Articolo di: Gabriele Vinciguerra

La famiglia, la cultura del successo e le contraddizioni degli adulti: una lettura psicosociale di ciò che rende fragili rispetto, onestà e responsabilità.
Un ragazzo torna a casa dopo aver ricevuto un richiamo a scuola. Racconta la propria versione, dice di essere stato trattato ingiustamente. Il genitore può ascoltarlo, cercare di capire, confrontarsi con l’insegnante. Oppure può decidere immediatamente che suo figlio abbia ragione. Esiste anche la reazione opposta: condannarlo senza averlo ascoltato. In questa situazione ordinaria si incontrano questioni molto concrete: il rapporto con l’autorità, la disponibilità a verificare i fatti, il significato della protezione.
Quando parliamo di perdita di valori, penso sia utile partire da qui. Dai momenti nei quali un principio deve trovare applicazione e comporta una fatica, magari il dispiacere di riconoscere una responsabilità nostra o di qualcuno a cui vogliamo bene.
Rispetto, onestà e solidarietà raccolgono facilmente consenso finché rimangono parole. La loro consistenza emerge quando entrano in conflitto con un vantaggio, con il bisogno di essere approvati o con l’immagine che desideriamo conservare di noi stessi.
L’educazione che passa attraverso la relazione
La famiglia è uno dei primi ambienti nei quali i valori assumono un significato vissuto. La ricerca sulla socializzazione familiare, sintetizzata da Joan Grusec, descrive un processo reciproco: i figli interpretano gli interventi dei genitori e partecipano alla costruzione della relazione. Sostegno, regole comprensibili e autonomia adeguata alla crescita sono componenti importanti di questo percorso.
L’intenzione di educare, quindi, deve fare i conti con il significato che arriva al figlio. Chiedergli rispetto mentre lo si umilia introduce una contraddizione. Anche pretendere sincerità e poi giustificare le proprie bugie rende difficile capire quanto quel principio impegni davvero tutti.
Nessun genitore mantiene una coerenza perfetta. Mi sembra però rilevante ciò che accade quando questa coerenza viene meno. Un adulto può riconoscere di aver reagito male, assumersi la responsabilità delle parole usate e tornare sul problema senza rinunciare alla propria funzione educativa. In quel momento offre un esempio accessibile: avere autorità comporta anche dover rispondere del proprio comportamento.
La capacità educativa prende forma in passaggi di questo genere. Richiede di ascoltare e, quando necessario, sostenere una decisione anche davanti alla protesta. Con la crescita, richiede di discutere le regole e lasciare al figlio spazi di scelta. È un equilibrio da rivedere nel tempo, considerando la persona che si ha davanti.
Proteggere presenta una difficoltà analoga. Tornando al richiamo scolastico, accertare un’ingiustizia e intervenire è una responsabilità del genitore. Se invece il ragazzo ha danneggiato qualcuno, accompagnarlo a riconoscerlo e a rimediare offre un’occasione educativa. Sottrarlo abitualmente a questo passaggio rischia di rendere la responsabilità una richiesta rivolta soprattutto agli altri.
Il bisogno di approvazione e il peso del risultato
Un figlio può imparare a soddisfare le aspettative senza fare propri i valori che dovrebbero sostenerle. Può obbedire per evitare una punizione o per paura di deludere. Gli studi di Assor, Roth e Deci sull’approvazione genitoriale condizionata hanno rilevato associazioni con pressione interiore, risentimento e costi emotivi. Sono risultati che invitano a non confondere l’adesione esteriore con una convinzione autonoma.
Il tema diventa concreto quando l’errore sembra mettere in discussione il legame. «Quello che hai fatto ha ferito qualcuno» permette di affrontare un comportamento. «Sei una delusione» coinvolge l’identità del figlio e il giudizio che sente su di sé. Educativamente, considero essenziale lasciare aperta la possibilità di assumersi una colpa e riparare.
Anche l’attenzione riservata ai risultati merita di essere osservata. Voti, prestazioni sportive e riconoscimenti possono occupare quasi tutto lo spazio delle conversazioni familiari. Quando l’approvazione dipende soprattutto da questi esiti, il ragazzo può avvertire di dover continuamente dimostrare di essere all’altezza.
Qui la famiglia incontra una pressione sociale più ampia. La rassegna di Tim Kasser sul materialismo documenta come attribuire una priorità elevata a ricchezza, immagine e status sia associato, tra l’altro, a relazioni di qualità inferiore. Desiderare una sicurezza economica è comprensibile; la questione riguarda il posto assegnato a questi obiettivi rispetto al benessere degli altri.
La mia lettura è che una cultura concentrata sull’affermazione personale possa rendere secondarie domande educative sostanziali: come è stato ottenuto un risultato, chi ne ha sostenuto il costo, quali responsabilità sono state rispettate. Una famiglia partecipa a questa gerarchia anche attraverso ciò che ammira e ciò su cui preferisce sorvolare.
Quando l’incoerenza diventa normale
Le contraddizioni proseguono fuori casa. Cialdini e colleghi hanno distinto le norme che esprimono ciò che viene approvato da quelle ricavate osservando ciò che gli altri fanno. Entrambe possono orientare il comportamento. È una distinzione utile per comprendere un ambiente nel quale si proclama correttezza e si tollera abitualmente il favoritismo.
Immaginiamo un lavoratore che veda penalizzato chi segnala un problema e premiato chi lo nasconde. Potrebbe continuare a considerare giusta la trasparenza, ma decidere di tacere. Non possiamo prevedere la sua scelta; possiamo riconoscere la contraddizione entro cui deve compierla. La coerenza personale ha un costo che gli ambienti possono aumentare oppure rendere sostenibile.
A questo si aggiunge la capacità di giustificarsi. Albert Bandura ha descritto il disimpegno morale: i processi attraverso cui attenuiamo il confronto tra i nostri principi e una condotta dannosa. Possiamo minimizzare le conseguenze, attribuire la colpa a chi le subisce o trasferire la responsabilità a un superiore.
«Era soltanto una battuta» può servire a evitare di riconoscere un’umiliazione. «Me l’hanno ordinato» può allontanare dalle conseguenze di una scelta. Il contesto conta, ma questi esempi mostrano come si possa conservare una buona immagine di sé senza correggere il proprio comportamento.
È in questo intreccio che colloco l’indebolimento dei valori: esempi contraddittori, vantaggi concessi alla scorrettezza e giustificazioni che permettono di tollerarla. È un’interpretazione dei meccanismi descritti, non una misura di quanto la società sia peggiorata rispetto al passato.
La famiglia ha una responsabilità importante, ma non controlla l’intero percorso dei figli. Scuola, coetanei e istituzioni partecipano alla loro esperienza. Chiedere ai genitori di compensare ogni contraddizione collettiva sarebbe irrealistico; esonerare gli adulti dall’esempio quotidiano sarebbe altrettanto comodo.
Nel caso del ragazzo richiamato a scuola, il lavoro educativo potrebbe richiedere tempo: ascoltare, verificare, riconoscere eventuali torti e accompagnare una riparazione. Il genitore potrebbe perfino dover correggere il proprio giudizio iniziale. È un modo concreto di praticare i valori dentro una relazione, lasciando al figlio la possibilità di comprenderli e, progressivamente, scegliere di assumerli.
Fonti
Grusec, J. E. — Socialization Processes in the Family: Social and Emotional Development. Annual Review of Psychology, 2011. Pubblicazione.
Assor, A., Roth, G., Deci, E. L. — The Emotional Costs of Parents’ Conditional Regard: A Self-Determination Theory Analysis. Journal of Personality, 2004. Testo della pubblicazione.
Kasser, T. — Materialistic Values and Goals. Annual Review of Psychology, 2016. Pubblicazione.
Cialdini, R. B., Reno, R. R., Kallgren, C. A. — A Focus Theory of Normative Conduct: Recycling the Concept of Norms to Reduce Littering in Public Places. Journal of Personality and Social Psychology, 1990. Testo della pubblicazione.
Bandura, A. — Moral Disengagement in the Perpetration of Inhumanities. Personality and Social Psychology Review, 1999. Pubblicazione.
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