Articolo di: Gabriele Vinciguerra

C’è una forma di potere che non fa rumore.
Non urla. Non si dichiara. Non sempre appare violenta. Spesso si presenta con il volto rispettabile dell’esperienza, della competenza, della continuità. Dice di voler proteggere le istituzioni, custodire il sapere, garantire stabilità. Ma a un certo punto quella stabilità smette di essere responsabilità e diventa occupazione dello spazio.
Il tema non è l’età. Sarebbe troppo facile, e anche ingiusto, trasformare tutto in una contrapposizione tra giovani e anziani. Ci sono persone mature che hanno ancora molto da dare, così come esistono giovani impreparati, superficiali, incapaci di assumersi responsabilità. Il punto è un altro. Il punto è il potere quando non genera passaggio, quando non forma eredi, quando non accompagna nessuno verso l’autonomia, quando resta fermo su se stesso e chiama esperienza ciò che, in realtà, è paura di lasciare il posto.
È qui che una società comincia a invecchiare davvero. Non quando aumenta l’età media. Ma quando chi occupa le posizioni decisive non prepara il futuro.
In Italia il problema è visibile in modo particolare nella scuola. Secondo i dati OCSE TALIS 2024, gli insegnanti italiani hanno un’età media di 48 anni, superiore alla media OCSE di 45. Il 49% ha almeno 50 anni, mentre solo il 3% ha meno di 30 anni, contro una media OCSE del 10%. Non è un dato che vada letto contro gli insegnanti più anziani. Sarebbe scorretto. Ma è un dato che racconta un sistema con pochissimo ingresso giovanile, quindi con un ricambio fragile, lento, insufficiente.
Lo stesso discorso riguarda l’università. Il Ministero dell’Università e della Ricerca, nel focus pubblicato sul personale universitario, indica che il 56,4% dei docenti ha almeno 50 anni e che l’età media è pari a 51 anni. I professori ordinari hanno in media 58 anni, gli associati 52, i ricercatori 43. Anche qui, il problema non è la presenza dei senior. Il problema è la fatica strutturale con cui il sistema produce vero accesso, vera autonomia, vero spazio decisionale per chi arriva dopo.
E se allarghiamo lo sguardo alla politica, il quadro non cambia molto. L’Inter Parliamentary Union, nel rapporto 2025 sulla partecipazione giovanile nei parlamenti nazionali, rileva che i parlamentari sotto i 30 anni rappresentano soltanto il 3,2% nelle camere basse o uniche e lo 0,5% nelle camere alte. I parlamentari sotto i 40 anni sono il 21,4% nelle camere basse o uniche e il 6,3% nelle camere alte. Inoltre, il 37,1% delle camere parlamentari non ha alcun parlamentare sotto i 30 anni.
Questi numeri non dicono che un giovane sia automaticamente migliore. Dicono però che le generazioni chiamate a vivere più a lungo le conseguenze delle decisioni collettive sono spesso quelle meno presenti nei luoghi in cui quelle decisioni vengono prese.
Questa è la questione centrale.
Una società sana non dovrebbe chiedere ai giovani solo energia, adattabilità e pazienza. Dovrebbe dare loro anche fiducia, strumenti, responsabilità. Invece molte volte accade l’opposto. Ai giovani viene chiesto di formarsi, aggiornarsi, essere flessibili, accettare il precariato, dimostrare competenza, non avere pretese, non disturbare troppo. Ma quando si tratta di entrare davvero nella stanza delle decisioni, quella porta resta socchiusa.
La retorica ufficiale parla continuamente di futuro. Futuro del lavoro, futuro dell’educazione, futuro delle città, futuro dell’impresa, futuro della cultura. Ma spesso il futuro viene amministrato da chi non ha nessuna intenzione reale di condividerne il controllo. Si celebra il talento giovane, purché resti decorativo. Si applaude l’innovazione, purché non metta in discussione le gerarchie. Si invocano nuove generazioni, purché non chiedano troppo spazio.
Questo non è investimento. È concessione controllata.
Dal punto di vista psico sociale, il potere tende a produrre una forma di identificazione profonda. Più una persona resta a lungo dentro un ruolo, più rischia di confondere quel ruolo con la propria identità. Il direttore non dirige più soltanto, diventa il Direttore. Il professore non insegna più soltanto, diventa la Cattedra. Il dirigente non organizza più soltanto, diventa la Firma. Il politico non rappresenta più soltanto, diventa il Seggio.
A quel punto lasciare spazio non viene più vissuto come un passaggio naturale. Viene vissuto come una perdita narcisistica. Come una diminuzione personale. Come una morte simbolica.
E allora il potere si difende. Non sempre in modo esplicito. A volte lo fa attraverso procedure, commissioni, attese, rinvii, selezioni opache, criteri costruiti su misura per conservare ciò che già esiste. Altre volte lo fa attraverso una narrazione morale: “i giovani non sono pronti”, “manca la gavetta”, “non hanno esperienza”, “devono aspettare”. Frasi che possono avere una parte di verità, ma che diventano pericolose quando vengono usate per bloccare ogni reale possibilità di crescita.
Perché l’esperienza autentica non teme il passaggio. Lo prepara.
Chi ha davvero esperienza non ha bisogno di restare indispensabile per sentirsi vivo. Sa trasmettere. Sa accompagnare. Sa accettare che qualcuno, un giorno, possa fare diversamente. Magari anche meglio. Chi invece usa l’esperienza come proprietà privata non sta difendendo la qualità del sistema. Sta difendendo il proprio posto dentro il sistema.
La differenza è enorme.
Un maestro genera autonomia. Un padrone genera dipendenza.
Ed è qui che molte istituzioni falliscono. Non perché siano guidate da persone anziane, ma perché sono guidate da persone che non hanno costruito successione. Non hanno lasciato crescere davvero nessuno. Hanno tollerato collaboratori, assistenti, allievi, giovani promesse, ma raramente hanno accettato soggetti liberi, capaci di portare una visione propria.
Questo produce un danno profondo. Non solo economico. Non solo professionale. Produce un danno psicologico collettivo.
Quando una generazione percepisce di non avere spazio, smette progressivamente di credere nel patto sociale. Se studio ma non accedo, se lavoro ma non conto, se partecipo ma non decido, se porto idee ma non vengo ascoltato, allora prima o poi qualcosa si rompe. Nasce la disillusione. Nasce il cinismo. Nasce il ritiro. Nasce quella stanchezza sociale che non è pigrizia, ma percezione di inutilità.
Molti giovani non sono disinteressati. Sono sfiduciati.
Non credono meno nel futuro perché sono fragili. Spesso ci credono meno perché hanno davanti adulti che parlano di futuro ma occupano ogni centimetro del presente. E quando il presente è bloccato, il futuro diventa una parola vuota.
C’è poi un altro aspetto, ancora più scomodo. Una società che non investe sui giovani non sta solo proteggendo i vecchi equilibri. Sta dicendo, implicitamente, che non crede in una nuova forma di umanità. Non crede davvero in nuovi linguaggi, nuove sensibilità, nuovi modi di abitare il lavoro, la politica, la cura, l’educazione, l’impresa. Preferisce correggere il presente piuttosto che immaginare altro.
Per questo il tema non riguarda solo le carriere. Riguarda la possibilità stessa di trasformazione.
Ogni generazione porta con sé limiti, errori, ingenuità. Ma porta anche domande nuove. E le domande nuove sono pericolose per i sistemi chiusi. Perché costringono a rivedere abitudini, privilegi, automatismi. Costringono a chiedersi se ciò che viene chiamato competenza non sia, a volte, soltanto abitudine al controllo.
Una società adulta dovrebbe avere il coraggio di fare una cosa difficile: distinguere il valore dell’esperienza dalla rendita di posizione.
L’esperienza è memoria viva. La rendita di posizione è immobilità.
L’esperienza aiuta chi arriva dopo a non ripetere errori. La rendita impedisce a chi arriva dopo di provare.
L’esperienza costruisce continuità. La rendita costruisce dipendenza.
L’esperienza lascia tracce. La rendita lascia stanze chiuse.
Il problema, allora, non è mandare via qualcuno perché ha una certa età. Sarebbe una semplificazione brutale e profondamente sbagliata. Il problema è chiedere a chiunque occupi un ruolo di potere una responsabilità generativa: quante persone stai formando davvero? Quanti giovani hai messo nelle condizioni di crescere senza doverti somigliare? Quanto spazio sei disposto a lasciare prima che sia il tempo, o la morte biologica, a togliertelo?
Queste sono le domande che fanno paura.
Perché obbligano il potere a guardarsi allo specchio. E il potere, quando si guarda davvero, scopre spesso di non essere più servizio. Scopre di essere diventato possesso.
Il futuro non si costruisce con i convegni sui giovani. Non si costruisce con le campagne motivazionali. Non si costruisce mettendo qualche volto nuovo in prima fila mentre le decisioni restano sempre nelle stesse mani.
Il futuro si costruisce cedendo spazio reale. Responsabilità reale. Fiducia reale. Anche rischio reale.
Perché investire sui giovani significa accettare che sbaglino. Significa non pretendere da loro una perfezione che nessuna generazione precedente ha mai avuto. Significa capire che il ricambio non è una minaccia alla qualità, ma una condizione della vitalità sociale.
Una società che non lascia spazio ai giovani non protegge la propria esperienza. La tradisce.
Perché l’esperienza che non viene trasmessa diventa sterile. Il sapere che non genera altri saperi diventa monumento. Il potere che non prepara il dopo diventa paura travestita da autorevolezza.
E allora forse bisogna dirlo con chiarezza.
Il problema non sono i vecchi.
Il problema è il potere quando non vuole invecchiare.
Quando non vuole farsi da parte.
Quando non vuole consegnare nulla.
Quando preferisce lasciare macerie ordinate piuttosto che vedere qualcun altro costruire qualcosa di vivo.
Una società che non investe sui giovani non sta semplicemente ritardando il cambiamento.
Sta educando intere generazioni a non credere più nella possibilità di cambiare.