Articolo di: Gabriele Vinciguerra

I social non condizionano soltanto ciò che vediamo. Ogni giorno ci restituiscono informazioni su quale versione di noi riceve attenzione, quale viene ignorata e quale viene premiata. Ed è qui che una questione tecnologica entra nel territorio più delicato della nostra identità.
A volte apro Instagram e mi viene quasi da ridere. Non perché ci sia qualcosa di particolarmente divertente, ma per la contraddizione che abbiamo davanti e che ormai sembra essere diventata normale.
Ci sono persone che spiegano come rendere virale un contenuto, come catturare l’attenzione nei primi secondi, quale apertura utilizzare, quanto deve durare un video, quando bisogna pubblicare, quali parole funzionano meglio e quali invece rischiano di far scorrere via chi guarda. Intorno alla comunicazione è nata un’intera cultura dell’ottimizzazione, e in sé non ci sarebbe nemmeno nulla di male: se ho qualcosa da dire, è ragionevole cercare il modo migliore per farlo arrivare agli altri.
Il problema nasce quando, a forza di cercare il modo migliore per essere ascoltati, cominciamo lentamente a modificare ciò che volevamo dire.
A quel punto la domanda cambia.
Non mi chiedo più come comunicare meglio un pensiero che mi appartiene, ma quale forma debba assumere quel pensiero affinché qualcuno si fermi. Poi può accadere qualcosa di ancora più sottile: non modifico soltanto il modo in cui parlo, comincio a capire quali argomenti ottengono più attenzione, quali parti di me vengono accolte meglio, quale immagine produce approvazione, quale tono genera una risposta. E senza che nessuno me lo imponga apertamente, posso iniziare a orientarmi verso ciò che viene premiato.
È qui che l’algoritmo smette di riguardare soltanto quello che vediamo.
Comincia a riguardare quello che scegliamo di essere mentre ci facciamo vedere.
Non siamo la stessa persona in ogni luogo, e non è questo il problema
L’essere umano ha sempre regolato il modo in cui si presenta agli altri. Molto prima dei social, Erving Goffman aveva descritto la vita sociale attraverso la metafora della rappresentazione: entriamo nei contesti, interpretiamo ciò che ci viene richiesto, cerchiamo di governare l’impressione che produciamo e mostriamo aspetti differenti di noi a seconda delle persone e delle situazioni che incontriamo. Non significa necessariamente mentire. Significa che la nostra identità viene vissuta anche nella relazione.
Nessuno parla con il proprio figlio come parlerebbe durante una riunione di lavoro e nessuno, probabilmente, mostra la stessa parte di sé a un amico intimo e a una persona appena conosciuta. Questa capacità di modulazione appartiene alla normale esperienza sociale.
I social, però, hanno introdotto una differenza importante: la rappresentazione può essere preparata, modificata, cancellata e riproposta quasi senza limiti. Possiamo scegliere una fotografia tra cinquanta, riscrivere una frase, eliminare ciò che non ci convince, selezionare un frammento della giornata e lasciare tutto il resto fuori dall’inquadratura. La letteratura sull’autorappresentazione online mostra infatti che questi ambienti possono favorire sia forme autentiche di espressione sia presentazioni molto più selettive e idealizzate. Gli effetti sul benessere non sono uniformi: dipendono dal tipo di autorappresentazione, dal confronto con gli altri, dalle caratteristiche individuali e dal contesto in cui tutto questo avviene.
Il problema, allora, non è stabilire se sui social siamo veri o falsi.
È capire cosa succede quando la parte di noi che scegliamo di mostrare viene continuamente misurata.
Il Sé che siamo, quello che vorremmo essere e quello che pensiamo di dover essere
Nel 1987 lo psicologo E. Tory Higgins formulò la Self-Discrepancy Theory, distinguendo tra il Sé attuale, cioè la rappresentazione di ciò che riteniamo di essere, il Sé ideale, legato a ciò che desidereremmo diventare, e il Sé normativo o “ought self”, connesso a ciò che sentiamo di dover essere sulla base di aspettative, obblighi e standard interiorizzati. Le discrepanze tra queste rappresentazioni possono avere conseguenze emotive differenti.
I social non hanno creato queste distanze. Le hanno però collocate dentro un ambiente nel quale il Sé che mostriamo riceve continuamente una risposta pubblica e quantificabile.
Ed è questa la parte che trovo psicologicamente straordinaria e, nello stesso tempo, inquietante.
Per gran parte della storia umana lo sguardo dell’altro è stato qualcosa che percepivamo attraverso la relazione. Una parola, un gesto, un silenzio, un avvicinamento o un rifiuto. Oggi una parte di quello sguardo è diventata un numero.
Quante persone mi hanno visto.
Quante hanno reagito.
Quante hanno condiviso.
Quante hanno deciso di seguirmi.
Non penso che un like possa essere ridotto automaticamente a un bisogno patologico di approvazione. Sarebbe una banalizzazione. Ma non possiamo nemmeno fingere che il riconoscimento sociale sia irrilevante per un essere umano soltanto perché avviene attraverso uno schermo.
Uno studio sperimentale molto noto condotto da Lauren Sherman e colleghi su adolescenti ha mostrato che le fotografie presentate come maggiormente apprezzate dai coetanei venivano a loro volta valutate più favorevolmente e che la visione di immagini associate a molti like era correlata a una maggiore attività in regioni implicate nei processi di ricompensa e nella cognizione sociale. Lo studio riguarda adolescenti e non autorizza a trasferire automaticamente i risultati a qualunque adulto, ma mostra con chiarezza quanto il feedback sociale online possa diventare psicologicamente significativo.
La questione, però, non si esaurisce nel piacere di ricevere approvazione.
È ciò che impariamo da quell’approvazione a diventare interessante.
Quando il feedback diventa una lezione su noi stessi
Se pubblico qualcosa e ricevo una risposta molto forte, quella risposta mi consegna un’informazione. Se ne pubblico un’altra e trovo quasi soltanto silenzio, ricevo un’informazione differente.
Presi singolarmente sono episodi senza particolare importanza. Ripetuti centinaia di volte possono diventare una specie di cartografia sociale: cominciamo a conoscere quali territori di noi ricevono attenzione e quali sembrano non interessare a nessuno.
Non serve immaginare un algoritmo dotato di una volontà che vuole trasformarci. Sarebbe un modo ingenuo di leggere il problema. Basta comprendere che viviamo dentro ambienti nei quali determinati comportamenti producono risposte differenti e che gli esseri umani apprendono anche attraverso le conseguenze delle proprie azioni.
Per chi crea contenuti questa dinamica è ancora più evidente. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 su Work, Employment and Society ha analizzato proprio la relazione tra creator e ambienti algoritmici, mostrando come la visibilità online non sia un elemento neutrale ma uno dei luoghi nei quali si esercita il potere delle piattaforme. Gli autori descrivono creator che cercano di interpretare le logiche algoritmiche e di adattare il proprio lavoro a un sistema che rimane in larga parte opaco e che controlla una parte decisiva della distribuzione.
Ed è qui che torniamo al paradosso da cui sono partito.
Io posso avere qualcosa da dire e utilizzare una tecnica per dirlo meglio. In quel caso lo strumento serve il pensiero.
Ma se comincio a scegliere il pensiero perché conosco la tecnica che produce maggiore visibilità, la gerarchia si è rovesciata.
Il contenuto diventa materiale da inserire dentro una struttura costruita per trattenere l’attenzione.
Non è più una differenza semplicemente comunicativa. È culturale.
Cosa succede alla complessità quando deve competere per pochi secondi di attenzione
Ci sono pensieri che hanno bisogno di tempo.
Non perché chi li esprime sia incapace di essere sintetico, ma perché la realtà umana non sempre possiede una forma breve.
La psicologia, per esempio, vive di contesti, storie, significati, intensità, frequenze, differenze individuali. Due persone possono compiere apparentemente lo stesso gesto per ragioni completamente differenti. Uno stesso comportamento può assumere significati diversi in momenti diversi della vita.
Eppure sappiamo quanto siano potenti comunicativamente formule come “se fa questo è un narcisista”, “cinque segnali che dimostrano che non ti ama”, “le persone tossiche fanno sempre così”.
Sono formule facili da comprendere, facili da ricordare e facili da condividere.
Il problema è che spesso la realtà psicologica non funziona così.
Se per conquistare attenzione dobbiamo eliminare progressivamente le sfumature, a impoverirsi non è soltanto il singolo contenuto. Rischia di modificarsi anche il modo in cui ci abituiamo a pensare ciò che vediamo.
La complessità comincia a sembrare lentezza. Il dubbio sembra insicurezza. La prudenza viene scambiata per mancanza di una posizione. Una spiegazione che richiede contesto perde terreno davanti a una frase capace di offrire immediatamente un colpevole, una diagnosi o una soluzione.
Ed è paradossale che questo avvenga proprio mentre continuiamo a parlare di autenticità.
Perché abbiamo creato un ambiente nel quale viene chiesto continuamente alle persone di essere se stesse, ma possibilmente nella forma che produce maggiore permanenza, maggiore interazione e maggiore visibilità.
Quando il confronto non riguarda più soltanto gli altri
C’è poi un altro processo che attraversa tutto questo: il confronto sociale.
La ricerca mostra che i social network possono amplificarlo, soprattutto quando l’utilizzo è passivo e quando siamo esposti a rappresentazioni selezionate o idealizzate degli altri. Le conseguenze non sono inevitabilmente negative, ma la revisione di Verduyn e colleghi evidenzia come il confronto verso l’alto, cioè con persone percepite come migliori di noi su una determinata dimensione, sia frequentemente associato a un peggioramento del benessere soggettivo, soprattutto nelle persone maggiormente predisposte a confrontarsi.
Di solito immaginiamo questo processo in una sola direzione: guardo qualcuno che mi sembra più bello, felice, ricco, realizzato e mi confronto con lui.
Ma credo che oggi dovremmo aggiungere un secondo confronto, molto più silenzioso.
Quello con la nostra stessa versione che ha avuto successo.
La fotografia di me che piaceva di più.
Il video nel quale ero più brillante.
Il pensiero che ha ricevuto più condivisioni.
Il corpo che otteneva maggiore attenzione.
A quel punto il confronto non avviene più soltanto tra me e gli altri. Può avvenire tra me e la rappresentazione di me che ho imparato essere maggiormente desiderabile.
Uno studio di Monacis e colleghi ha esaminato il rapporto tra autenticità, alienazione da sé, influenza esterna, autorappresentazione idealizzata e uso problematico dei social. Gli stessi autori precisano che, trattandosi di uno studio trasversale, non è possibile stabilire una direzione causale. Il dato interessante è però il legame osservato tra maggiore alienazione da sé, maggiore accettazione dell’influenza esterna e una presentazione online più idealizzata, mentre l’autenticità risultava associata a un rischio inferiore di uso problematico.
Non significa che pubblicare una bella fotografia ci trasformi in persone false.
Significa che la distanza tra ciò che sentiamo di essere e ciò che sentiamo di dover mostrare merita molta più attenzione.
Il limite dell’alfabetizzazione digitale che abbiamo costruito
Per anni abbiamo parlato di educazione digitale come se significasse soprattutto imparare a utilizzare correttamente gli strumenti.
Proteggere una password, riconoscere una truffa, impostare la privacy, distinguere una fonte attendibile da una falsa.
È tutto necessario.
Ma non basta.
Possiamo conoscere perfettamente il funzionamento tecnico di Instagram e non avere la minima consapevolezza del rapporto che abbiamo costruito con l’approvazione.
Possiamo sapere che una fotografia è filtrata e sentirci comunque inadeguati davanti a quel corpo.
Possiamo ripeterci che i follower non misurano il nostro valore e controllarne comunque il numero.
Possiamo criticare l’omologazione e modificare un contenuto perché abbiamo imparato che in un altro modo “funziona meglio”.
Non è sufficiente conoscere razionalmente un meccanismo per diventarne immuni.
Per questo una vera alfabetizzazione ai social dovrebbe comprendere anche la psicologia. L’American Psychological Association, parlando in particolare degli adolescenti, raccomanda esplicitamente una formazione che permetta di comprendere il funzionamento psicologico e sociale delle piattaforme, i meccanismi di confronto, l’uso dei dati e le caratteristiche di design come contenuti raccomandati, like ed endless scrolling. L’APA sottolinea anche che gli effetti dei social possono essere positivi o negativi a seconda delle caratteristiche della persona, del contenuto e del contesto.
Il Surgeon General statunitense è arrivato a conclusioni analoghe per bambini e adolescenti, chiedendo non soltanto maggiore alfabetizzazione digitale ma anche che le aziende riducano le caratteristiche progettate per massimizzare tempo, attenzione ed engagement quando possono produrre rischi per il benessere.
Questa distinzione per me è fondamentale.
Non si può caricare tutto sulle spalle dell’individuo dicendogli semplicemente di imparare a usare meglio i social, quando l’ambiente nel quale entra è stato progettato anche per ottenere e mantenere la sua attenzione.
Forse abbiamo superato un confine senza rendercene conto
Non mi interessa demonizzare i social. Li utilizzo anch’io, fanno parte del nostro modo di comunicare e hanno permesso incontri, conoscenza, lavoro, relazioni e possibilità che sarebbe assurdo negare.
Ma riconoscere ciò che hanno reso possibile non dovrebbe impedirci di guardare ciò che stanno modificando.
Nel luglio 2026 la Commissione europea ha comunicato una valutazione preliminare secondo cui alcune caratteristiche del design di Instagram e Facebook — tra cui scroll infinito, autoplay, notifiche push e sistemi di raccomandazione fortemente personalizzati — potrebbero violare gli obblighi del Digital Services Act relativi alla valutazione e mitigazione dei rischi. La Commissione ha collegato l’indagine anche ai possibili effetti sul benessere fisico e mentale degli utenti, precisando però che si tratta di conclusioni preliminari e che non anticipano l’esito definitivo del procedimento.
Questa vicenda non dimostra che qualunque social faccia male a chiunque lo utilizzi.
Dimostra però che parlare degli effetti del design delle piattaforme non appartiene più soltanto al territorio delle impressioni individuali.
E qui arrivo a una parte che non considero un dato scientifico, ma una riflessione personale.
A volte ho la sensazione che stiamo arrivando, o forse siamo già arrivati, a un punto nel quale non basta più insegnare alle persone come funzionano questi strumenti. Abbiamo bisogno di una cultura capace di interrogarsi su cosa ci fanno diventare mentre li utilizziamo.
Non vedo ancora questa cultura nella misura in cui sarebbe necessaria.
Vedo un’enorme quantità di educazione a come ottenere attenzione e molta meno educazione a capire perché quell’attenzione sia diventata così importante.
Vedo corsi su come costruire un’identità online e molte meno domande su cosa succeda quando quell’identità comincia a prendere il posto della persona.
Vedo strategie per aumentare la visibilità e poco spazio dedicato a una questione molto più semplice: visibili per mostrare che cosa?
Essere visti non significa necessariamente essere riconosciuti
Forse abbiamo finito per confondere due esperienze profondamente diverse.
Essere visibili significa comparire davanti agli occhi di qualcuno.
Essere riconosciuti significa che quello sguardo incontra realmente qualcosa che ci appartiene.
Possiamo comprare visibilità. Possiamo studiarne le regole. Possiamo imparare a costruire un video in modo più efficace e possiamo perfino capire quali argomenti hanno maggiore probabilità di circolare.
Ma nessuna di queste cose ci dice se quello che gli altri stanno vedendo continua a rappresentarci.
E non credo che la risposta sia pubblicare male per dimostrare di essere autentici. Sarebbe soltanto un’altra forma di rappresentazione. Possiamo imparare a comunicare meglio, scegliere una fotografia più forte, eliminare una frase inutile, rendere un concetto più comprensibile.
Il punto è stabilire chi deve servire chi.
Se il linguaggio serve ciò che voglio dire, sto comunicando.
Quando ciò che voglio dire comincia a essere scelto in funzione del linguaggio che il sistema premia, qualcosa cambia.
Ed è proprio lì che la questione diventa identitaria.
Perché se ogni giorno impariamo quale versione di noi viene premiata, dopo anni trascorsi a mostrarla agli altri diventa legittimo domandarsi dove finisca ciò che abbiamo scelto di mostrare e dove cominci ciò che siamo diventati.
Ma fermarsi a questa domanda significherebbe perdere una parte importante del problema.
La domanda ancora più grande riguarda il processo che viene prima.
Quanto può adattarsi un essere umano a un ambiente prima di accorgersi che non sta più soltanto imparando a usarlo, ma sta imparando a pensare, comunicare e percepire se stesso secondo le regole di quell’ambiente?
Non credo che abbiamo già una risposta capace di chiudere la questione.
Ma penso che continuare a non farci la domanda sarebbe molto più pericoloso.
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