Articolo di: Gabriele Vinciguerra

I compagni artificiali promettono intimità senza conflitto e piacere senza rifiuto. Dietro questa possibilità si apre una questione psicologica che riguarda reciprocità, potere e disuguaglianze di genere.

Una relazione umana contiene sempre una parte che non possiamo controllare. Possiamo essere desiderati e, in un altro momento, non esserlo più. Possiamo ricevere attenzione senza ottenere ciò che avevamo immaginato. L’altra persona può contraddirci, cambiare idea, chiederci qualcosa che non siamo pronti a dare oppure decidere di andarsene.

È anche per questo che le relazioni ci espongono. Non ci permettono di rimanere completamente protetti dentro l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Un compagno artificiale interviene esattamente in questa zona di vulnerabilità. Promette una presenza stabile, adattabile, priva di una volontà realmente indipendente. Può ricordare ciò che gli raccontiamo, riconoscere alcune espressioni, rispondere in modo coerente con il nostro stato emotivo e assumere l’aspetto che preferiamo. Se viene progettato per la sessualità, può simulare desiderio e disponibilità; se viene proposto come compagno affettivo, può produrre parole e comportamenti capaci di assomigliare alla cura.

La somiglianza, tuttavia, non coincide con la reciprocità. Una macchina può dare una risposta convincente senza vivere l’esperienza che quella risposta rappresenta. Può dire di voler restare, ma non possiede la libertà di andarsene. Può simulare il consenso, mentre il consenso umano ha significato proprio perché nasce da qualcuno che avrebbe potuto scegliere diversamente.

Questo non rende automaticamente patologico chi usa una bambola sessuale o cerca conforto in una tecnologia di compagnia. Sarebbe un giudizio privo di fondamento e incapace di considerare la varietà delle condizioni umane. Esistono solitudine, disabilità, malattia, difficoltà relazionali e situazioni nelle quali l’accesso all’intimità è molto più complesso di quanto spesso si ammetta. La ricerca sui robot sociali descrive sia possibilità di sostegno sia rischi e invita a non confondere gli scenari immaginati con conseguenze già dimostrate.

Il punto psicologico comincia nel momento in cui la tecnologia non viene più pensata come uno strumento dentro la vita di una persona, ma come una soluzione alla presenza dell’altro.

La promessa di una relazione senza frustrazione

La frustrazione viene spesso descritta come qualcosa da evitare. In realtà, una certa capacità di tollerarla è indispensabile per vivere con gli altri. Significa riconoscere che il nostro bisogno non stabilisce automaticamente un diritto e che il desiderio di una persona non obbliga l’altra a corrispondervi.

Nelle relazioni mature la frustrazione non scompare. Può essere pensata, comunicata e attraversata senza trasformarsi necessariamente in umiliazione, rabbia o bisogno di controllo. Accettare un limite non significa smettere di desiderare; significa comprendere che davanti a noi esiste una soggettività distinta.

La macchina programmata per soddisfare modifica questo equilibrio. Non serve interpretare davvero il suo stato interno, perché non esiste un’esperienza soggettiva alla quale adeguarsi. Non occorre chiedersi se la risposta sia libera, se il desiderio sia reciproco o se la relazione stia diventando dolorosa per l’altro. L’utilizzatore può rimanere al centro dell’interazione senza incontrare una resistenza autentica.

È qui che l’orgasmo può diventare la punta di un iceberg. Non perché il piacere sessuale sia qualcosa di povero o irrilevante, ma perché può essere trasformato nel risultato conclusivo di un processo dal quale sono stati progressivamente rimossi il rischio, l’ascolto, il limite e la libertà altrui.

La sessualità non richiede necessariamente amore o una relazione stabile. Richiede però, quando coinvolge due persone, il riconoscimento che il corpo dell’altro non è una funzione del nostro desiderio. La differenza tra un rapporto e l’uso di un oggetto non dipende dalla presenza di romanticismo. Dipende dall’esistenza di due soggetti.

Le tecnologie sessuali non inventano il bisogno di controllo, la paura del rifiuto o l’evitamento della vulnerabilità. Possono, tuttavia, offrire una risposta perfettamente compatibile con questi vissuti. Per chi teme di non essere abbastanza, una presenza programmata può ridurre l’ansia. Per chi interpreta il rifiuto come una ferita intollerabile, elimina la possibilità di riceverlo. Per chi fatica a riconoscere l’autonomia altrui, costruisce un ambiente nel quale quella capacità non viene richiesta.

Non sappiamo ancora se un uso prolungato finisca per ridurre le competenze relazionali o aumentare il ritiro sociale. La revisione scientifica più ampia dedicata a bambole e robot sessuali ha rilevato una forte sproporzione tra il numero delle riflessioni teoriche e quello degli studi empirici sugli utilizzatori e sugli effetti. Di conseguenza, dipendenza, isolamento e rafforzamento della misoginia devono essere trattati come rischi plausibili da indagare, non come esiti inevitabili.

Oggettivazione: quando la persona scompare dietro la funzione

In psicologia sociale, l’oggettivazione descrive un processo nel quale una persona viene percepita soprattutto attraverso il corpo, alcune sue parti o l’utilità che può avere per qualcun altro. Non significa semplicemente trovare un corpo attraente. Il passaggio avviene quando l’interiorità perde importanza e il valore dell’individuo viene subordinato alla funzione che può svolgere.

L’oggettivazione sessuale colpisce soprattutto le donne, pur non riguardando esclusivamente loro. Decenni di rappresentazioni culturali hanno associato con maggiore frequenza il corpo femminile alla disponibilità, alla valutazione estetica e al piacere maschile. Alcuni studi sperimentali hanno mostrato che le donne presentate in forma sessualizzata possono essere elaborate in modo più simile agli oggetti e percepite come meno dotate di qualità umane complesse. Questi risultati non autorizzano generalizzazioni automatiche sul comportamento quotidiano, ma descrivono un meccanismo percettivo rilevante.

L’effetto non rimane necessariamente fuori dalla persona che lo subisce. La self-objectification, o auto-oggettivazione, si verifica quando lo sguardo esterno viene interiorizzato e il corpo comincia a essere osservato prevalentemente come qualcosa da valutare. Le ricerche la collegano a vergogna corporea, attenzione costante all’aspetto e conseguenze sul benessere. Uno studio recente ha inoltre distinto forme differenti di esposizione e nascondimento del corpo, mostrando che entrambe possono essere legate all’interiorizzazione dello sguardo oggettivante.

Un robot sessuale con sembianze femminili non oggettivizza una donna reale nel senso letterale, perché non possiede coscienza e non subisce un danno psicologico. Il problema culturale riguarda ciò che il suo design rappresenta e ciò a cui abitua lo sguardo. Se la compagna ideale viene costruita come un corpo disponibile, personalizzabile e privo di esigenze, si rende familiare un modello nel quale il femminile coincide con il servizio.

Questa è un’interpretazione sostenuta dalla letteratura sugli stereotipi, non una causalità dimostrata. Una revisione degli studi sul genere attribuito ai robot umanoidi ha rilevato che il loro genere percepito produce soprattutto effetti di stereotipizzazione. Le forme femminilizzate vengono associate più facilmente a cura, assistenza e calore, mentre quelle maschilizzate sono collegate con maggiore frequenza a ruoli tecnici, autorità e competenza. La tecnologia, quindi, non nasce in uno spazio neutro: può ereditare associazioni sociali esistenti e incorporarle nel design.

Il patriarcato non vive soltanto nei divieti

Quando si parla di patriarcato, il rischio è immaginare esclusivamente un sistema esplicito di imposizioni e discriminazioni. Le gerarchie di genere si mantengono anche attraverso aspettative apparentemente positive: la donna accogliente, sensibile, rassicurante, bisognosa di protezione; l’uomo competente, risolutivo, destinato a decidere.

La teoria del sessismo ambivalente distingue il sessismo ostile da quello benevolo. Il primo svaluta le donne percepite come competitive, manipolatrici o intenzionate a sottrarre potere agli uomini. Il secondo sembra proteggerle e idealizzarle, ma lo fa a condizione che rimangano fragili, pure, complementari e fedeli ai ruoli tradizionali. Una revisione sistematica di oltre seicento studi ha mostrato come queste due forme, pur apparendo opposte, possano sostenersi a vicenda nel mantenimento delle disuguaglianze.

La compagna artificiale pubblicizzata perché non protesta, non tradisce e non pretende nulla si colloca dentro questo immaginario. È premiata perché non mette in discussione il potere dell’utilizzatore. La donna reale, al contrario, rischia di essere descritta come problematica proprio quando esprime desideri autonomi, ambizioni, dissenso o indipendenza economica.

Il collegamento con il soffitto di cristallo non deve essere forzato. Non esistono prove che la diffusione dei sex robot provochi direttamente un peggioramento dell’accesso femminile alle posizioni di responsabilità. Sarebbe una conclusione non dimostrata. Esiste, però, un terreno comune: gli stereotipi che attribuiscono alle donne disponibilità e cura, e agli uomini autorità e competenza, operano anche nella valutazione professionale.

La ricerca sulle discriminazioni di genere nel lavoro mostra due percorsi ricorrenti. Gli stereotipi descrittivi fanno apparire le donne meno adatte ai ruoli considerati maschili; quelli prescrittivi le penalizzano quando si comportano in modo assertivo e violano ciò che ci si aspetta da loro. È uno dei meccanismi che contribuiscono a mantenere barriere invisibili nell’accesso alla leadership.

Un corpo artificiale non costruisce da solo quelle barriere. Può però partecipare allo stesso universo simbolico, soprattutto quando ripropone come desiderabile una femminilità docile e come normale una mascolinità orientata al comando. Le rappresentazioni non determinano meccanicamente il comportamento, ma contribuiscono a stabilire ciò che appare familiare, appropriato e persino naturale.

Anche l’uomo viene ridotto

Una lettura seria non può fermarsi alla difesa delle donne. Il modello commerciale che propone una compagna priva di volontà contiene anche una rappresentazione molto limitante dell’uomo.

Lo descrive come incapace di sostenere il conflitto, emotivamente impreparato al rifiuto e interessato a una sessualità che non richieda ascolto. Gli attribuisce un bisogno quasi infantile di conferma continua e presenta il controllo come una risposta legittima alla complessità delle relazioni.

Non c’è alcun vantaggio per gli uomini in questa immagine. Un uomo non è più libero perché l’altra persona non può andarsene. È semplicemente protetto dalla verifica che ogni legame reale comporta: essere scelto da qualcuno che dispone della libertà di non sceglierlo.

La reciprocità espone entrambi. Costringe a riconoscere limiti, a rivedere aspettative e a tollerare che il desiderio non garantisca un esito. Questa fatica può produrre sofferenza, ma rende possibile anche qualcosa che una macchina non può offrire: il valore di una presenza non programmata.

La solitudine non è un difetto individuale

Sarebbe ingiusto concludere attribuendo tutto alla fragilità di chi cerca compagnia artificiale. La solitudine non dipende soltanto dalle capacità relazionali individuali. Entrano in gioco condizioni economiche, salute, età, organizzazione delle città, precarietà, disabilità, perdita dei legami comunitari e trasformazioni del lavoro.

Nel rapporto pubblicato nel 2025, l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito la connessione sociale una componente fondamentale della salute e ha chiesto risposte che coinvolgano politiche, comunità e servizi, non soltanto i singoli. Secondo i dati raccolti dalla Commissione, quasi una persona su sei nel mondo sperimenta solitudine.

Un robot può offrire conforto, compagnia e una routine. In alcune situazioni può sostenere l’autonomia o ridurre temporaneamente l’isolamento. Il discrimine psicologico sta nella direzione verso cui conduce quella relazione: se amplia la vita della persona oppure la restringe, se facilita contatti possibili oppure li rende progressivamente meno tollerabili.

La risposta non sarà uguale per tutti e non può essere decisa in astratto. Servono studi longitudinali, criteri etici, protezione dei dati e attenzione al modo in cui questi prodotti vengono commercializzati. Soprattutto, serve evitare che il mercato presenti come cura della solitudine ciò che potrebbe diventare soltanto una forma più sofisticata di adattamento all’isolamento.

La tecnologia può accompagnare una relazione, sostenerla quando è fragile e rendere accessibili esperienze prima precluse. Se viene costruita per eliminare il dissenso, il limite e la possibilità del rifiuto, rimuove però l’altro dall’esperienza.

Ed è proprio l’esistenza dell’altro, con tutto ciò che non possiamo programmare, a trasformare una presenza in una relazione.

Fonti

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