Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Il diritto di chiarire il proprio pensiero, la difficoltà di rivedere un’interpretazione e il peso dei ruoli: da questi passaggi quotidiani può cominciare un’educazione alla relazione.
«Ma prima avevi detto un’altra cosa». La frase arriva mentre stiamo cercando di spiegare una distinzione. Abbiamo riconosciuto un punto dell’altro, ma quel riconoscimento è stato interpretato come un accordo più ampio. Proviamo a chiarire quanto contasse nel nostro ragionamento e ci viene fatto presente che stiamo cambiando versione. Da quel momento, ogni precisazione rischia di essere ascoltata come una giustificazione.
È una situazione che merita attenzione perché riguarda qualcosa di più della correttezza delle parole. Riguarda lo spazio che concediamo a una persona per spiegare il proprio pensiero dopo che ce ne siamo fatti un’idea.
Stare in una conversazione significa mantenere aperta la possibilità che l’altro abbia qualcosa da chiarire, anche quando siamo convinti di averlo già capito. Considero questa disponibilità una componente essenziale dell’educazione alla relazione: accettare che la comprensione possa essere incompleta e che il confronto serva anche a correggerla.
Il diritto di precisarsi
Riconoscere che un’obiezione è fondata non significa necessariamente ritenerla decisiva. Possiamo condividere un’osservazione e dissentire dalle conclusioni che ne vengono ricavate. Possiamo anche accorgerci, parlando, che una formulazione non rende bene ciò che pensiamo e aver bisogno di modificarla.
Chi ascolta ha il diritto di segnalare un’incongruenza. Chi parla deve poter spiegare se si tratti di una contraddizione, di un’ambiguità o di una distinzione rimasta implicita. Per arrivarci, entrambi devono poter contribuire alla ricostruzione del significato.
La difficoltà comincia quando l’interpretazione iniziale diventa definitiva. «Questo è ciò che hai detto» finisce per comprendere anche «questo è ciò che intendevi», senza lasciare spazio alla differenza. La persona può continuare a parlare, ma le sue spiegazioni vengono valutate soltanto in base a quanto confermano una conclusione già raggiunta.
Qui occorre evitare una semplificazione. Una precisazione non è sempre innocente, così come un’obiezione non è necessariamente una chiusura. Si può cercare di attenuare una frase scomoda, negare una contraddizione reale o sottrarsi a una responsabilità. Il confronto serve proprio a esaminare queste possibilità, senza attribuire preventivamente buona fede a uno e malafede all’altro.
La disponibilità deve valere anche per chi si sente frainteso. Dire «non era quello che intendevo» apre un chiarimento; non basta, da solo, a dimostrare che l’interlocutore abbia ascoltato male.
Quando il chiarimento diventa una minaccia
Perché, allora, ci si può irrigidire proprio nel momento in cui sarebbe utile ascoltare ancora?
Le ragioni possono essere diverse. Rivedere una lettura potrebbe essere vissuto come un’ammissione di errore difficile da accettare. Una precisazione potrebbe sembrare un modo per sottrarsi a ciò che si è detto. Oppure il punto ridimensionato dall’interlocutore potrebbe avere, per chi ascolta, un’importanza personale che non è ancora emersa.
Sono ipotesi da verificare nella singola situazione. Dal solo irrigidimento non possiamo ricavare una spiegazione certa, tanto meno un giudizio sulla personalità. Anche la stanchezza, il coinvolgimento emotivo o la storia di quella relazione potrebbero contribuire alla difficoltà del momento.
Il passaggio psicologicamente rilevante è la possibilità che il contenuto della conversazione venga ricevuto come un giudizio su di sé. Una frase come «forse non mi sono spiegato» potrebbe arrivare all’altro come «non sei capace di capire». Se questo accade, il confronto rischia di spostarsi sulla difesa della propria credibilità, mentre il tema iniziale rimane irrisolto.
Il problema può presentarsi anche in una conversazione tranquilla, che procede nella direzione prevista. Non serve necessariamente una sorpresa: può bastare una distinzione che metta in discussione la lettura già costruita.
La ricerca sulla comprensione interpersonale offre un riferimento utile. In un lavoro pubblicato nel 2018, Tal Eyal, Mary Steffel e Nicholas Epley hanno esaminato, attraverso 25 esperimenti, se assumere mentalmente la prospettiva altrui migliorasse l’accuratezza nel comprenderla. Non hanno riscontrato un beneficio sistematico. Nell’esperimento finale, ottenere informazioni direttamente dall’interlocutore attraverso la conversazione migliorava invece l’accuratezza.
Questi risultati riguardano le condizioni studiate e non spiegano ogni difficoltà relazionale. Sostengono però una distinzione importante: immaginare ciò che una persona pensa e acquisire informazioni da lei sono operazioni differenti. La sicurezza con cui formuliamo un’interpretazione non ne garantisce la correttezza.
Che cosa significa educare alla relazione
Uso l’espressione alfabetizzazione relazionale per indicare un compito educativo concreto: imparare a distinguere ciò che è stato detto, ciò che abbiamo compreso e ciò che abbiamo provato. Sono aspetti collegati, ma non intercambiabili.
«Mi sono sentito svalutato» descrive un vissuto. «Volevi svalutarmi» attribuisce un’intenzione. Possiamo prendere sul serio il primo senza considerare automaticamente dimostrata la seconda. Allo stesso tempo, chi risponde «non era mia intenzione» resta responsabile di ascoltare l’effetto delle proprie parole.
È un lavoro reciproco. Chiede di riconoscere che possiamo ferire senza averlo voluto e sentirci feriti senza conoscere con certezza le intenzioni dell’altro. Conservare questa distinzione permette di approfondire l’accaduto senza cancellare l’esperienza di nessuno.
A mio avviso, un’educazione alla relazione dovrebbe trovare posto anche qui, nelle conversazioni ordinarie. Nel modo in cui un adulto ascolta la spiegazione di un ragazzo, un responsabile riceve l’obiezione di un collaboratore o due persone affrontano una delusione.
In questi contesti conta anche il potere. Se chi occupa una posizione di autorità stabilisce da solo che cosa significassero le parole dell’altro, la possibilità di chiarire diventa diseguale. Una spiegazione può essere liquidata come una scusa prima ancora di essere esaminata. Per questo proporrei di valutare la qualità del confronto anche attraverso una domanda concreta: entrambe le persone possono correggere un equivoco senza essere screditate per averci provato?
Lo stesso criterio riguarda le rappresentazioni che portiamo nella relazione. Definire qualcuno «permaloso», «il solito polemico» o «incapace di ammettere un errore» può rendere più facile ricondurre ogni sua risposta a quell’etichetta. Il rischio è perdere di vista ciò che sta dicendo in quella circostanza, perché crediamo di sapere già da quale intenzione provenga.
Essere disponibili al confronto non comporta, comunque, accettare qualsiasi trattamento o proseguire senza limiti. Una conversazione può richiedere una pausa; può anche essere interrotta quando mancano le condizioni minime di rispetto. La reciprocità non può diventare un dovere imposto soltanto a chi cerca di farsi ascoltare.
Considererei un risultato significativo riuscire a concludere un confronto sapendo con maggiore precisione su che cosa siamo in disaccordo. Senza pretendere adesione e senza dover rinunciare alle proprie ragioni per conservare il rapporto.
L’educazione alla relazione, intesa così, riguarda il modo in cui trattiamo le spiegazioni che riceviamo e quelle che dobbiamo agli altri. Si esercita quando verifichiamo un’intenzione prima di attribuirla, riconosciamo un’ambiguità nelle nostre parole e consentiamo a un chiarimento di modificare ciò che avevamo capito. Sono passaggi che richiedono tempo e collaborazione. Nessuno dei due interlocutori può sostenerli al posto dell’altro.
Fonte scientifica
Eyal, T., Steffel, M., e Epley, N. (2018). Perspective mistaking: Accurately understanding the mind of another requires getting perspective, not taking perspective. Journal of Personality and Social Psychology, 114(4), 547–571. Pubblicazione originale.
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