Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Ho due figli, oggi uno ha 25 anni e l’altro 18 e mezzo, e probabilmente non c’è nessun’altra parte della mia vita sulla quale io abbia riflettuto tanto quanto sul mio essere padre.
Non perché viva con il rimpianto di quello che è stato. Anzi, questa è una cosa che voglio dire subito perché per me è importante: io non tornerei indietro.
Amo troppo la persona che sono diventato oggi per desiderare di tornare ad essere quello che ero vent’anni fa. Sarebbe anche assurdo, perché tutto quello che ho vissuto, compresi gli errori, le cose che non ho capito e quelle che ho capito soltanto dopo, mi ha portato fin qui.
Però quando hai dei figli succede una cosa strana. Puoi essere molto felice del rapporto che hai costruito con loro oggi e contemporaneamente renderti conto che, quando erano piccoli, alcune cose non eri ancora capace di vederle.
Ed è inevitabile che questo qualche volta faccia pensare.
Quando sono diventato padre avevo, come credo molti genitori, un’idea abbastanza precisa di quello che significasse educare un figlio. Pensavo di dovergli indicare una strada, proteggerlo, aiutarlo a distinguere ciò che era giusto da ciò che era sbagliato. Tutte cose che continuano ad avere un senso, naturalmente. Il problema è che oggi mi rendo conto che qualche volta, proprio perché sei convinto di volere il meglio per tuo figlio, rischi di occupare troppo spazio dentro la sua vita.
Non lo fai perché non lo ami abbastanza.
Forse lo fai proprio perché lo ami tantissimo.
Solo che l’amore, da solo, non ti consegna automaticamente la capacità di comprendere un’altra persona.
Questa per me è stata una scoperta enorme.
Perché puoi conoscere tuo figlio da quando è nato, averlo visto imparare a camminare, crescere, avere paura, arrabbiarsi, cambiare, e pensare per questo di sapere chi sia. Poi ti accorgi che conoscere la storia di una persona non significa necessariamente conoscere tutto quello che quella persona sente.
E soprattutto ti accorgi che un figlio non è qualcuno che devi completare.
È qualcuno che devi imparare a incontrare.
Io questa cosa, tanti anni fa, non credo di averla compresa fino in fondo.
Avevo il mio modo di essere padre, il mio carattere, la mia storia, quello che avevo imparato a mia volta, le mie convinzioni. Pensavo che alcune cose fossero giuste semplicemente perché per me lo erano e molto probabilmente, in alcuni momenti, ho cercato di trasmettere ai miei figli un modello che sentivo corretto senza chiedermi abbastanza se fosse anche il loro.
Oggi lo vedo.
Ma non lo guardo con rimpianto.
Lo guardo con la consapevolezza che appartiene alla persona che ero e che quella persona non poteva avere gli strumenti che ho costruito dopo.
Poi, nel 2019, la mia vita è cambiata profondamente.
Il mio matrimonio è finito e la famiglia che avevamo costruito ha assunto una forma diversa.
È stata una separazione molto dolorosa per me, ma non voglio raccontarla come la storia di qualcuno che ha fatto qualcosa a qualcun altro. Non è questo il punto e, soprattutto, non è quello che sento.
Alla madre dei miei figli voglio bene ancora oggi.
Abbiamo condiviso tanti anni della nostra vita e insieme abbiamo fatto la cosa più importante che mi sia mai capitata: siamo diventati genitori.
Una relazione può finire senza dover cancellare tutto quello che è esistito prima e senza che, per dare un significato alla sofferenza, sia necessario trovare un colpevole.
Quello che mi interessa raccontare è ciò che è successo a me dopo.
Perché quella frattura mi ha costretto, forse per la prima volta in maniera così radicale, a guardarmi davvero.
Ho iniziato a studiare prima di tutto per me stesso. Avevo bisogno di capire cosa stesse succedendo dentro di me, perché alcune cose mi facessero così male e soprattutto chi volessi essere da quel momento in avanti.
Poi è arrivata la psicologia.
Dire che lo studio della psicologia mi abbia salvato la vita può sembrare una frase enorme, ma io la sento esattamente così.
Non mi ha salvato perché abbia risolto magicamente quello che provavo. Mi ha salvato perché mi ha permesso di interrogarmi in un modo che prima non conoscevo.
Mi ha dato strumenti per comprendere le relazioni, i comportamenti, le emozioni e, inevitabilmente, più studiavo tutto questo più finivo per tornare a me stesso.
E ai miei figli.
È lì che credo sia iniziato il cambiamento più importante.
Ho cominciato lentamente a rendermi conto che essere padre non significava necessariamente avere sempre qualcosa da insegnare. Che qualche volta la cosa più importante era riuscire a rimanere lì, davanti a loro, senza entrare immediatamente dentro quello che mi stavano raccontando con il mio pensiero.
Oggi, quando uno dei miei figli mi parla, cerco prima di capire dove si trova lui.
Non dove penso dovrebbe essere.
E questa differenza, che scritta così sembra quasi banale, per me ha cambiato completamente il modo di vivere la relazione con loro.
Perché quando ascolti veramente tuo figlio devi anche accettare una cosa che come genitore non è sempre semplice: davanti a te c’è una persona che ha una propria mente, un proprio modo di sentire, una propria idea della vita e che non necessariamente vedrà il mondo come lo vedi tu.
E va bene così.
Anzi, oggi credo che sia proprio questo il punto.
Io non voglio due figli che mi assomiglino.
Voglio conoscere le persone che stanno diventando.
Ed è una cosa bellissima perché, crescendo, hanno cominciato anche loro a mostrarmi parti di sé che quando erano bambini non potevano ancora conoscere e che io, naturalmente, non potevo conoscere.
Oggi parliamo in un modo che sento profondamente diverso.
È difficile spiegare esattamente cosa sia cambiato perché non riguarda soltanto gli argomenti di cui parliamo. È il modo in cui stiamo nella conversazione.
Sento che possiamo abbassare le difese.
Possiamo affrontare qualcosa di molto serio, raccontarci una paura, parlare di una relazione o di qualcosa che ci sta facendo male e poi magari, un attimo dopo, ridere per una stupidaggine.
Per me è diventata una comunicazione molto più intima proprio perché non c’è bisogno di trasformarla continuamente in qualcosa di importante.
Possiamo semplicemente essere noi.
Ed è forse questa la cosa di cui sono più felice.
Io non so tutto della vita dei miei figli e non voglio saperlo. Mi sembrerebbe persino sbagliato pensare che, in quanto padre, abbia diritto ad avere accesso a ogni parte della loro esistenza.
Quello che spero, ed è qualcosa che percepisco nel rapporto che abbiamo costruito, è che quando sentono il bisogno di raccontarmi qualcosa non debbano preoccuparsi di come io reagirò.
Che possano parlarmi senza preparare prima una versione dei fatti più facile da ascoltare per me.
Perché credo che una delle cose più belle che possa accadere tra un genitore e un figlio sia arrivare al punto in cui il figlio sa che può essere sincero anche quando quella sincerità potrebbe non piacerti.
Non significa approvare qualsiasi cosa.
Significa non far dipendere l’amore dall’approvazione.
Io posso essere preoccupato per una scelta dei miei figli, posso non condividerla, posso anche dirglielo. Ma vorrei che non esistesse mai il dubbio che quella differenza possa cambiare ciò che provo per loro.
Questo è il padre che oggi voglio essere.
Non il padre perfetto, anche perché credo che sia una figura che non esiste e probabilmente farebbe anche parecchi danni.
Voglio essere un padre raggiungibile.
Uno al quale puoi dire una cosa senza avere già pronta la difesa.
Uno con cui puoi anche discutere sapendo che, finita la discussione, la relazione è ancora lì.
Forse è questa la cosa che negli anni ho imparato più di tutte: la relazione viene prima del bisogno di avere ragione.
E oggi, quando guardo i miei figli, sento che il rapporto che abbiamo è forse una delle cose più belle che sia riuscito a costruire nella mia vita.
Eppure c’è qualcosa che continua a mancarmi moltissimo.
La quotidianità.
Non il passato.
È diverso.
Io non desidero tornare indietro e non vorrei essere nuovamente l’uomo che ero. Non cambierei la consapevolezza che ho oggi, il modo in cui guardo la vita, il rapporto che ho con loro, per recuperare qualcosa che appartiene ad un’altra epoca della mia esistenza.
Mi manca vivere con i miei figli.
È una cosa molto più semplice e, forse proprio per questo, molto più difficile da spiegare.
Mi manca il fatto che la loro presenza non debba essere organizzata.
Quando vivi nella stessa casa con qualcuno non hai bisogno di decidere di stare insieme. Semplicemente succede.
Uno passa in cucina mentre l’altro sta facendo qualcosa. Ti dici una cosa che ti è venuta in mente in quel preciso momento. Magari non parli neanche. Sai soltanto che l’altra persona è lì.
Ecco, quella cosa mi manca tremendamente.
Mi manca quella forma di normalità che, quando la vivi, non pensi nemmeno possa avere un valore così grande.
Perché quando pensiamo alla famiglia tendiamo a ricordare le fotografie, i compleanni, le vacanze, le occasioni importanti. Poi scopri che quello che ti rimane addosso sono soprattutto i momenti che non avresti mai pensato di fotografare.
La presenza.
Il rumore di qualcuno che si muove per casa.
Anche soltanto sapere che dietro una porta c’è tuo figlio che sta facendo qualcosa che non ti riguarda.
Mi manca essere la famiglia che eravamo nella nostra quotidianità.
E posso dirlo senza che questo significhi voler cancellare ciò che siamo diventati.
Le due cose, almeno per me, convivono perfettamente.
Posso sentire profondamente la mancanza di quella vita e allo stesso tempo essere felice della vita che ho oggi.
Posso pensare a quella casa con una nostalgia enorme senza desiderare di tornare ad essere l’uomo che viveva in quella casa.
Anzi, se c’è una cosa che oggi so con certezza è che non tornerei indietro.
Perché mi piace la persona che sono diventato.
Non lo dico per presunzione e nemmeno perché pensi di essere arrivato da qualche parte.
Continuo a studiare, continuo a interrogarmi e continuo a trovare cose di me sulle quali lavorare.
Però oggi mi riconosco.
Sono molto più tranquillo di quanto fossi un tempo. Ho imparato che non devo necessariamente avere una risposta per tutto e che spesso, nelle relazioni, capire vale molto più che avere ragione.
E soprattutto ho imparato ad avere un rapporto diverso con i miei figli.
Se dovessi trovare un significato a tutto ciò che è successo, probabilmente starebbe proprio qui.
Non nel pensare che la separazione dovesse accadere.
Non credo che le cose dolorose debbano necessariamente accadere perché abbiamo qualcosa da imparare. Sarebbe anche un modo un po’ crudele di guardare la vita.
Credo invece che qualche volta accadano cose che non avremmo mai scelto e, quando succedono, possiamo lentamente provare a capire cosa farne.
Il significato non era già nascosto dentro quello che è accaduto.
Forse l’ho costruito dopo.
Studiando, cambiando, facendomi domande e soprattutto cercando di trasformare la relazione con le persone che amo di più.
Oggi i miei figli sono grandi.
So perfettamente che le loro vite continueranno ad allontanarsi dalla mia quotidianità, ed è giusto che sia così. Hanno il diritto di costruire il proprio mondo senza sentirsi responsabili della mia nostalgia.
Io voglio questo per loro.
Voglio che vivano.
E probabilmente proprio perché voglio davvero che siano liberi devo anche imparare a sopportare quella parte dell’essere padre che significa vederli andare verso qualcosa che non mi appartiene più.
Non è facile.
Ma penso che sia una delle forme più profonde dell’amore.
Essere capaci di lasciare spazio senza scomparire.
Io voglio esserci.
Non come qualcuno che controlla la direzione, ma come una presenza della quale possano fidarsi.
E forse, alla fine, è questo che più mi emoziona quando penso a loro.
Sapere che non viviamo più ogni giorno sotto lo stesso tetto e sentire, nonostante questo, che siamo riusciti a costruire una vicinanza che non dipende più dalla distanza.
Non è la famiglia che eravamo.
È la famiglia che siamo diventati.
E io quella famiglia la amo profondamente.
Mi manca ancora il rumore di casa.
Mi manca sapere che sono lì senza doverli chiamare.
Mi manca una quotidianità che probabilmente continuerà a mancarmi per molto tempo.
Ma quando uno di loro mi parla e sento che può essere davvero se stesso, quando percepisco quella fiducia e quella libertà che negli anni abbiamo costruito, allora penso che forse essere padre non significhi tenere i propri figli vicino per sempre.
Forse significa riuscire a costruire un legame abbastanza sicuro da permettere loro di andare, sapendo che non dovranno mai chiedersi se possono tornare.
Io vorrei essere questo per loro.
Un posto in cui poter tornare senza dover essere diversi da ciò che sono.
E se penso a tutto il cammino fatto fino a qui, forse è proprio questa la parte di me di cui sono più felice.
Non avere finalmente capito come si fa il padre.
Quello continuo a impararlo.
Ma avere capito che i miei figli non hanno bisogno che io dica loro chi devono essere.
Hanno bisogno di sapere che, mentre scoprono chi sono, io sono qui.
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