Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Essere sicuri di una cosa non significa conoscerla.
Eppure, continuiamo a confondere le due cose. Ascoltiamo qualcuno parlare senza esitazioni e gli attribuiamo competenza. Quando invece introduce un dubbio, fa una distinzione o ammette che i dati non bastano, iniziamo a considerarlo meno autorevole.
La sicurezza ha un grande vantaggio: si vede. La competenza, molto meno.
Per riconoscerla servono tempo, attenzione e la capacità di distinguere una risposta fondata da una frase pronunciata bene. Ma viviamo in un tempo che premia la rapidità, l’affermazione netta, la spiegazione capace di eliminare la complessità anziché attraversarla. Così chi non ha dubbi può sembrare preparato, mentre chi conosce davvero un argomento rischia di apparire incerto.
È dentro questa contraddizione che l’effetto Dunning-Kruger è diventato famoso. Ed è sempre dentro questa contraddizione che è stato semplificato fino quasi a perdere il suo significato.
Lo utilizziamo per descrivere chi parla di ciò che non conosce. Lo tiriamo fuori davanti alle opinioni più superficiali. Qualche volta serve soltanto a chiamare incompetente qualcuno usando il nome di una teoria psicologica.
Il punto, però, non è stabilire chi sia stupido e chi intelligente.
La questione è molto più scomoda: quando possediamo poche conoscenze in un determinato campo, possono mancarci anche gli strumenti necessari per capire quanto siano fragili le nostre conclusioni. L’errore non sempre si presenta come un errore. A volte ci appare logico, evidente, perfino indiscutibile.
Ed è proprio per questo che il fenomeno non riguarda soltanto gli altri.
Riguarda anche tutte le volte in cui la nostra certezza è molto più grande delle verifiche su cui l’abbiamo costruita.
Quando non sappiamo abbastanza per riconoscere l’errore
Nel 1999 gli psicologi Justin Kruger e David Dunning pubblicarono quattro studi nei quali i partecipanti affrontavano prove di logica, grammatica e valutazione dell’umorismo. Dopo averle completate, dovevano stimare la qualità della propria prestazione e la posizione raggiunta rispetto agli altri.
I partecipanti con i risultati peggiori mostrarono una forte distanza tra il rendimento ottenuto e quello percepito. In media si collocavano intorno al dodicesimo percentile, ma ritenevano di trovarsi circa al sessantaduesimo. Non si consideravano necessariamente i migliori. Semplicemente, non riuscivano a riconoscere quanto fosse stata debole la loro prestazione.
Kruger e Dunning parlarono di un doppio svantaggio. Una competenza insufficiente può portare a commettere errori e, nello stesso tempo, può rendere difficile individuare quegli stessi errori.
Per riconoscere che una frase contiene un problema grammaticale bisogna conoscere almeno alcune regole della lingua. Per accorgersi della debolezza di un ragionamento servono criteri logici adeguati. Per valutare seriamente un’interpretazione psicologica occorre conoscere qualcosa dei processi, dei metodi e dei limiti della disciplina.
Quando questi strumenti mancano, una conclusione sbagliata può apparire perfettamente ragionevole.
Il fenomeno coinvolge la metacognizione, cioè l’insieme dei processi attraverso cui osserviamo e valutiamo il nostro stesso pensiero. La mente non produce soltanto risposte: cerca anche di stabilire quanto quelle risposte siano affidabili.
La sensazione di certezza, però, non nasce sempre da indizi attendibili. Un’idea può sembrarci corretta perché è arrivata rapidamente, perché coincide con ciò che pensavamo già o perché è facile da spiegare. Nessuna di queste condizioni dimostra che sia vera.
Gli studi sul metaragionamento mostrano che le sensazioni di sicurezza e insicurezza dipendono anche da segnali euristici, utili ma non necessariamente affidabili. Eppure ci serviamo proprio di quelle sensazioni per decidere se continuare a riflettere, cercare altre informazioni oppure fermarci alla prima risposta.
Il rischio nasce qui. Se una conclusione ci sembra immediatamente chiara, potremmo non sentire il bisogno di controllarla. La sicurezza diventa il motivo per cui smettiamo di verificare proprio quando avremmo più bisogno di farlo.
La competenza non produce necessariamente insicurezza
La versione popolare dell’effetto Dunning-Kruger racconta spesso una storia troppo ordinata: chi sa poco sarebbe pieno di certezze, mentre chi sa molto vivrebbe tormentato dal dubbio.
La ricerca non permette una conclusione così assoluta.
Una persona competente può esprimersi con grande sicurezza. Un medico, un tecnico o un ricercatore non devono mostrare esitazione davanti a ogni domanda per dimostrare di conoscere la materia. La differenza sta nel modo in cui quella sicurezza è stata costruita e nei confini entro cui viene utilizzata.
Chi conosce seriamente un argomento sa in quali condizioni una risposta può essere considerata affidabile. Conosce le eccezioni, distingue un dato da un’interpretazione, una correlazione da un rapporto causale, un’esperienza personale da una conclusione generalizzabile.
Non dubita di tutto. Sa dove è ragionevole essere sicuro e dove occorre fermarsi.
La competenza rende visibile la complessità. Mostra quanti fattori possano intervenire, quante variabili non siano state considerate e quanto una risposta valida in un contesto possa diventare sbagliata in un altro.
Questo può far sembrare l’esperto meno deciso di chi ha appena incontrato l’argomento. Il primo vede i limiti della risposta. Il secondo non li riconosce ancora.
Nello studio originale, i partecipanti con le prestazioni migliori tendevano talvolta a sottovalutare la propria posizione rispetto agli altri. Ciò non significava necessariamente che fossero inconsapevoli delle proprie capacità. In alcuni casi valutavano abbastanza bene il proprio risultato, ma presumevano che anche gli altri avessero risposto correttamente. L’errore riguardava il confronto con il gruppo, non sempre la percezione della propria prova.
Anche gli esperti possono sopravvalutarsi. Una grande preparazione in un settore può indurre a sentirsi autorevoli anche fuori dal proprio campo. Il prestigio professionale rischia allora di essere confuso con una capacità universale di giudizio.
Essere un ottimo imprenditore non rende esperti di medicina. Conoscere profondamente la psicologia non rende automaticamente competenti in economia. Una lunga esperienza personale non permette di trasformare ogni convinzione in una regola valida per tutti.
L’effetto Dunning-Kruger, quando viene osservato, riguarda abilità e contesti specifici. Non misura l’intelligenza complessiva di una persona e non divide l’umanità tra competenti consapevoli e incompetenti presuntuosi.
Ognuno di noi può conoscere molto bene qualcosa e sopravvalutarsi completamente in altro.
Il grafico che ha trasformato la ricerca in una favola
La rappresentazione più conosciuta dell’effetto Dunning-Kruger mostra una curva che sale rapidamente verso il cosiddetto “monte della stupidità”, precipita nella “valle della disperazione” e poi risale lentamente con l’aumentare della competenza.
È un’immagine efficace. In pochi secondi racconta una storia comprensibile: all’inizio crediamo di sapere tutto, poi scopriamo la complessità, perdiamo sicurezza e infine costruiamo una conoscenza più solida.
Quel grafico, però, non compare nello studio del 1999.
Kruger e Dunning confrontarono le prestazioni reali con le autovalutazioni dei partecipanti, suddividendoli in quartili. Non descrissero un percorso psicologico universale attraverso cui ogni persona dovrebbe passare durante l’apprendimento.
Il celebre monte può essere utilizzato come metafora, purché venga presentato per ciò che è. Diventa fuorviante quando lo si spaccia per una rappresentazione scientifica del fenomeno.
Non tutte le persone inesperte si sentono superiori. Molte sono perfettamente consapevoli di avere ancora molto da imparare. Allo stesso modo, non tutte le persone preparate sviluppano umiltà intellettuale. La conoscenza può aumentare la capacità di riconoscere i propri limiti, ma non corregge automaticamente il bisogno di avere ragione.
L’apprendimento non è una strada identica per tutti. Qualcuno incontra un errore e lo usa per migliorare. Qualcun altro lo nega, lo attribuisce agli altri o cerca soltanto informazioni capaci di confermare ciò che pensava già.
Sapere di più può aiutarci a riconoscere ciò che ignoriamo. Non garantisce che saremo disposti ad ammetterlo.
Un effetto reale, ma meno semplice di quanto sembri
L’esistenza di errori nell’autovalutazione è ampiamente documentata. Più controversa è la spiegazione secondo cui i partecipanti meno capaci si sopravvaluterebbero soprattutto perché privi degli strumenti metacognitivi necessari per riconoscere la propria incompetenza.
Nel 2006 Katherine Burson, Richard Larrick e Joshua Klayman mostrarono che la difficoltà del compito modificava sensibilmente i risultati. Nei compiti moderatamente difficili, i migliori e i peggiori partecipanti differivano poco nell’accuratezza delle proprie valutazioni. Nei compiti più complessi, i partecipanti migliori potevano perfino risultare meno precisi di quelli con prestazioni inferiori nel valutare la propria posizione rispetto agli altri.
Gli autori proposero una spiegazione fondata sulla combinazione tra rumore statistico e tendenza generale a fornire valutazioni favorevoli di sé. In questa prospettiva, una parte dell’effetto non dipenderebbe necessariamente da una speciale incapacità degli inesperti di riconoscersi tali.
Altri studi hanno invece continuato a osservare una relazione tra prestazione e capacità di autovalutazione. Nel 2017 Gordon Pennycook e colleghi esaminarono il fenomeno attraverso prove di ragionamento. I partecipanti che commettevano più errori nel Cognitive Reflection Test tendevano a sovrastimare in modo marcato i propri risultati; la calibrazione migliorava con l’aumentare delle risposte corrette.
La discussione scientifica non si è chiusa.
Nel 2020 Gilles Gignac e Marcin Zajenkowski sostennero che gran parte del classico andamento Dunning-Kruger potesse essere prodotta dalla regressione verso la media e dalla tendenza delle persone a considerarsi migliori della media. Utilizzando tecniche statistiche diverse dalla tradizionale divisione in quartili, trovarono un sostegno molto più limitato alla versione forte dell’ipotesi.
Nel 2022 Jan Magnus e Anatoly Peresetsky elaborarono un modello statistico capace di riprodurre quasi perfettamente il tipico andamento dell’effetto considerando i limiti delle scale utilizzate. Un punteggio, infatti, non può scendere sotto il minimo né superare il massimo. Chi si trova vicino a uno degli estremi può sbagliare la propria stima soprattutto in una direzione, producendo graficamente la caratteristica sovrastima dei peggiori e la sottostima dei migliori.
Nel 2024 Izabela Lebuda e colleghi hanno esaminato il fenomeno nell’ambito della creatività. Le analisi tradizionali sembravano confermarlo, mentre procedure statistiche più avanzate offrivano un sostegno debole e discontinuo. Il risultato cambiava, quindi, anche in base al metodo utilizzato per studiarlo.
Dire che l’effetto sia stato smentito sarebbe scorretto. Lo sarebbe anche continuare a presentarlo come una legge universale e indiscutibile.
Le persone possono sopravvalutare le proprie capacità e chi ottiene risultati bassi può incontrare maggiori difficoltà nel riconoscere la qualità della propria prestazione. Non possiamo però attribuire ogni discrepanza a un unico deficit metacognitivo. Entrano in gioco il tipo di compito, il modo in cui viene richiesta l’autovalutazione, la difficoltà della prova, la qualità delle misure e la tendenza generale a proteggerci da un giudizio negativo su noi stessi.
La ricerca ha reso il fenomeno meno spettacolare, ma molto più interessante.
Quando una teoria psicologica diventa un insulto
Nel linguaggio comune, l’effetto Dunning-Kruger viene ormai usato per squalificare qualcuno senza affrontare ciò che sta dicendo.
Basta una frase pronunciata con sicurezza, un’opinione superficiale o una posizione diversa dalla nostra perché arrivi la sentenza: “È il classico Dunning-Kruger”.
Per giungere a quella conclusione, però, dovremmo conoscere la competenza reale della persona, il modo in cui valuta se stessa e la distanza tra queste due misure. Il tono con cui parla non è sufficiente.
Una persona può essere arrogante e competente. Può essere insicura e impreparata. Può avere ragione pur esprimendosi male oppure sbagliare completamente con una capacità comunicativa straordinaria.
Utilizzare il nome di una teoria psicologica non rende scientifico un giudizio. A volte serve soltanto a dare una forma più elegante al disprezzo.
C’è anche un paradosso difficile da ignorare. Chi attribuisce con facilità il Dunning-Kruger agli altri potrebbe stare sopravvalutando proprio la propria capacità di valutare persone e competenze.
Si sente autorizzato a misurare conoscenze che non ha verificato, a dedurre processi mentali che non può osservare e a trasformare una teoria discussa in una diagnosi sulla persona.
A quel punto il concetto non ci aiuta più a comprendere come pensiamo. Diventa un’arma per proteggerci dalla possibilità che l’errore possa riguardare anche noi.
Perché la certezza continua a vincere
I social non hanno inventato la presunzione. Hanno però costruito un ambiente che premia le affermazioni nette.
Una frase assoluta si comprende in pochi secondi. Una spiegazione accurata richiede tempo, attenzione e disponibilità a sopportare una quota di incertezza. Chi afferma che le cose stanno esattamente in un modo appare più forte di chi prova a spiegare da quali condizioni dipenda una risposta.
Il problema non riguarda soltanto chi parla. Riguarda anche chi ascolta.
La certezza ci attrae perché riduce temporaneamente la complessità. Ci fa sentire che il mondo possa essere spiegato attraverso una formula, un colpevole o una soluzione immediata.
La competenza autentica è spesso meno rassicurante. Introduce limiti. Costringe a distinguere. Qualche volta ci lascia senza la risposta che avremmo voluto ricevere.
Questo non significa che il dubbio sia sempre intelligente. Si può dubitare per paura, confusione o incapacità di assumersi una responsabilità. Allo stesso modo, una persona molto sicura può avere perfettamente ragione.
La certezza non è una prova. Il dubbio non è una garanzia.
Conta la possibilità di verificare un’affermazione, confrontarla con le evidenze e modificarla quando non regge.
Il punto cieco che riguarda anche noi
È facile leggere dell’effetto Dunning-Kruger e pensare immediatamente a qualcun altro. Un collega, un conoscente, una persona incontrata online. Qualcuno che parla troppo, ascolta poco e sembra non accorgersi dei propri limiti.
Molto più difficile è rivolgere la stessa domanda verso di noi.
Il valore di questo concetto non sta nella possibilità di dividere le persone tra competenti e incompetenti. Sta nel ricordarci che i limiti più difficili da riconoscere possono essere proprio quelli per i quali non abbiamo ancora sviluppato gli strumenti necessari.
La competenza non si misura soltanto dalla quantità di risposte che sappiamo dare. Si vede nel modo in cui reagiamo quando qualcuno ci corregge, nella qualità delle fonti che scegliamo e nella disponibilità a distinguere ciò che conosciamo da ciò che stiamo soltanto supponendo.
Dire “non lo so” non rappresenta sempre una mancanza.
Qualche volta è il primo segnale che abbiamo iniziato a capire la complessità della domanda.
La questione, allora, non è stabilire chi tra le persone che conosciamo sia vittima dell’effetto Dunning-Kruger.
La domanda più scomoda è un’altra:
in quale parte della nostra vita ci sentiamo molto più competenti di quanto siamo disposti a verificare?
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