Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Ci sono ambienti nei quali basta trascorrere qualche ora perché, una volta usciti, qualcosa di quel posto continui a rimanerci addosso. Succede quando entriamo in una cucina dove si frigge per tutto il giorno, in un locale saturo di fumo o in una stanza chiusa e umida. Non è necessario toccare nulla. Dopo un po’ quell’odore finisce sui vestiti e spesso siamo proprio noi, che siamo rimasti lì dentro abbastanza a lungo, a non sentirlo più.
Pensavo a questa immagine perché con le persone e con gli ambienti sociali accade qualcosa che, per certi versi, le somiglia molto. Naturalmente non parliamo di odori, ma del modo in cui interpretiamo quello che ci accade, di ciò che nel tempo cominciamo a considerare normale e perfino di alcuni pensieri che finiamo per percepire come esclusivamente nostri.
Non è certamente una scoperta nuova. La psicologia sociale studia da molti decenni quanto il comportamento umano sia influenzato dal contesto e dalle persone con cui interagiamo. Eppure è uno di quei fenomeni che, pur conoscendoli teoricamente, continuano a essere interessanti quando proviamo a osservarli nella vita di tutti i giorni. Probabilmente perché siamo portati a considerarci molto più autonomi nelle nostre valutazioni di quanto, in realtà, non siamo.
Questo non significa naturalmente che l’ambiente possa programmarci o che frequentare una determinata persona sia sufficiente per trasformarci nella sua copia. Sarebbe una lettura semplicistica e anche scientificamente sbagliata. Le persone mantengono capacità critica, differenze individuali, storia personale e possibilità di opporsi alle pressioni del contesto. Significa però riconoscere che nessuno costruisce il proprio modo di vedere il mondo completamente da solo.
Fin dall’inizio della nostra vita impariamo osservando gli altri. Impariamo quello che può essere detto e quello che sarebbe meglio non dire, ciò che viene approvato e quello che viene sanzionato, quali comportamenti vengono considerati accettabili e quali vengono guardati con disprezzo. Una parte di queste informazioni ci viene trasmessa esplicitamente, ma moltissime altre le apprendiamo semplicemente vivendo all’interno di un ambiente.
È qualcosa che accade in famiglia, nelle amicizie, nelle relazioni sentimentali e nei luoghi di lavoro. Entrando in un gruppo nuovo, per esempio, bastano spesso poche settimane per comprendere molte regole che nessuno ha mai scritto. Ci rendiamo conto rapidamente di chi può essere contraddetto, di quanto sia tollerato un errore, di come vengono gestiti i conflitti, di ciò che viene premiato e di ciò che invece espone al giudizio degli altri. Il gruppo, in altre parole, ci comunica continuamente come funziona, anche quando nessuno sta cercando deliberatamente di insegnarcelo.
Gli studi classici di Solomon Asch sul conformismo hanno rappresentato uno dei passaggi fondamentali nella comprensione di questi processi. Nei suoi esperimenti, persone poste davanti a un compito percettivo molto semplice potevano arrivare a fornire una risposta palesemente sbagliata quando tutti gli altri membri del gruppo davano unanimemente quella stessa risposta. Non tutti si conformavano e non lo facevano in ogni situazione, dettaglio importante che spesso viene perso quando questi studi vengono raccontati in modo divulgativo. Il punto era però un altro: anche davanti a qualcosa che ci sembra evidente, il giudizio degli altri può esercitare una pressione molto più forte di quanto immaginiamo.
Morton Deutsch e Harold Gerard distinsero successivamente due forme di influenza sociale che aiutano ancora oggi a comprendere quello che succede dentro i gruppi. Talvolta ci adeguiamo perché vogliamo essere accettati, non apparire fuori posto o evitare il costo sociale del dissenso. Altre volte, soprattutto quando la realtà è ambigua, utilizziamo ciò che pensano e fanno gli altri come un’informazione utile per capire come interpretare la situazione. È una distinzione importante perché mostra come il conformarsi non nasca necessariamente dalla debolezza o dalla mancanza di personalità. In molte circostanze osservare gli altri è semplicemente uno dei modi attraverso cui gli esseri umani cercano di orientarsi nella realtà.
Il problema nasce quando dimentichiamo che quel punto di riferimento rimane comunque esterno a noi.
Se vivo per anni in un ambiente nel quale ogni fallimento viene spiegato sempre attraverso la responsabilità di qualcun altro, non è detto che io diventi inevitabilmente una persona incapace di assumersi responsabilità. È però possibile che quella modalità di interpretazione diventi sempre più familiare. Se, nello stesso modo, appartengo a un gruppo nel quale cambiare idea viene vissuto come una sconfitta, riconoscere di essersi sbagliati avrà un costo sociale maggiore. In una famiglia dove manifestare fragilità viene deriso, una persona può imparare molto presto che mostrare determinate emozioni significa esporsi. Non serve che qualcuno le dica apertamente di non farlo. È sufficiente osservare per anni ciò che accade a chi lo fa.
Questo è uno degli aspetti che trovo più interessanti dell’influenza sociale: spesso non avvertiamo il momento preciso in cui sta avvenendo.
Non c’è necessariamente qualcuno che cerca di convincerci. Molto più spesso siamo semplicemente immersi in un determinato modo di interpretare il mondo.
Albert Bandura ha mostrato, attraverso gli studi sull’apprendimento osservativo, quanto il comportamento degli altri possa diventare una fonte di apprendimento anche in assenza di un insegnamento diretto. I celebri esperimenti condotti con Dorothea e Sheila Ross all’inizio degli anni Sessanta riguardavano l’osservazione di modelli adulti aggressivi da parte dei bambini e hanno avuto un’enorme importanza nello sviluppo della teoria dell’apprendimento sociale. Sarebbe improprio utilizzare quei risultati per sostenere che riproduciamo automaticamente tutto ciò che vediamo. Ci dicono però qualcosa di fondamentale: osservare gli altri non è un’attività neutra. Da ciò che vediamo ricaviamo informazioni su quali comportamenti siano possibili e, in determinate condizioni, anche su quali possano essere riprodotti.
Lo stesso vale per le norme sociali. Robert Cialdini e colleghi hanno distinto tra ciò che vediamo fare abitualmente dalle altre persone e ciò che percepiamo come socialmente approvato o disapprovato. Nella vita quotidiana le due cose si intrecciano continuamente. Guardiamo quello che fanno gli altri e, contemporaneamente, impariamo che cosa il nostro ambiente considera accettabile.
Mi sembra importante, però, non trasformare tutto questo nella solita retorica secondo cui dovremmo circondarci soltanto di persone positive.
È una semplificazione che non mi appartiene e che, soprattutto, non descrive seriamente la complessità delle relazioni umane.
Una persona può essere spaventata, triste, attraversare una depressione, vivere un lutto o passare un periodo durante il quale vede il futuro in modo molto più cupo senza per questo diventare qualcuno da allontanare perché sarebbe capace di “trasmetterci negatività”. Sarebbe una lettura crudele oltre che psicologicamente povera. La sofferenza di una persona non la trasforma in un ambiente nocivo.
Il punto è diverso e riguarda soprattutto ciò che, nel tempo, diventa una modalità stabile e condivisa di interpretare la realtà.
Ci sono gruppi nei quali il sospetto diventa il modo abituale di leggere le intenzioni degli altri, ambienti nei quali il conflitto viene alimentato continuamente, organizzazioni nelle quali assumersi una responsabilità espone più di quanto non faccia attribuirla a qualcun altro. Esistono famiglie nelle quali determinati argomenti non possono essere affrontati e amicizie nelle quali essere d’accordo finisce per contare più dell’essere sinceri. In questi contesti non stiamo più parlando soltanto delle caratteristiche di una singola persona. Stiamo parlando di una cultura relazionale che, a forza di essere vissuta, può diventare talmente familiare da non essere più riconosciuta come tale.
Anche le emozioni partecipano a questo processo. La ricerca sul contagio emotivo ha mostrato che gli stati emotivi possono propagarsi nelle interazioni e contribuire al clima di un gruppo. Uno studio sperimentale di Sigal Barsade, per esempio, ha rilevato effetti dello stato emotivo espresso da una persona sull’umore degli altri componenti del gruppo e su alcuni aspetti della loro interazione. Anche qui non significa che le emozioni passino meccanicamente da un individuo all’altro, quasi fossero un virus. Significa che ciò che proviamo e il modo in cui lo esprimiamo entra nella relazione e può contribuire a modificare l’esperienza di chi si trova con noi.
D’altra parte è sufficiente pensare a ciò che succede entrando in una stanza nella quale è appena avvenuto un litigio. A volte nessuno ci racconta nulla, ma percepiamo immediatamente che il clima è cambiato. Oppure pensiamo a quei gruppi nei quali il cinismo diventa talmente abituale che chi prova a esprimere entusiasmo viene quasi considerato ingenuo. In quel momento non è più soltanto una questione di opinioni individuali. Il gruppo ha costruito un modo condiviso di reagire alle cose.
Esiste poi un altro fenomeno studiato dalla psicologia sociale che rende questa riflessione ancora più interessante. Serge Moscovici e Marisa Zavalloni mostrarono alla fine degli anni Sessanta come, in determinate condizioni, la discussione all’interno di un gruppo possa portare le persone verso posizioni più marcate rispetto a quelle che possedevano inizialmente. È ciò che successivamente è stato studiato come polarizzazione di gruppo. Anche in questo caso bisogna evitare una generalizzazione: i gruppi non rendono necessariamente più estremi tutti i loro componenti. Il fenomeno ci dice però che confrontarsi prevalentemente con persone orientate nella nostra stessa direzione può, in alcune condizioni, rafforzare ulteriormente quella posizione anziché moderarla.
Oggi questo dovrebbe farci riflettere ancora di più, perché una parte considerevole delle nostre interazioni non avviene soltanto nei contesti fisici. Anche gli ambienti digitali sono ambienti sociali. Entriamo ogni giorno in spazi nei quali alcune opinioni vengono continuamente rafforzate, altre ridicolizzate, alcuni comportamenti premiati attraverso l’approvazione degli altri. Il fatto che lo spazio sia virtuale non rende necessariamente virtuali i suoi effetti psicologici.
Ma il punto che continua a interessarmi maggiormente rimane quello più semplice.
Quando restiamo abbastanza a lungo in un ambiente, rischiamo di smettere di sentirne l’odore.
Quello che inizialmente ci sembrava strano può diventare abituale. Un modo di parlare che ci infastidiva può progressivamente sembrarci normale. Alcuni giudizi che all’inizio non condividevamo possono entrare lentamente nel nostro linguaggio. Non necessariamente perché qualcuno ci abbia convinti attraverso un ragionamento migliore, ma perché li abbiamo ascoltati così tante volte da renderli familiari.
È probabilmente qui che diventa necessario recuperare una forma di consapevolezza.
Non per vivere sospettando di ogni influenza esterna, cosa impossibile oltre che inutile. Siamo esseri sociali e l’influenza reciproca fa parte della nostra natura. E nemmeno per costruire intorno a noi un ambiente composto esclusivamente da persone che ci assomigliano o che confermano quello che pensiamo. Sarebbe esattamente il contrario di ciò che potrebbe aiutarci a mantenere uno sguardo critico.
La domanda interessante è piuttosto un’altra: quanto di ciò che considero ovvio lo considero tale perché l’ho realmente pensato, verificato e messo in discussione, e quanto invece perché vivo da molto tempo in un ambiente nel quale tutti lo considerano ovvio?
Non sempre è facile rispondere.
Alcune convinzioni hanno una storia talmente lunga dentro di noi che diventa difficile ricostruire dove siano nate. Forse le abbiamo ricevute dalla nostra famiglia, forse da un gruppo al quale desideravamo appartenere, forse da un ambiente professionale, forse semplicemente da persone che abbiamo ascoltato per anni.
E questo non significa che quelle convinzioni siano necessariamente sbagliate.
Significa soltanto che potrebbe essere utile sapere da dove arrivano.
Perché l’ambiente non decide inevitabilmente chi diventiamo, ma contribuisce al materiale con cui costruiamo il nostro modo di pensare. Ci offre continuamente modelli, interpretazioni, regole implicite e modi possibili di stare con gli altri.
E forse il rischio più grande non è nemmeno quello di essere influenzati.
Essere influenzati è inevitabile.
Il rischio è non accorgersene più e arrivare a considerare completamente nostro uno sguardo che, almeno in parte, abbiamo imparato frequentando per molto tempo gli stessi luoghi, le stesse persone e lo stesso modo di raccontare la realtà.
Come succede con certi odori.
Dopo un po’ non li sentiamo più.
Ma questo non significa che non siano rimasti sui nostri vestiti.
Fonti:
Asch, S. E. (1956). Studies of independence and conformity: I. A minority of one against a unanimous majority. Psychological Monographs: General and Applied, 70(9), 1–70.
Bandura, A., Ross, D., & Ross, S. A. (1961). Transmission of aggression through imitation of aggressive models. Journal of Abnormal and Social Psychology, 63(3), 575–582.
Barsade, S. G. (2002). The ripple effect: Emotional contagion and its influence on group behavior. Administrative Science Quarterly, 47(4), 644–675.
Cialdini, R. B., Reno, R. R., & Kallgren, C. A. (1990). A focus theory of normative conduct: Recycling the concept of norms to reduce littering in public places. Journal of Personality and Social Psychology, 58(6), 1015–1026.
Deutsch, M., & Gerard, H. B. (1955). A study of normative and informational social influences upon individual judgment. Journal of Abnormal and Social Psychology, 51(3), 629–636.
Moscovici, S., & Zavalloni, M. (1969). The group as a polarizer of attitudes. Journal of Personality and Social Psychology, 12(2), 125–135.
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