Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Ogni tanto ripenso alla mia giovinezza e mi accorgo che ciò che mi manca non sono davvero le cose che avevamo allora.
Non mi manca il telefono di casa. Non rimpiango le cartine stradali, le fotografie che dovevano essere sviluppate o il tempo necessario per trovare un’informazione che oggi compare davanti a noi in pochi secondi. Sarebbe troppo facile confondere la nostalgia con un giudizio sul presente e convincersi che il mondo nel quale siamo cresciuti fosse migliore semplicemente perché era il nostro.
Non credo fosse migliore.
Era diverso.
Eppure, ripensandoci, mi accorgo che alcuni limiti di quel mondo costringevano a vivere esperienze che oggi possiamo evitare quasi completamente. Ed è questo che mi interessa. Non ciò che abbiamo perso tecnologicamente, ma ciò che potrebbe essere cambiato dentro di noi mentre cercavamo, legittimamente, di rendere tutto più semplice.
Quando ero ragazzo, se volevi vedere un amico potevi andare a cercarlo. Suonavi il campanello e magari non era in casa. Se avevi voglia di parlare con qualcuno, poteva capitare che dovessi aspettare. Quando uscivi diventavi, almeno per qualche ora, difficilmente raggiungibile e questo non aveva necessariamente un significato.
Era normale.
Oggi possiamo raggiungerci praticamente sempre e questa possibilità è una conquista straordinaria. Il problema nasce quando una possibilità tecnica comincia lentamente a trasformarsi in un’aspettativa relazionale.
Se posso risponderti subito, perché non lo faccio?
È una domanda apparentemente banale, ma dentro può entrarci un mondo. La paura di essere ignorati, il bisogno di rassicurazione, la sensazione che qualcosa sia cambiato. La tecnologia non ha inventato nessuna di queste emozioni. La paura dell’abbandono, la gelosia e l’insicurezza esistono da quando esistono le relazioni. Oggi, però, possediamo molti più elementi sui quali proiettare ciò che proviamo.
Un messaggio può essere stato visualizzato. Possiamo vedere qualcuno online. Possiamo sapere che ha pubblicato qualcosa e continuare a domandarci perché non abbia risposto proprio a noi.
Forse una delle cose che abbiamo modificato senza rendercene conto è proprio il significato dell’assenza.
Una volta una persona poteva semplicemente non esserci.
Oggi rischiamo di interpretarne continuamente il motivo.
E allora, pensando alla mia giovinezza, capisco che non mi manca affatto l’impossibilità di comunicare. Mi manca semmai la naturalezza con cui potevamo essere temporaneamente indisponibili senza dover spiegare perché.
È una differenza enorme.
Perché poter raggiungere qualcuno non significa avere acquisito un diritto sulla sua presenza.
Qualcosa di simile è accaduto con l’attesa.
Abbiamo costruito un mondo capace di ridurla in una quantità impressionante di situazioni. Ed è un progresso. Non avrebbe senso negarlo. Ma mi chiedo che cosa succeda quando diventiamo sempre meno abituati a quello spazio che esiste tra il desiderio e il momento in cui può essere soddisfatto.
Non credo affatto che aspettare una canzone alla radio ci rendesse persone psicologicamente migliori. Sarebbe una sciocchezza. Credo però che un ambiente nel quale alcune attese erano inevitabili ci mettesse più frequentemente nella condizione di attraversarle.
Oggi possiamo interrompere quasi immediatamente molte forme di noia. Possiamo cercare una risposta nel momento stesso in cui nasce una domanda. Possiamo riempire un silenzio prima ancora di capire se quel silenzio ci stia davvero facendo male.
Questo non significa che siamo diventati più fragili.
Significa che viviamo in un ambiente diverso e che, come esseri umani, ci adattiamo all’ambiente nel quale viviamo.
È proprio per questo che trovo profondamente ingiusto quando sento accusare le nuove generazioni di non sapere aspettare, di vivere attraverso il telefono o di avere relazioni meno profonde.
Quel mondo non l’hanno costruito loro.
Ci sono nati.
Sono stati gli adulti a trasformare un telefono in qualcosa attraverso cui passano una parte importante della vita sociale, dell’informazione, dello studio e persino della costruzione dell’identità. Non possiamo creare un ambiente e poi colpevolizzare chi impara a vivere perfettamente dentro le sue regole.
Anche la ricerca scientifica restituisce un quadro molto meno semplicistico di quello che spesso raccontiamo. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che l’uso problematico dei social media tra gli adolescenti merita attenzione ed è aumentato tra il 2018 e il 2022. Ma mostrano contemporaneamente quanto gli stessi ambienti digitali siano diventati spazi reali di relazione e di contatto tra coetanei. L’American Psychological Association sottolinea infatti che i social non possono essere considerati, in assoluto, né benefici né dannosi: molto dipende da chi li utilizza, da come vengono utilizzati e da ciò che accade attraverso di essi.
Ed è una precisazione importante, perché ci impedisce di trasformare una trasformazione sociale complessa nel solito processo alle generazioni che vengono dopo di noi.
Il punto non è stabilire se prima stessimo meglio.
Il punto è domandarci cosa stia succedendo al nostro modo di essere in relazione.
Una delle cose che più mi colpiscono riguarda la presenza.
Oggi possiamo essere seduti davanti a qualcuno e contemporaneamente trovarci altrove. Basta un telefono appoggiato sul tavolo per sapere che, in qualsiasi momento, qualcosa potrebbe reclamare la nostra attenzione.
Non significa che non ci importi della persona che abbiamo davanti.
Significa che la nostra attenzione è continuamente contendibile.
Ed essere presenti, in una relazione, significa anche questo: permettere per qualche momento a qualcuno di non dover competere con il resto del mondo.
Forse è proprio qui che il progresso dovrebbe fermarsi.
Non perché la tecnologia debba restare fuori dalle nostre vite, ma perché esistono parti dell’esperienza umana nelle quali dovrebbe continuare a essere soltanto uno strumento.
La relazione è una di queste.
Ripensando alla mia giovinezza mi accorgo allora che ciò che vorrei conservare non appartiene davvero al passato. Appartiene all’essere umano.
Non dobbiamo ricominciare a vivere come trent’anni fa. Sarebbe assurdo, oltre che impossibile. Dobbiamo piuttosto diventare capaci di utilizzare tutto ciò che abbiamo conquistato senza permettere che ogni nuova possibilità diventi automaticamente una nuova necessità.
La vera evoluzione, forse, comincia proprio qui.
Nel momento in cui siamo abbastanza liberi da non dover fare qualcosa soltanto perché possiamo farla.
Se possiamo essere raggiunti sempre, possiamo anche concederci di non esserlo. Se possiamo conoscere immediatamente una risposta, possiamo ancora accettare che qualche domanda rimanga con noi per un po’. Se possiamo riempire ogni momento vuoto, possiamo decidere che non tutti i vuoti debbano necessariamente essere riempiti.
Non è nostalgia.
È consapevolezza.
La mia generazione ha conosciuto un mondo con meno possibilità e molti più limiti. Le generazioni che stanno crescendo oggi ne stanno conoscendo uno nel quale le possibilità sembrano quasi infinite.
Nessuna delle due condizioni rende automaticamente migliori.
Ma forse chi ha attraversato entrambe può permettersi una riflessione.
Ci siamo evoluti moltissimo.
E continueremo a farlo.
Dovremmo soltanto avere abbastanza cura di noi stessi da capire che non tutto ciò che può essere superato deve necessariamente esserlo.
Perché esistono modi di stare insieme che non diventano vecchi.
Esiste ancora quel momento in cui qualcuno ci parla e sente che siamo davvero lì. Esiste ancora la possibilità di aspettare senza pensare che il tempo sia stato sprecato. Esiste ancora il diritto di allontanarsi per qualche ora senza che questo diventi una dichiarazione nei confronti di qualcuno.
Sono cose semplici.
Talmente semplici che forse ce ne siamo accorti soltanto quando hanno cominciato a diventare meno naturali.
Ed è questo, alla fine, ciò che sento quando penso alla mia giovinezza.
Non il desiderio di tornare indietro.
Il desiderio di andare avanti senza lasciare indietro noi stessi.
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