Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Ci sono momenti in cui stare soli somiglia a una liberazione. Finalmente il rumore si abbassa, nessuno ci chiede di essere qualcosa, non dobbiamo spiegare come stiamo né trovare le parole giuste per farci capire. Possiamo semplicemente rimanere lì, dentro il nostro silenzio, e sentire che ci appartiene.
Poi esiste un’altra solitudine. Ha la stessa stanza, lo stesso silenzio, forse perfino la stessa finestra. Eppure dentro è completamente diversa. Non riposa, non raccoglie, non restituisce niente. Scava.
È questo che rende la solitudine così difficile da comprendere. Da fuori vediamo una persona sola. Non possiamo sapere se abbia finalmente trovato uno spazio per sé o se stia aspettando da ore che qualcuno si accorga della sua assenza.
In psicologia, essere soli e sentirsi soli non indicano la stessa esperienza. L’isolamento sociale è una condizione concreta, legata alla scarsità di rapporti e occasioni di contatto. La solitudine, invece, è profondamente soggettiva. Nasce dalla distanza tra le relazioni che abbiamo e quelle di cui sentiamo bisogno. Si può vivere soli senza provare alcuna sofferenza e sentirsi terribilmente soli mentre si è circondati da persone. Non è la quantità delle presenze a salvarci. È la qualità di ciò che riusciamo a vivere con loro.
La solitudine scelta può diventare uno spazio prezioso. Ci permette di rallentare, ascoltare quello che il rumore quotidiano copre e capire se la vita che stiamo conducendo ci somiglia ancora. Alcuni studi mostrano che il tempo trascorso volontariamente da soli può ridurre lo stress e favorire una maggiore sensazione di autonomia. Ma la parola decisiva è proprio questa: volontariamente. Il silenzio che scelgo può proteggermi. Quello che subisco può farmi sentire abbandonato.
C’è poi la solitudine emotiva. Non è l’assenza delle persone, è l’assenza di una persona con la quale possiamo smettere di difenderci. Qualcuno da chiamare senza dover preparare il discorso, capace di riconoscere ciò che proviamo anche quando non riusciamo a dirlo bene. Questa solitudine può comparire dopo una separazione, un lutto o la fine di un’amicizia importante. Ma può insinuarsi anche dentro una relazione ancora esistente, quando si continua a condividere la casa, le abitudini e gli impegni, mentre non si condivide più ciò che accade dentro.
È probabilmente una delle forme più dolorose, perché rende evidente che la vicinanza fisica non garantisce alcuna intimità. A volte il momento in cui ci sentiamo più soli è proprio quello in cui guardiamo la persona che dovrebbe conoscerci e scopriamo di non riuscire più a raggiungerla.
La solitudine sociale ha un altro volto. Qui non manca soltanto qualcuno con cui parlare, manca un luogo umano al quale sentire di appartenere. La si vive quando non ci si riconosce più in un gruppo, quando nessuno ci cerca spontaneamente, quando abbiamo la sensazione di essere sempre ai margini della vita degli altri. Possiamo avere colleghi, conoscenti e contatti, ma non sentire di fare realmente parte di niente. Non manca una folla. Manca quel piccolo pronome che a volte tiene insieme un’esistenza: noi.
Esiste anche una solitudine più profonda, definita esistenziale. Arriva quando ci accorgiamo che alcune esperienze non possono essere interamente condivise. Nessuno può attraversare al nostro posto una perdita, l’invecchiamento, una malattia, una scelta che cambia la vita o la paura di non avere più abbastanza tempo. Possiamo essere amati e accompagnati, eppure sentire che una parte di quel viaggio rimane soltanto nostra.
In quella dimensione la compagnia, da sola, non basta. Ciò che manca non è semplicemente una presenza. È un significato capace di tenere insieme quello che stiamo vivendo. È la solitudine che ci costringe a domandarci chi siamo quando i ruoli attraverso i quali ci riconoscevamo cominciano a cadere. Può svuotarci, ma può anche diventare un passaggio di consapevolezza, se riusciamo a restare dentro quelle domande senza esserne travolti.
La solitudine può assumere anche una funzione difensiva. Dopo essere stati feriti, delusi o respinti, ritirarsi sembra il modo più sicuro per non soffrire ancora. Diciamo di stare meglio da soli e qualche volta è vero. Altre volte quella tranquillità è soltanto l’assenza del rischio. Nessuno può abbandonarci se non permettiamo più a nessuno di avvicinarsi. Il sollievo è reale, ma il prezzo può diventare una vita sempre più piccola.
Quando la solitudine si prolunga e non è più una scelta, può avere conseguenze importanti. Le ricerche la associano a maggiore disagio psicologico, depressione, ansia e peggioramento della salute. Questo non significa che ogni persona sola sia destinata ad ammalarsi, né che la solitudine sia una diagnosi. Significa che un bisogno relazionale rimasto troppo a lungo senza risposta può modificare il modo in cui guardiamo il mondo. Cominciamo ad aspettarci il rifiuto, interpretiamo le distanze come conferme del nostro scarso valore e, per proteggerci, ci allontaniamo ancora di più.
Forse la differenza tra una solitudine che fa bene e una che ci consuma si comprende da ciò che lascia dietro di sé. Quella buona ci permette di tornare verso gli altri più presenti, più consapevoli e meno dipendenti dal bisogno di essere continuamente rassicurati. Quella dolorosa ci fa scomparire lentamente, prima dalla vita degli altri e poi perfino dalla nostra.
La solitudine sana è una porta che possiamo chiudere quando abbiamo bisogno di ascoltarci e riaprire quando desideriamo incontrare qualcuno. Il problema comincia quando quella porta non riusciamo più ad aprirla. O quando, dopo tanto tempo, smettiamo persino di ricordare che dall’altra parte potrebbe esserci ancora qualcuno disposto a bussare.
Fonti verificate: Organizzazione Mondiale della Sanità, Social connection; Theo G. van Tilburg, Social, Emotional, and Existential Loneliness; Nguyen e colleghi, Solitude as an Approach to Affective Self-Regulation; Weinstein e colleghi, Balance between solitude and socializing; Wolska e Creaven, solitudine transitoria, cronica e depressione
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