Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Credo che prima o poi, dentro molte relazioni che durano da anni, arrivi un momento nel quale si fa un bilancio. Non necessariamente perché sia accaduto qualcosa di grave e nemmeno perché uno dei due abbia già deciso di andarsene. A volte succede semplicemente perché il tempo passa e, mentre passa, cambiamo anche noi. Allora guardiamo la persona con cui abbiamo condiviso una parte importante della nostra vita e cominciamo a chiederci cosa funziona ancora, cosa invece si è perso, quanto siamo riusciti a venirci incontro e quanto, nel tempo, abbiamo semplicemente imparato a convivere con ciò che non ci faceva stare completamente bene.
Penso sia molto più comune di quanto si dica. Forse perché ammettere di interrogarsi sulla propria relazione viene ancora vissuto quasi come un’ammissione di colpa. Come se il dubbio fosse già una presa di distanza, come se chiedersi se siamo ancora felici significasse automaticamente avere smesso di amare.
Le cose, però, raramente sono così semplici.
Possiamo amare una persona e vedere con estrema lucidità tutto quello che tra noi non funziona. Possiamo riconoscere ciò che quella persona rappresenta per noi e, contemporaneamente, sentire che alcuni nostri bisogni non trovano più spazio. Possiamo avere gratitudine per quello che abbiamo costruito insieme e avvertire comunque una distanza che negli anni è diventata difficile da ignorare. E possiamo persino desiderare che quella relazione continui senza sapere più con certezza se il modo nel quale stiamo insieme sia ancora quello in cui vogliamo vivere.
La psicologia conosce bene questa compresenza di sentimenti apparentemente contraddittori. L’ambivalenza relazionale non consiste semplicemente nell’essere indecisi. Significa poter provare, verso la stessa persona e la stessa relazione, sentimenti positivi e negativi che continuano a esistere contemporaneamente. La ricerca più recente ha mostrato che questa ambivalenza può portarci a pensare più intensamente alle difficoltà del rapporto ma anche ai possibili modi per migliorarlo. Non è quindi necessariamente la prova che una relazione sia finita. Può essere invece il momento nel quale iniziamo a guardarla con meno automatismi e maggiore consapevolezza.
Il problema è che la consapevolezza non rende sempre più facile scegliere.
Anzi, credo che qualche volta accada esattamente il contrario.
Finché attribuiamo tutto all’altro è relativamente semplice. Se l’altro è il problema, basterebbe che cambiasse. Se invece cominciamo a vedere anche il nostro modo di stare dentro quella relazione, le dinamiche che abbiamo costruito insieme, ciò che abbiamo fatto e quello che avremmo potuto fare diversamente, improvvisamente diventa molto più difficile dividere la storia tra chi ha ragione e chi ha torto.
Ed è lì che la scelta si complica.
Perché una relazione lunga non è soltanto quello che proviamo oggi.
Dentro ci sono anni di vita, spesso una famiglia, magari dei figli, esperienze che nessun altro conoscerà nello stesso modo, momenti nei quali quella persona ci ha visto fragili, felici, spaventati, forse persino molto diversi da come siamo diventati. Ci sono decisioni prese insieme, rinunce, ricordi, quotidianità. Ci sono anche parti della nostra identità che inevitabilmente si sono costruite dentro quella relazione.
La psicologia sociale parla di interdipendenza proprio per descrivere una parte di questo processo. Nelle relazioni strette le nostre scelte non producono conseguenze soltanto su di noi. Il comportamento di una persona modifica l’esperienza dell’altra e, nel tempo, questa influenza reciproca crea un sistema nel quale diventa difficile pensare a se stessi come se l’altro non esistesse.
Forse è anche per questo che mi lascia sempre un po’ perplesso quella frase che si sente spesso davanti alle crisi di coppia: “Devi pensare a te stesso”.
Certo che dobbiamo pensare a noi stessi. Ma dopo avere condiviso una parte importante della vita con qualcuno non è così facile, e forse nemmeno così realistico, immaginare una scelta che riguardi esclusivamente noi.
Possiamo desiderare una vita diversa e nello stesso momento preoccuparci profondamente di quello che quella scelta provocherà nell’altro. Possiamo sentire che alcune cose non ci fanno più stare bene e avere comunque paura di distruggere ciò che abbiamo costruito. Possiamo temere di perdere noi stessi restando e, nello stesso tempo, avere paura di perdere una parte enorme della nostra vita andando via.
Le ricerche di Samantha Joel e colleghi sulle persone che stavano concretamente valutando una separazione raccontano proprio questa complessità. Chi pensa di lasciare una relazione può avere contemporaneamente ragioni importanti per andarsene e ragioni altrettanto importanti per rimanere. L’intimità emotiva, gli investimenti fatti nella relazione, le responsabilità familiari e quello che ancora immaginiamo del futuro possono convivere con distanza emotiva, conflitto, perdita di fiducia o bisogni che sentiamo non essere più soddisfatti.
Mi sembra un dato importante perché restituisce dignità anche al dubbio.
Essere incerti non significa necessariamente non avere capito nulla. Qualche volta significa avere capito abbastanza da vedere contemporaneamente ciò che perderemmo in entrambe le direzioni.
E c’è un altro aspetto che trovo profondamente umano. In un’altra ricerca, Joel e colleghi hanno mostrato che, nel decidere se interrompere una relazione, può contare anche la percezione di quanto il partner abbia bisogno che quella relazione continui. In altre parole, almeno in alcuni casi, non pensiamo soltanto a quanto staremo male noi, ma anche a quanto immaginiamo possa stare male la persona che lasciamo.
Naturalmente questo non significa che si debba restare con qualcuno per pietà, senso di colpa o paura di ferirlo. Sarebbe un’altra forma di prigionia e non è ciò che la ricerca sostiene. Significa riconoscere qualcosa di molto più semplice: quando abbiamo voluto bene davvero a qualcuno, la sua sofferenza non smette automaticamente di riguardarci soltanto perché abbiamo cominciato a mettere in discussione la relazione.
Ma prima ancora di scegliere se restare oppure andare via, credo che ci sia una domanda sulla quale dovremmo soffermarci molto di più.
Che cosa, esattamente, non sta funzionando tra noi?
Sembra quasi banale. Non lo è affatto.
Perché quando una relazione entra in difficoltà tendiamo facilmente a pensare che il problema coincida con la relazione stessa. Eppure sappiamo che la qualità di una coppia viene influenzata anche da quello che accade intorno alle due persone e da quello che ciascuno porta con sé.
Il modello elaborato da Benjamin Karney e Thomas Bradbury negli anni Novanta rimane ancora oggi uno dei riferimenti importanti per comprendere questo aspetto. Il funzionamento di una relazione viene letto attraverso l’interazione tra vulnerabilità personali, eventi stressanti e capacità dei partner di adattarsi a ciò che stanno vivendo. Gli autori arrivarono a questa formulazione dopo avere analizzato 115 studi longitudinali, relativi complessivamente a più di 45.000 matrimoni.
È una prospettiva che trovo particolarmente interessante perché ci ricorda che non tutto ciò che accade dentro una coppia nasce necessariamente dalla coppia.
Il lavoro, le difficoltà economiche, la malattia, i figli, la cura dei genitori, la mancanza di tempo, la stanchezza, i cambiamenti che inevitabilmente arrivano con l’età non restano fuori dalla porta di casa. Entrano con noi. Modificano la disponibilità emotiva, la pazienza, il modo nel quale interpretiamo una parola o un silenzio, la capacità che abbiamo in quel momento di vedere anche il bisogno dell’altro.
Un problema che inizialmente appartiene a uno dei due può così diventare un problema della relazione.
La ricerca sul coping diadico studia proprio questo: cosa accade quando lo stress non viene affrontato soltanto come qualcosa di individuale ma diventa un’esperienza che la coppia prova, in qualche modo, a gestire insieme. Una vasta revisione scientifica di 139 studi ha mostrato associazioni tra forme positive di coping diadico e migliori esiti sia individuali sia relazionali nelle coppie studiate.
Questo non significa che basti affrontare insieme qualsiasi difficoltà perché tutto si risolva. Sarebbe una banalizzazione. Significa però che il modo nel quale comunichiamo la nostra fatica, quello con cui l’altro riesce a comprenderla e la risposta che riceviamo possono modificare profondamente il significato che quella difficoltà assume nella relazione.
Ed è qui che, secondo me, arriviamo a uno dei punti più delicati.
Due persone possono essere entrambe sinceramente convinte di avere fatto tantissimo per salvare il proprio rapporto.
Uno può pensare di avere provato per anni e l’altro può pensare esattamente la stessa cosa. Non è necessario che uno dei due stia mentendo e nemmeno che qualcuno abbia per forza una percezione completamente sbagliata.
Può semplicemente accadere che quello sforzo non sia diventato qualcosa che l’altro è riuscito a vedere, sentire e vivere nella relazione.
Possiamo cambiare moltissimo dentro di noi senza avere realmente cambiato il nostro modo di stare con l’altro. Possiamo capire perché reagiamo in un certo modo, perché ci chiudiamo, perché alcune parole ci feriscono, perché abbiamo paura di essere lasciati o perché abbiamo bisogno di controllare quello che succede. Possiamo aver fatto un lavoro enorme su noi stessi.
Ma l’altro non vive dentro la nostra consapevolezza.
Può accorgersi del nostro cambiamento soltanto quando quel cambiamento entra nel rapporto.
Credo che questa distinzione sia fondamentale. Comprendere qualcosa di sé non significa automaticamente averla trasformata in qualcosa che modifica la relazione.
E naturalmente vale per entrambi.
Forse è proprio questo uno dei motivi per cui alcune coppie arrivano a un punto nel quale entrambi sostengono, con assoluta sincerità, di avere fatto tutto quello che potevano. E può anche essere vero. Il problema è che due sforzi individuali non producono necessariamente un cambiamento relazionale.
Possiamo essere diventati persone diverse e continuare, quando siamo insieme, a riattivare gli stessi meccanismi.
Una parola produce la solita reazione, quella reazione provoca la risposta che conosciamo da anni e, senza rendercene conto, ci ritroviamo ancora una volta esattamente nello stesso punto.
A quel punto non credo sia sufficiente chiedersi quanto ci siamo impegnati.
Forse dovremmo chiederci che cosa sia realmente cambiato tra noi grazie a quell’impegno.
È una domanda molto più difficile perché può portarci a riconoscere che entrambi abbiamo provato e, nonostante questo, continuiamo a non riuscire a incontrarci.
Ma può anche farci scoprire qualcosa di completamente diverso: che non abbiamo ancora realmente provato insieme. Abbiamo provato ognuno per proprio conto, aspettando che fosse l’altro ad accorgersene oppure che fosse l’altro a cambiare abbastanza da permetterci di stare meglio.
Ed è proprio questa differenza che rende impossibile stabilire dall’esterno quando una coppia debba restare insieme e quando invece sia arrivato il momento di separarsi.
Non tutto può essere salvato semplicemente mettendoci più impegno. Sarebbe ingiusto trasformare una relazione in una prova morale nella quale chi resta ha lottato abbastanza e chi se ne va ha fallito.
Ma sarebbe altrettanto semplicistico pensare che ogni momento nel quale non ci sentiamo più felici dimostri automaticamente che la relazione sia arrivata alla fine.
Tra queste due estremità esiste uno spazio enorme.
È lo spazio nel quale due persone possono provare a capire se ciò che non funziona appartiene davvero alla loro incompatibilità oppure al modo in cui, nel tempo, hanno imparato a stare insieme.
E le due cose non sono necessariamente la stessa cosa.
Può esserci ancora affetto. Può esserci ancora desiderio di condividere. Può esserci la possibilità di costruire una relazione diversa da quella che, magari quasi senza accorgersene, è diventata negli anni.
Oppure può accadere che, dopo aver guardato tutto questo senza cercare colpevoli, ci si renda conto che qualcosa si è realmente esaurito.
Non credo che la psicologia possa scegliere al posto nostro.
Può aiutarci a capire l’ambivalenza, l’interdipendenza, l’attaccamento, lo stress, le modalità con cui comunichiamo e il peso degli investimenti che abbiamo fatto. Può aiutarci anche a vedere alcune dinamiche che, quando siamo immersi nella relazione, facciamo fatica a riconoscere.
Ma non esiste un test capace di stabilire quando sia giusto rimanere e quando sia giusto andare via.
E diffiderei molto di chi sostenesse di possederlo.
Naturalmente sto parlando di relazioni nelle quali esistano libertà e sicurezza. Quando sono presenti violenza, coercizione, minacce o controllo, la questione cambia radicalmente e non può essere letta come una semplice difficoltà relazionale sulla quale entrambi debbano impegnarsi allo stesso modo.
Ma nelle tante storie nelle quali non esiste un colpevole assoluto, nelle quali ci sono semplicemente due persone che sono cambiate, si sono amate, si sono anche ferite, hanno provato a capirsi e magari hanno smesso lentamente di riuscirci, continuare a cercare chi abbia sbagliato di più può diventare soltanto un modo per evitare la domanda che conta davvero.
C’è ancora qualcosa che possiamo costruire insieme?
Per me la parola decisiva è proprio questa: insieme.
Perché una relazione può attraversare momenti difficilissimi e trovare nuove forme. Ma non può essere trasformata da una persona soltanto. A un certo punto devono esserci due persone disponibili a guardare quello che sta succedendo senza trasformare ogni conversazione in un processo nel quale stabilire chi abbia ragione.
Ed è forse questa l’occasione più grande che può nascondersi dentro una crisi.
Non necessariamente quella di salvare il matrimonio.
Quella di riuscire finalmente a vedere la relazione per quello che è diventata e non soltanto per quello che avremmo voluto che fosse.
Da lì si può anche scegliere di restare. Ma restare assumerebbe un significato completamente diverso. Non più restare perché abbiamo paura di ciò che accadrebbe andando via, perché abbiamo investito troppi anni o perché non sappiamo immaginare un’altra vita. Restare perché, pur vedendo con chiarezza le difficoltà, entrambi riconosciamo ancora qualcosa che vogliamo costruire e siamo disponibili a modificare davvero il nostro modo di stare insieme.
Allo stesso modo si può arrivare a scegliere di andare via senza dover trasformare tutto ciò che è stato in un fallimento.
Una relazione che finisce non diventa per questo una relazione che non abbia avuto valore.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più difficili da accettare. Possiamo avere vissuto anni importanti con qualcuno e arrivare comunque a non poter più continuare nello stesso modo. Possiamo riconoscere tutto ciò che quella persona è stata nella nostra vita senza obbligare quella storia a durare per sempre affinché abbia avuto un senso.
E allora torno al punto dal quale ero partito.
La consapevolezza non rende necessariamente più semplice scegliere.
Qualche volta ci porta davanti alla scelta togliendoci proprio le risposte facili.
Non possiamo più dire che è tutta colpa dell’altro. Non possiamo nemmeno convincerci che basti volersi bene perché tutto possa funzionare. Vediamo quello che abbiamo costruito, quello che abbiamo perso, ciò che potremmo ancora cambiare e quello che forse non cambierà mai.
Vediamo anche ciò che perderemmo scegliendo entrambe le strade.
Forse la domanda, arrivati lì, non è nemmeno soltanto se amiamo ancora la persona che abbiamo accanto.
Possiamo amarla e avere comunque un problema enorme da affrontare.
La domanda che mi farei è un’altra.
Quello che oggi non funziona tra noi appartiene a qualcosa che possiamo ancora trasformare insieme oppure stiamo cercando di mantenere in vita una relazione che, nonostante l’impegno, non riesce più a diventare un luogo nel quale entrambi possiamo stare bene?
Non conosco una risposta che possa valere per tutti.
Credo però che riuscire a farsi davvero questa domanda significhi essere arrivati a un punto importante. Perché forse la consapevolezza, dentro una relazione, non serve necessariamente a dirci quale scelta dobbiamo compiere.
Serve a permetterci di scegliere sapendo finalmente che cosa stiamo scegliendo.
E forse anche a comprendere che una relazione non è riuscita soltanto quando dura e non diventa sbagliata soltanto perché finisce.
A volte due persone riescono a guardare la stessa crisi e scoprono che può diventare un’occasione per incontrarsi in modo diverso.
Altre volte la stessa lucidità porta a capire che il modo più rispettoso di riconoscere ciò che sono state l’una per l’altra è non chiedere più a quella relazione di diventare qualcosa che nessuno dei due riesce ormai a costruire.
Capire la differenza è probabilmente una delle scelte più difficili che possiamo trovarci a fare.
E non comincia stabilendo chi abbia sbagliato.
Comincia quando entrambi troviamo il coraggio di guardare, davvero, ciò che è rimasto tra noi.
Fonti:
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