando scopriamo che qualcuno è malato? Perché solo davanti a una diagnosi ci ricordiamo che le persone possono avere paure che non mostrano, battaglie che non raccontano e fragilità che cercano di governare in silenzio?

Il rispetto, l’ascolto e la cura non dovrebbero cominciare quando la vita di qualcuno viene sconvolta. Dovrebbero appartenerci sempre. Non sappiamo cosa stia attraversando la persona che abbiamo davanti, quali parole si porti dentro o quale notizia abbia ricevuto tornando a casa.

Forse è questo il significato più umano che possiamo dare a ciò che accade: imparare a trattarci con maggiore attenzione prima che il dolore ci obblighi a farlo.

Non possiamo impedire che la vita ferisca le persone che amiamo e non possiamo promettere loro che tutto andrà come speriamo. Possiamo però restare. Possiamo aiutarle a non sentirsi ridotte a ciò che sta accadendo. Possiamo ricordare, anche nei giorni più difficili, che dentro una diagnosi continua a vivere una persona intera, con la propria storia, i propri desideri, la propria paura e il diritto di scegliere come attraversare ciò che la vita le ha messo davanti.

Ci sono momenti nei quali non possiamo salvare qualcuno dal dolore. Possiamo però fare in modo che non debba attraversarlo sentendosi solo.