Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Da tempo mi accompagna una domanda: perché riusciamo a parlare ogni giorno di economia senza parlare quasi mai di ciò che l’economia produce dentro le persone?
Conosciamo l’andamento dei mercati, l’inflazione, il prezzo dell’energia, le decisioni delle banche centrali. Discutiamo di salari, pensioni, tasse e occupazione. Eppure il divario economico continua a essere raccontato soprattutto attraverso i numeri, come se la distanza tra chi vive serenamente e chi deve calcolare ogni spesa terminasse nel saldo di un conto corrente.
Quella distanza, invece, entra nella mente.
In Italia, nel 2024, oltre 5,7 milioni di persone vivevano in condizioni di povertà assoluta. Nel 2025 il 22,6 per cento della popolazione risultava a rischio di povertà o esclusione sociale: più di 13 milioni di persone. I dati dell’Istat mostrano anche una realtà meno visibile, fatta di famiglie che riescono ancora a sostenere le spese ordinarie, ma non potrebbero affrontare serenamente un imprevisto.
Dietro queste cifre ci sono persone che lavorano, crescono figli, assistono genitori anziani e continuano a rispondere che va tutto bene. Non sempre la difficoltà economica ha l’aspetto della povertà che immaginiamo. A volte si nasconde dentro una vita apparentemente normale, nella quale basta una visita medica, un guasto alla macchina o una bolletta più alta per compromettere l’equilibrio di un intero mese.
Vivere senza margine non significa soltanto rinunciare a qualcosa. Significa sapere di non potersi permettere un errore.
Quando questa condizione dura a lungo, cambia il modo in cui si osserva la realtà. Il futuro smette di essere uno spazio nel quale collocare desideri e progetti e diventa qualcosa da controllare, perché potrebbe portare nuove difficoltà. Non ci si domanda più che cosa si vorrebbe costruire, ma che cosa si riuscirà a non perdere.
Anche la mente si adatta. Le preoccupazioni finanziarie richiamano continuamente l’attenzione, occupano pensieri, consumano energie. Uno studio pubblicato su Science ha mostrato come i problemi economici possano assorbire risorse cognitive che, in condizioni più sicure, sarebbero disponibili per valutare alternative, pianificare e prendere decisioni. Non è una mancanza di intelligenza o di volontà. È il carico mentale prodotto dal dover gestire continuamente risorse insufficienti.
Una revisione sistematica di quaranta studi ha inoltre rilevato un’associazione consistente tra stress finanziario e depressione, soprattutto nelle persone con redditi o patrimoni più bassi. Questo non significa che ogni difficoltà economica conduca inevitabilmente a un disturbo psicologico. Significa riconoscere che l’insicurezza prolungata può logorare il senso di controllo, la fiducia nel futuro e la possibilità di percepirsi ancora capaci di cambiare la propria vita.
È difficile progettare mentre si cerca continuamente di non cadere.
Da fuori, però, questa fatica può apparire come incapacità di reagire. Chi vive in una condizione più protetta può vedere una possibilità dove l’altro vede un rischio, una scelta dove l’altro vede un obbligo, una mancanza di iniziativa dove esistono paura, stanchezza e tentativi falliti che nessuno conosce.
Non è necessariamente cattiveria. Ognuno interpreta il mondo partendo dalla propria esperienza. Il problema nasce quando la propria esperienza diventa l’unico metro con cui misurare quella degli altri.
È allora che sentiamo dire che basta impegnarsi, che le occasioni esistono per tutti, che chi vuole davvero cambiare trova sempre un modo. La responsabilità personale esiste ed è importante, ma diventa una spiegazione ingiusta quando cancella il punto di partenza, la salute, il territorio, l’istruzione ricevuta, le responsabilità familiari e le possibilità concretamente accessibili.
Attribuire ogni difficoltà alle scelte di chi la vive rassicura anche chi osserva. Permette di pensare che il mondo sia ordinato e che, comportandoci correttamente, saremo al riparo. Così una condizione sociale viene trasformata in una colpa individuale e la persona che non riesce a migliorare la propria vita finisce per sentirsi giudicata proprio mentre avrebbe bisogno di essere compresa.
All’inizio prova a spiegare. Racconta quello che ha fatto, le porte che ha trovato chiuse, i compromessi accettati e le responsabilità che non poteva abbandonare. Poi, se incontra soltanto indifferenza, può smettere di parlare.
Non perché il problema sia scomparso, ma perché continuare a mostrare la propria vulnerabilità davanti a chi non vuole vederla aggiunge umiliazione alla fatica.
L’indifferenza non lascia le cose come sono. Comunica, anche senza parole, che quella sofferenza non è abbastanza importante da riguardarci. Quando questo messaggio viene ricevuto a lungo, può modificare profondamente il modo in cui una persona percepisce se stessa. Può sentirsi incapace, colpevole, fuori posto. Oppure può cominciare a guardare con rabbia chi vive una condizione migliore e sembra non accorgersi di nulla.
È qui che il divario economico diventa un divario umano.
La sicurezza degli altri non appare più soltanto come una condizione diversa, ma come il simbolo di un mondo lontano, che giudica senza conoscere. Il confronto continuo con chi possiede maggiori possibilità può alimentare un senso di ingiustizia e di deprivazione relativa. La ricerca psicologica mostra che non conta soltanto quanto una persona possiede, ma anche la distanza che percepisce rispetto agli altri e quanto quella distanza venga vissuta come ingiusta e impossibile da colmare. In queste condizioni possono aumentare ostilità, frustrazione e risentimento.
La rabbia che vediamo, quindi, raramente nasce nel momento in cui esplode. Prima c’è stata una lunga esperienza di impotenza. C’è stato il tentativo di migliorare la propria condizione senza riuscire a produrre un cambiamento significativo. C’è stata la sensazione che le regole non funzionassero allo stesso modo per tutti. C’è stato, soprattutto, il sentirsi raccontare come un problema invece di essere riconosciuti come persone che stavano vivendo un problema.
Quella rabbia non trova sempre il bersaglio giusto. Può rivolgersi contro chi è altrettanto fragile, contro chi viene percepito come diverso o contro chi sembra ricevere un aiuto che a noi è stato negato. È così che persone accomunate dalla stessa precarietà iniziano a considerarsi concorrenti, mentre le ragioni profonde del loro disagio rimangono sullo sfondo.
Da tempo ho la sensazione che in Italia manchi un’attenzione continua a queste conseguenze psicologiche e sociali. Sarebbe però scorretto affermare che negli altri Paesi europei esista sempre una sensibilità maggiore. Anche nel resto d’Europa povertà e disuguaglianze rimangono problemi profondi.
Esistono, tuttavia, realtà nelle quali questi temi vengono mantenuti più stabilmente dentro l’osservazione pubblica. Nel Regno Unito una commissione indipendente presenta annualmente al Parlamento un rapporto sulla mobilità sociale. In Germania il governo redige in ogni legislatura un rapporto sulla povertà e sulla ricchezza, coinvolgendo nell’ultima edizione anche persone che hanno vissuto direttamente la povertà. Non è la prova che quelle società siano migliori o più empatiche, ma dimostra che il problema può essere seguito con continuità, senza riemergere soltanto durante un’emergenza.
Perché qui non dovrebbe essere possibile?
Non è una domanda di destra o di sinistra. Non significa negare il valore del lavoro, dell’impegno o dell’iniziativa personale. Significa comprendere che le condizioni economiche possono cambiare il modo in cui un essere umano percepisce il proprio valore, gli altri e il futuro.
Quando una persona vive a lungo nell’insicurezza, modifica ciò che desidera, ciò che chiede e perfino ciò che pensa di meritare. Impara a occupare meno spazio, evita situazioni nelle quali dovrebbe spiegare perché non può permettersi qualcosa, riduce le aspettative e finisce per chiamare normalità ciò che, lentamente, la sta impoverendo anche interiormente.
Da fuori può sembrare adattamento. A volte è soltanto il modo più dignitoso che ha trovato per non crollare.
Una società non diventa ingiusta soltanto quando produce grandi distanze economiche. Lo diventa pienamente quando quelle distanze smettono di interrogarla, quando la sofferenza diventa parte del paesaggio e chi potrebbe vedere sceglie di voltarsi altrove.
Ma le persone non sono paesaggio.
Occuparsi delle disuguaglianze non significa provare pietà né cercare un nemico. Significa proteggere la salute psicologica e la coesione di una comunità. Significa impedire che l’insicurezza di alcuni diventi invisibile agli occhi degli altri e che l’indifferenza si trasformi, giorno dopo giorno, in rabbia.
Nessuna società può considerarsi davvero sana quando una parte delle persone vive costantemente in allarme e l’altra ha smesso di accorgersene.
Fonti essenziali
Istat, La povertà in Italia – Anno 2024; Istat, Condizioni di vita e reddito delle famiglie – Anni 2024-2025; Guan et al., Financial stress and depression in adults: A systematic review, PLOS ONE, 2022; Mani et al., Poverty Impedes Cognitive Function, Science, 2013; Greitemeyer e Sagioglou, The Experience of Deprivation, British Journal of Social Psychology, 2019; Social Mobility Commission, State of the Nation 2025; Ministero federale tedesco del Lavoro e degli affari sociali, Settimo rapporto sulla povertà e sulla ricchezza, 2025.
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